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Per una Nato più europea

Volodymyr Zelensky 

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È servito a qualcosa il vertice della Nato che si è appena concluso a Washington? Sì, sul piano politico il messaggio a Vladimir Putin è stato molto chiaro: l’alleanza euro-americana, vecchia quasi quanto Joe Biden, resterà impegnata in appoggio all’Ucraina. E, perlomeno nelle intenzioni, blinderà questo appoggio: quali che siano le variabili elettorali, soldi e forniture militari sono concepiti a medio termine. È credibile? Vedremo, ma intanto il capo del Cremlino non potrà fare leva sulla famosa “fatica” per la guerra. Fra l’altro, questa fatica va e viene: un recente sondaggio dello European Council on Foreign relations indica che la grande maggioranza dell’opinione pubblica europea è contraria ad abbandonare Kiev al suo destino. Ed è favorevole ad aumentare le forniture militari. Ne sono derivate, a Washington, scelte conseguenti, peraltro attese da mesi: nuovi impegni finanziari (40 miliardi), sistemi di difesa aerei (fra cui un sistema SAMP-T dell’Italia), l’arrivo dei primi F-1…

È servito a qualcosa il vertice della Nato che si è appena concluso a Washington? Sì, sul piano politico il messaggio a Vladimir Putin è stato molto chiaro: l’alleanza euro-americana, vecchia quasi quanto Joe Biden, resterà impegnata in appoggio all’Ucraina. E, perlomeno nelle intenzioni, blinderà questo appoggio: quali che siano le variabili elettorali, soldi e forniture militari sono concepiti a medio termine. È credibile? Vedremo, ma intanto il capo del Cremlino non potrà fare leva sulla famosa “fatica” per la guerra. Fra l’altro, questa fatica va e viene: un recente sondaggio dello European Council on Foreign relations indica che la grande maggioranza dell’opinione pubblica europea è contraria ad abbandonare Kiev al suo destino. Ed è favorevole ad aumentare le forniture militari. Ne sono derivate, a Washington, scelte conseguenti, peraltro attese da mesi: nuovi impegni finanziari (40 miliardi), sistemi di difesa aerei (fra cui un sistema SAMP-T dell’Italia), l’arrivo dei primi F-16 (ma pochi e in parte vecchi, secondo Volodymyr Zelensky). Insomma, Putin non può illudersi – fra visite insensate di Orban e incertezze del Congresso americano – che il tempo giochi a suo favore.

Queste decisioni cambieranno le sorti della guerra sul fronte orientale ? La risposta onesta è: la Nato sta aiutando Kiev a non perdere; ma non riuscirà a farla vincere, specie se la vittoria è definita nei termini ancora utilizzati da Zelensky (il recupero di tutto il territorio nei confini del 1991, Crimea inclusa). Grazie alla superiorità tecnologica occidentale, Kiev riuscirà probabilmente a stabilizzare le linee del fronte. Ma restano le debolezze strutturali di un esercito che ha forti problemi di reclutamento, la vulnerabilità delle infrastrutture critiche (la rete elettrica è da ricostruire in vista dell’inverno) e l’inferiorità aerea. La guerra di attrito e di distruzione della Russia continuerà. Sostenuta, in modo più o meno ambiguo, dalla Cina – come viene sottolineato nel Comunicato finale di Washington.

In breve: non esistono ancora le condizioni per una conclusione negoziata del conflitto – che né Kiev né Mosca riusciranno a vincere sul piano militare. E siccome le condizioni non esistono, il percorso di Kiev verso la Nato (definito “irreversibile” a Washington) è nei fatti rimandato a un dopoguerra che ancora non si intravede. Ma intanto l’Ucraina viene di fatto inserita nel sistema di sicurezza euro-atlantico, spostandone ancora ad Est il baricentro.

Si aggiunge naturalmente l’incognita Trump. Che, tradotta nella politica internazionale, significa prepararsi a gestire gli effetti di un eventuale disimpegno americano dopo il 5 novembre: più che dall’Ucraina in particolare (Trump è come al solito convinto di potere raggiungere facilmente un accordo con Mosca, sulla testa di Kiev) dal teatro europeo in generale. In realtà, la “questione Trump” solleva un punto essenziale, che la Nato, dopo 75 anni, deve affrontare fino in fondo: va costruita una Nato più europea, ossia fondata su maggiori capacità militari dei membri europei dell’Alleanza atlantica, che si è allargata a Svezia e Finlandia. L’Alleanza è ancora troppo asimmetrica per reggere ai rischi del XXI secolo. E costruire una capacità di difesa europea attraverso la Nato è in realtà il modo più rapido ed efficace per farlo.

È fondamentale capire che questa “europeizzazione” della Nato è necessaria anche a prescindere da chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti: le priorità di Washington si stanno spostando comunque verso l’Indo-pacifico e la competizione con la Cina. La seconda giornata del vertice Nato, largamente dedicata alle partnership con le democrazie asiatiche, ha dimostrato l’importanza di questo secondo teatro (o primo, se visto dagli Usa).

Guardando al futuro, non è credibile che la Nato intervenga direttamente nel Pacifico, al di là di un appoggio a Washington dei paesi europei che saranno in grado di farlo. E’ più realistico pensare a una parziale divisione dei compiti, all’ombra della garanzia nucleare americana (che continuerà a valere erga omnes) e di un accordo di fondo fra Europa e Stati Uniti sugli interessi globali di sicurezza delle democrazie liberali. La Nato europea si occuperà essenzialmente della difesa collettiva sul fronte orientale, con un minore contributo americano; gli Stati Uniti, con gli alleati asiatici, guarderanno al contenimento della Cina sul fronte Indo-Pacifico. In mezzo il Mediterraneo, su cui l’Italia ha giustamente richiamato l’attenzione, ottenendo la nomina di un inviato speciale Nato per l’area.

Mosca e Pechino sanno perfettamente che il peggiore scenario per gli Stati Uniti sarebbe un conflitto simultaneo su due fronti. Ciò conferma che l’America punterà a devolvere agli europei maggiori oneri di difesa nel Vecchio Continente: in modo più morbido con un presidente democratico, in modo più ruvido con Trump. La Gran Bretagna, con il nuovo governo laburista, è pronta ad accordi di sicurezza con gli europei. La questione delle spese per la Difesa va vista in questo quadro, piuttosto che come parte di un vecchio dibattito; e si combina al necessario sviluppo di una base industriale della difesa europea. Questa è l’agenda della Nato post vertice di Washington. Da trattare anche con l’Ue. L’Italia, con il suo livello di spesa militare (1,5% del Pil), è in ritardo rispetto a gran parte degli alleati. E’ il momento di compiere un salto culturale, prima ancora che politico. La difesa dell’Europa non può più essere interamente delegata, richiede investimenti e non è mai stata, dal dopoguerra in poi, così maledettamente necessaria.

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