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La lunga marcia di Meloni contro l’aborto

(ansa)

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La premier insieme ai Pro-life ha ingaggiato una battaglia che riporta indietro di anni
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Ci sono parole che fuoriescono dai loro limiti semantici, diventano bandiere globali ed entrano in un decalogo assai speciale, quello della propaganda demagogica “che è fatta di mezze verità che arrivano alla menzogna”, come diceva don Sturzo, “e di mezze menzogne che velano la verità”. Proprio tra mezze verità e mezze menzogne è iniziata la lunga marcia di Giorgia Meloni contro l’interruzione volontaria della gravidanza, in modo mai esplicito e sempre dissimulato. Nel documento finale del G7, dopo confronti e scontri accaniti, la presidente del Consiglio è riuscita ad eliminare la parola aborto. Ma si è rifiutata di cantar vittoria, ha contrabbandato questo risultato come un dettaglio tecnico-burocratico: “Di solito in questi documenti le cose che sono già state date per acquisite non vengono ripetute”.

Ci sono parole che fuoriescono dai loro limiti semantici, diventano bandiere globali ed entrano in un decalogo assai speciale, quello della propaganda demagogica “che è fatta di mezze verità che arrivano alla menzogna”, come diceva don Sturzo, “e di mezze menzogne che velano la verità”. Proprio tra mezze verità e mezze menzogne è iniziata la lunga marcia di Giorgia Meloni contro l’interruzione volontaria della gravidanza, in modo mai esplicito e sempre dissimulato. Nel documento finale del G7, dopo confronti e scontri accaniti, la presidente del Consiglio è riuscita ad eliminare la parola aborto. Ma si è rifiutata di cantar vittoria, ha contrabbandato questo risultato come un dettaglio tecnico-burocratico: “Di solito in questi documenti le cose che sono già state date per acquisite non vengono ripetute”.

Al contrario, l’Associazione Pro vita & famiglia, a lei vicinissima, ha invece sottolineato che la scomparsa del termine dai documenti finali è stato un rilevante successo politico. Con grande dispendio di maiuscole, l’Associazione ha espresso “grande soddisfazione per l’assenza, nel documento finale del G7, di riferimenti espliciti all’aborto, all’orientamento sessuale e all’identità di genere... Ci complimentiamo con la Presidente del Consiglio…”. I pro-life italici, per rimarcare la loro posizione, con la benedizione di Papa Francesco e il sostegno di 120 gruppi cattolici, sono pure scesi in piazza sabato 22 giugno gridando “Ogni aborto è un bambino morto” e scagliandosi persino contro la pillola Ru486: “Mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo”. Meloni e quelli di Pro vita fanno gioco di squadra, lei ha incassato i rimproveri del presidente degli Stati Uniti e ha abbozzato. Loro rilanciano l’attacco all’aborto con i cortei e i palchi con la musica. Lei ha sfumato e loro sparano ad alzo zero.

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Ostacolare gli aborti è oggi per Meloni fondamentale: fra l’altro le serve per far sentire la sua solidarietà ai fratelli e alle sorelle della destra europea, da Viktor Orbán a Marine Le Pen. Alla faccia delle dichiarazioni minimizzanti di Giorgia, la sua posizione sull’interruzione volontaria di gravidanza è stata decisiva per far annoverare il governo italiano fra le compagini di estrema destra. Lo hanno attaccato in Spagna (la ministra per l’Uguaglianza ha criticato “la strategia per togliere diritti”) e anche in Francia e Germania (da Macron ma anche da Scholz). Meloni vuole rimandare al mittente le accuse ma è doppia e non sa occultare bene i suoi intenti. “La legge 194 fu immaginataper eliminare gli aborti clandestini”, è solita ripetere. “Si poneva anche l’obiettivo di aiutare le donne a non dovervi ricorrere”. Di chi è la responsabilità se le donne abortiscono? “Del furore ideologico della sinistra”, precisa. I comitati sostenuti dall’Associazione Pro vita sono il braccio armato per criminalizzare le donne che abortiscono sostenute dai progressisti-complici.

Quest’anno celebra i suoi ottantanni la rivista Noi donne che fu anche il giornale delle Grandi madri del femminismo contemporaneo. Fu il primo giornale che nel 1961 realizzò un’inchiesta sulla piaga dell’aborto clandestino. Il principale ostacolo ai suoi reportage fu la reticenza delle vittime: un muro di vergogna copriva il milione di aborti compiuti in segreto in un anno. La legge 194 ha strappato le donne al rischio di mettere a repentaglio la loro vita. Prima di essa, se uscivano vive dall’aborto illegale erano bollate con lo stigma delle reiette. Oggi si sta tentando di ripetere lo stesso schema, di colpevolizzare le donne facendo loro “sentire i battiti del feto” come adesso richiedono i pro-life. Nella medesima direzione si muove da tempo il senatore Maurizio Gasparri. In passato propose il riconoscimento della capacità giuridica del feto, onde rendere l’interruzione della gravidanza un percorso ancora più ostico. Ora auspica un reddito di maternità, mille euro al mese, per chi vi rinuncia. I Pro vita applaudono: hanno annunciato che creeranno un ufficio a Bruxelles per dare un respiro internazionale alla loro battaglia. Il sodalizio tra Meloni e Associazione vuole rendere l’aborto qualcosa di vergognoso come negli anni Sessanta, non cancellandolo ma criminalizzandolo e ostacolandolo subdolamente.

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