Things can only get better, scriveva il disincantato John O’Farrell in quel suo dolceamaro pamphlet che fece storia, alla fine degli Anni 90. “Le cose possono solo andare meglio”, era lo slogan dell’attivista del Labour, che raccontava la vita grama della sinistra inglese nei “diciotto miserabili anni passati a prendere schiaffi dalla signora Thatcher”. E Things can only get better, nella versione musicale dei D:Ream, diventò anche l’inno di Tony Blair, quando nel 1997 ruppe finalmente l’incantesimo, stravinse le elezioni e insieme a Bill Clinton aprì la Terza Via a un Occidente devastato dalla cura iper-liberista della Lady di Ferro in Gran Bretagna e di Reagan in America. Dopo quattordici anni di “incubo Tory” - come lo chiama Robert Harris, autore di un altro capolavoro, il distopico Fatherland – la stessa cosa la ripete Keir Starmer, neo-primo ministro che riporta il glorioso partito laburista ai fasti blairiani e riapre una speranza all’Europa sommersa dall’onda nera delle destre…
Things can only get better, scriveva il disincantato John O’Farrell in quel suo dolceamaro pamphlet che fece storia, alla fine degli Anni 90. “Le cose possono solo andare meglio”, era lo slogan dell’attivista del Labour, che raccontava la vita grama della sinistra inglese nei “diciotto miserabili anni passati a prendere schiaffi dalla signora Thatcher”. E Things can only get better, nella versione musicale dei D:Ream, diventò anche l’inno di Tony Blair, quando nel 1997 ruppe finalmente l’incantesimo, stravinse le elezioni e insieme a Bill Clinton aprì la Terza Via a un Occidente devastato dalla cura iper-liberista della Lady di Ferro in Gran Bretagna e di Reagan in America. Dopo quattordici anni di “incubo Tory” - come lo chiama Robert Harris, autore di un altro capolavoro, il distopico Fatherland – la stessa cosa la ripete Keir Starmer, neo-primo ministro che riporta il glorioso partito laburista ai fasti blairiani e riapre una speranza all’Europa sommersa dall’onda nera delle destre. “Le cose possono solo andare meglio” persino a sinistra. Se non ti fai imprigionare dal marcio storytelling degli impresari della paura, che in nome della “Nazione” producono nemici e costruiscono muri per difendersi. Se non cedi al fascino perverso degli ingegneri del caos, che in nome della “Tradizione” nutrono il rancore sociale e fabbricano gabbie ideologiche per custodirlo.
La grande lezione del voto britannico è questa. Hanno perso rovinosamente i conservatori, certo. Annientati dalla peggiore sconfitta della Storia. Ridotti a partito di zombie da una classe dirigente mediocre e impresentabile, tra David Cameron che nel 2016 chiama un referendum suicida, la patetica Liz Truss che balla sotto il vulcano le musiche degli Abba al congresso del 2018 e il truce Boris Johnson che tiene il Paese in lockdown mentre organizza i suoi pantagruelici party a Downing Street. Ma a perdere ancora più drammaticamente è stata la Brexit, che è la vera ragione della disfatta dell’ultimo arrivato, Rishi Sunak. A uscire a pezzi dalle urne di Sua Maestà è proprio l’idea che in questo mondo instabile e insicuro ogni Paese possa fare da solo, trasformandosi in fortezza di se stesso.
È l’illusione che in questa Europa – per quanto divisa e indecisa – ogni Stato possa diventare più ricco e più forte al di fuori della dimensione comunitaria. La secessione inglese di otto anni fa dimostra l’esatto contrario. Sul piano economico, nei dieci anni prima dell’uscita la Gran Bretagna aveva un tasso di crescita del Pil più alto di 12 punti rispetto alla media Ue: dopo Brexit, tra 2016 e il 2023, l’Europa è cresciuta del 24%, il Regno Unito non ha superato il 6. Sul piano sociale, uno spaccato del disastro inglese di questi anni lo fornisce Zadie Smith, in un formidabile editoriale sul Guardian: volevano trasformare la Gran Bretagna in “un favoloso paradiso deregolamentato, la Singapore sul Tamigi”, e invece hanno lasciato sul terreno “pura rovina, con la miseria per milioni di persone”, “bollette energetiche esplosive, scuole fatiscenti, insicurezza alimentare, acqua avvelenata, liste d’attesa ospedaliere” e “disparità rovinose nella cultura, nelle università, nelle città, nelle campagne, tra gli insegnanti, i medici, la polizia, la classe operaia, la classe media…”. Contro tutto questo hanno votato gli inglesi. Starmer non trascina le masse e ha un indice di popolarità molto basso, ma è perfetto per la fase: un mite ex procuratore generale venuto su con lo studio e il duro lavoro dalla working class, e adesso simbolo di un “Change” che non è la rivoluzione proletaria, ma riparte dal buon senso, dal lavoro e dal Welfare, dalla salute e dall’ambiente, senza venature ideologiche corbyniane e anti-americane.
Non torneranno né la Cool Britannia, né la Swinging London. Ma intanto – benché avanzi a Westminster l’autarchico Farage - finisce almeno il Grande Inganno eurofobico, che attribuiva a Bruxelles l’origine di tutti i mali inglesi. Inizia una fase interessante, se Starmer saprà ritessere una tela con l’Unione e soprattutto cogliere il momento, riaccendendo il motore di un Paese prostrato dalle disuguaglianze e frustrato dalla bassa produttività. Ma già questo sarebbe un insegnamento fondamentale, per i cittadini europei affascinati dalle democrazie autoritarie e arrabbiati con le tecnocrazie comunitarie. Lo sarebbe di più per gli americani, che a novembre dovranno decidere se affidarsi di nuovo al miliardario pregiudicato del “Maga”, che si è fatto condonare il quasi golpe a Capitol Hill dai giudici amici della Corte Suprema. E lo sarebbe ancora di più per i francesi, che domani tornano alle urne per i ballottaggi e devono scegliere tra la destra lepenista - che abbraccia Orban e Abascal e ammicca a Putin - e l’Alleanza Repubblicana - che non ha niente da offrire se non il suo “no” a quella barbarie. E ai soliti benpensanti e benaltristi - che anche dalle nostre parti alzano il sopracciglio di fronte alle “grandi accozzaglie” - io direi che anche solo quel “no” è già tantissimo. In ogni caso, esagerando con la solita pedagogia politica d’accatto, il cuore dell’Italia progressista batte subito per Starmer.
L’abbiamo trovato, finalmente, il nuovo “modello”. C’è chi si limita a un sobrio plauso al nuovo Labour che abbandona il “radicalismo minoritario”, e fino a lì ci siamo. Ma c’è anche chi ripete il ritornello delle elementari: “Senza un centro riformista la sinistra non vince”. Hanno tutti ragione, ma più degli altri ce l’ha Enrico Letta, che dice basta con i modelli importati. Parole sante. Come alla Fiera dell’Est di Branduardi: cominciammo con il modello Gonzales, poi venne Blair che morse Gonzales, Jospin che si mangiò Gonzales, Zapatero che picchiò Jospin, Tsipras che scalzò Jospin, Sanchez che ammazzò Tsipras… che al mercato mio padre comprò. E così via, in una continua ascesa e caduta di meteore, ognuna delle quali negava l’altra. Disintegrata contro il muro di Arcore la gioiosa macchina da guerra occhettiana, ci ubriacammo di “riformismo”, fino a perderne il senso e a trasformarlo in “governismo” a prescindere. Poi, puniti dai ceti popolari e dalla mitica classe operaia - nel frattempo migrata verso la Lega di Bossi - riscoprimmo il bisogno di più “radicalità”. Ma sognammo equità e solidarietà nel tempo in cui la crisi dei debiti sovrani imponeva solo austerità. Ci affidammo ai tecnici, e così regalammo le masse impaurite e impoverite ai vaffa pentastellati e alle destre sfascio-populiste. E oggi? Non abbiamo fatto in tempo a celebrare la resilienza del Pd e di Avs alle europee e alle amministrative, che la foto di famiglia dei leader riuniti dall’Anpi a Bologna ci pare già “troppo”.
C’è troppa sinistra, su quel palco. Evidentemente si sente un’eco lontana delle note di Annalisa al Gay Pride, là sopra, se non addirittura delle parole di Ilaria Salis che rivendica di non aver mai pagato l’affitto di casa.
Elly Schlein giustamente non pone veti né vuole subirne. Gli altri con i veti ci campano. Dicono che ci vuole il “Centro”, scomparso da tempo nelle urne ma sempre vivo nel dibattito da talk show, animato dai “pasdaran del moderatismo” Renzi e Calenda. Non ci vogliono le “ammucchiate selvagge”, formate solo “contro” qualcuno, ieri Berlusconi oggi la Meloni. Grazie tante. Come se l’attuazione e la difesa della Costituzione - in nome della quale tutte le opposizioni hanno depositato le firme per il referendum contro l’autonomia differenziata, pronte a rifarlo contro il premierato – non fosse già una solidissima base sulla quale costruire un’alleanza programmatica e un’alternativa di governo. Come se il Partito democratico non fosse nato esattamente per questo, cioè per fondere la cultura cattolica e liberaldemocratica dell’ex Dc con quella socialdemocratica e riformatrice dell’ex Pci. E come se un federatore del centrosinistra, con o senza trattino, non lo avessimo già sperimentato. Si chiamava Romano Prodi, e valeva dieci, cento, mille Starmer. Fondò l’Ulivo, sconfisse il Cavaliere e nel 1996 guidò il miglior governo italiano di sempre. Quello che, non a caso, ci portò in Europa e nell’euro da grande Paese fondatore. Lo fece cadere Bertinotti. Come gli “estremisti” contemporanei (di centro e di sinistra), anche Fausto il Rosso era convinto che “è sempre meglio perdere che perdersi”.