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Il diritto alla casa

Ilaria salis con il padre Roberto

 (afp)

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Negli anni Cinquanta lo storico sindaco di Firenze La Pira era preoccupato per l’aumento degli sfratti. E varò un programma di edilizia popolare
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Mi domandavo ieri come si possa, se si può, tornare a parlare di diritti e di bisogni senza incorrere nel divieto di nominare le cose (un problema? Eliminiamo la parola), di addirittura manifestare (una protesta? Presto, che diventi reato) e ho pensato che forse potremmo attingere a La Pira. Giorgio La Pira (1904-1977), politico italiano, storico sindaco di Firenze, democristiano, indicato già in vita come santo e in effetti oggi in via di beatificazione. Un processo intrapreso dalle opportune sedi vaticane (la Congregazione delle cause dei Santi), non che questo certifichi niente ma intendo: non un soggetto divisivo, un potenziale Beato. Democristiani, poi, da una parte e dall’altra degli attuali schieramenti lo sono stati in tanti. Mi domandavo se si possa ancora parlare di diritto alla casa, per esempio, senza scalmanarsi contro Ilaria Salis, che quasi vent’anni fa ha occupato una casa come gesto di militanza e ora l’Aler, associazione pubblica che gestisce le case popolari in Lomb…

Mi domandavo ieri come si possa, se si può, tornare a parlare di diritti e di bisogni senza incorrere nel divieto di nominare le cose (un problema? Eliminiamo la parola), di addirittura manifestare (una protesta? Presto, che diventi reato) e ho pensato che forse potremmo attingere a La Pira. Giorgio La Pira (1904-1977), politico italiano, storico sindaco di Firenze, democristiano, indicato già in vita come santo e in effetti oggi in via di beatificazione. Un processo intrapreso dalle opportune sedi vaticane (la Congregazione delle cause dei Santi), non che questo certifichi niente ma intendo: non un soggetto divisivo, un potenziale Beato. Democristiani, poi, da una parte e dall’altra degli attuali schieramenti lo sono stati in tanti. Mi domandavo se si possa ancora parlare di diritto alla casa, per esempio, senza scalmanarsi contro Ilaria Salis, che quasi vent’anni fa ha occupato una casa come gesto di militanza e ora l’Aler, associazione pubblica che gestisce le case popolari in Lombardia, le chiede novantamila euro di affitto come se l’avesse abitata abusivamente fino a oggi. Come se quello non fosse e non sia nel presente un problema politico, appunto, come se non ci fosse stata una stagione, giusto l’altro ieri, in cui i diritti sociali, i “nuovi diritti” e la tutela di chi non ha voce non siano stati il terreno del confronto politico da cui sono scaturiti leader, carriere, partiti. Pensavo ad Ada Colau, in anni recenti una delle più apprezzate sindache di Barcellona, metropoli europea, che è nata dai movimenti di protesta per il diritto alla casa, gli okupas, ed è diventata leader di riferimento di Podemos. Ma La Pira, invece. Meglio La Pira.

Negli anni Cinquanta La Pira era preoccupato per l’aumento degli sfratti. Varò un programma di edilizia popolare, a Firenze si chiamano ancora così: le “case minime”. Chiese intanto ad alcuni proprietari di immobili di affittare al Comune alcuni appartamenti vuoti. Rifiutarono, allora li requisì sulla base di una legge di metà Ottocento che dava questo potere ai sindaci: per motivi “di emergenza o di ordine pubblico”. Ci furono proteste dei proprietari, numerose denunce tutte in seguito archiviate. Scrisse a Ettore Bernabei. “Devo lasciarmi impaurire da queste denunce penali che non hanno nessun fondamento giuridico — e tanto meno morale — o devo continuare, anzi con energia maggiore, a difender come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? (...) Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri — sfrattati, licenziati, disoccupati e cosi? via — e? come un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge”.

Dunque, nel presente. Leggo ovunque spiritosaggini, tipo che sei hai una casa e l’affitti come b&b sei uno sfruttatore ma se la lasci vuota te le occupa la Salis. Bravi tutti. Quando avete smesso di fare meme, una domanda. Esiste o non esiste un problema di assegnazione delle case popolari, in questo paese? Esiste o non esiste un racket, un mercato fuori controllo, un’assuefazione politica all’illegalità che comunque garantisce, con crediti che non saranno mai riscossi (gli affitti pretesi dagli occupanti) di gonfiare i bilanci delle aziende pubbliche? C’è o non c’è una questione abitativa? Perché se c’è, forse è di questo che bisogna politicamente, se sei al governo, occuparsi. Che a Milano sia aumentati del 40 per cento il prezzo degli affitti (28 per cento la media nazionale), che gli studenti si accampino in tenda fuori dalle facoltà è un dato di cronaca di cui sono pieni i giornali. Leggo un reportage di Isaia Invernizzi centrato su Milano, appunto. L’Aler, gestita dalla regione Lombardia, ha in carico 35mila appartamenti. Ci sono 8500 case popolari sfitte a fronte di 10mila richieste di assegnazione. Il comune di Milano nel 2023 ha assegnato 213 alloggi, l’Aler 701. Perché non le assegnano, queste case, a persone indigenti da anni in graduatoria? Perché bisogna fare lavori di ristrutturazione e di messa in sicurezza, per legge, e non ci sono soldi pubblici per farli. Perché conviene che chi è in attesa le occupi, intanto. Poi dopo gli si presenta il conto dell’affitto, conto che nessuno pagherà ma che si mette in bilancio come credito. Perché c’è il racket della malavita che gestisce chi entra e chi esce dalle case popolari, e col racket è meglio non aprire un contenzioso. La questione taxi può dirci qualcosa. Però. Se tu occupi sei nell’illegalità, dunque esci dalle graduatorie. Chi è invece nella legalità e aspetta la casa non la vedrà mai. Il problema è il problema, o è chi con la sua azione lo denuncia? È che il sistema di assegnazione di edilizia pubblica ha collassato, o è chi lo dice? Sì, sono domande retoriche.

La casa è “il nostro corpo più vasto”. Averne una è un diritto pre-condizione di altri fondamentali diritti: salute, sicurezza, riservatezza, inviolabilità. La Costituzione lo garantisce indirettamente, in via derivata. È su questo che si fondano le sentenze della Corte Costituzionale che giustificano “l’abusivismo per necessità”. Ma deve essere pericolo “attuale e transitorio”, la necessità. Se è povertà cronica non è tutelata. Una madre sola senza lavoro, per esempio, non lo è. Negli anni Ottanta ci fu l’Equo canone, una risposta politica. Negli anni Novanta la Consulta disse che è “un dovere della collettività intera” assicurare una casa a chi non ce l’ha. Nei Venti degli anni Duemila un governo sedicente “popolare”, che vanta di essere eletto coi voti delle periferie, tutela i proprietari e non gli indigenti. Non mette mano al disastro delle aziende pubbliche di assegnazione, alla corruzione, ma punisce chi fa come può. Che sindaco sarei io, se per paura dei ricchi e dei potenti abbandonassi i poveri — si chiedeva La Pira.

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