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Salvini e non solo. I riflessi di Parigi

Matteo Salvini con Marine Le Pen 

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Il punto dell’8 luglio 2024
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C’è qualcuno che ieri sera si stava preparando a brindare alla vittoria della sua alleata francese e invece ha dovuto rimettere in cantina lo spumante. Quel qualcuno si chiama Matteo Salvini e non è detto che pensasse davvero a una maggioranza assoluta per la sua amica Marine Le Pen. Anche una buona affermazione avrebbe fatto il suo gioco, rivolto soprattutto, se non in modo esclusivo, al fronte italiano. Il capo della Lega pensava di usare la Francia per rilanciare se stesso in Italia, per dimostrare che lui e non Giorgia Meloni è il referente della destra estrema d’oltralpe. E infine per preparare il terreno all’incontro con Trump grazie al favore di un cordone europeo, da Parigi a Budapest, con la Padania leghista come contributo italiano (e sullo sfondo le parole di incoraggiamento del ministro degli Esteri russo).

Se questo era un progetto, esso è andato in mille pezzi: come spesso capita ai disegni politici di Salvini. E la sconfitta del Rassemblement potrebbe essere il primo pa…

C’è qualcuno che ieri sera si stava preparando a brindare alla vittoria della sua alleata francese e invece ha dovuto rimettere in cantina lo spumante. Quel qualcuno si chiama Matteo Salvini e non è detto che pensasse davvero a una maggioranza assoluta per la sua amica Marine Le Pen. Anche una buona affermazione avrebbe fatto il suo gioco, rivolto soprattutto, se non in modo esclusivo, al fronte italiano. Il capo della Lega pensava di usare la Francia per rilanciare se stesso in Italia, per dimostrare che lui e non Giorgia Meloni è il referente della destra estrema d’oltralpe. E infine per preparare il terreno all’incontro con Trump grazie al favore di un cordone europeo, da Parigi a Budapest, con la Padania leghista come contributo italiano (e sullo sfondo le parole di incoraggiamento del ministro degli Esteri russo).

Se questo era un progetto, esso è andato in mille pezzi: come spesso capita ai disegni politici di Salvini. E la sconfitta del Rassemblement potrebbe essere il primo passo del declino in prospettiva delle destre radicali in tutta Europa. Ossia quelle che ambiscono a proporsi come interpreti di un’alternativa profonda, se non di una frattura storica, con l’ “establishment” continentale. Un’alternativa che farebbe subito perno sulla politica estera, spostandone l’asse sulla linea rosso-bruna che significa apertura alla Russia di Putin.

Questo scenario non si è dissolto, ma ieri sera ha subito una clamorosa battuta d’arresto. Il che punisce Salvini con le sue mire; ma al tempo stesso apre uno spazio a Giorgia Meloni: la sollecita ad andare avanti in Europa, prendendo le distanze da tutti i gruppi dell’estrema destra, in Italia e fuori. Nei giorni scorsi la premier ha lasciato che l’ungherese Orbán andasse per la sua strada (una strada che subito lo ha condotto a Mosca). Al tempo stesso ha subito senza rimpianti l’uscita dal gruppo dei Conservatori dello spagnolo di Vox, Abascal. Sono passi significativi, se saranno confermati, perché collocano Fratelli d’Italia più vicini ai Popolari tedeschi e più lontani dalla destra intransigente.

Quanto alla sinistra italiana, vedremo come vivrà la nuova fase, una volta evaporato il legittimo entusiasmo della prima ora. Un punto sembra chiaro. Da noi si sono festeggiati i primi passi di un “fronte popolare” domestico, così come si è manifestato giorni fa nel convegno dell’Anpi a Bologna. Invece in Francia, già ieri sera, sono emerse alcune crepe nella coalizione di sinistra che ha preso la maggioranza relativa. A Parigi cresce la convinzione che per tentare di governare un’Assemblea complicata occorre mettere in disparte gli estremisti di Mélenchon e dedicarsi a cucire un centro-sinistra inedito, soluzione certo gradita a Macron. Non è chiaro al momento se questo sarà possibile, va a dire se si riuscirà a mettere ai margini Mélenchon, ossia uno dei veri vincitori della giornata. Non a caso egli ha parlato per ore, con l’obiettivo di dimostrare che è lui e solo lui il vincitore delle elezioni. Il che proietta un problema, peraltro non nuovo, sulla nostra sinistra che deve decidere quale linea seguire. O Mélenchon o il riformista Glucksmann. E tutti gli altri.

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