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Gli Usa da Dallas a Butler

Trump ferito in Pennsylvania 

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Le similitudini ci sono, ma il periodo politico è diverso: l’America è un paese rabbioso
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Sessantuno anni dopo, l’America si trova davanti agli angoscianti interrogativi di un attentato politico: analogo nel copione, ma diverso nell’esito. Mortale quello del 1963 a Dallas contro John Kennedy. Fortunosamente, e fortunatamente, quasi innocuo quello di Butler contro Donald Trump. “Mezzo pollice più a sinistra e il proiettile che ha graffiato l’orecchio di Trump avrebbe fatto di lui un martire”, ha scritto Edward Luce sul “Financial Times”. Ma anche senza il “martirio” del prossimo candidato repubblicano (la “convention” che si è aperta ieri è pura formalità) il clima politico americano da surriscaldato è diventato incendiario.

E come a Dallas sessantuno anni fa l’attentatore non potrà spiegare che cosa lo ha spinto a compiere il suo gesto. Lee Oswald, che sparò dalla finestra del sesto piano di un edificio, fu ucciso due giorni dopo mentre veniva trasferito da un carcere all’altro da Jack Ruby (che a sua volta morì in carcere nel 1967 in attesa di processo). Thomas Crook, che…

Sessantuno anni dopo, l’America si trova davanti agli angoscianti interrogativi di un attentato politico: analogo nel copione, ma diverso nell’esito. Mortale quello del 1963 a Dallas contro John Kennedy. Fortunosamente, e fortunatamente, quasi innocuo quello di Butler contro Donald Trump. “Mezzo pollice più a sinistra e il proiettile che ha graffiato l’orecchio di Trump avrebbe fatto di lui un martire”, ha scritto Edward Luce sul “Financial Times”. Ma anche senza il “martirio” del prossimo candidato repubblicano (la “convention” che si è aperta ieri è pura formalità) il clima politico americano da surriscaldato è diventato incendiario.

E come a Dallas sessantuno anni fa l’attentatore non potrà spiegare che cosa lo ha spinto a compiere il suo gesto. Lee Oswald, che sparò dalla finestra del sesto piano di un edificio, fu ucciso due giorni dopo mentre veniva trasferito da un carcere all’altro da Jack Ruby (che a sua volta morì in carcere nel 1967 in attesa di processo). Thomas Crook, che ha mirato a Trump dal tetto di un capannone con uno dei fucili più venduti d’America (ce ne sono in giro 44 milioni), è stato ammazzato dal Counter Sniper Team dei servizi segreti pochi istanti dopo.

E’ proprio sulla personalità e le possibili motivazioni dell’attentatore che si consumano senza risposte alcune delle domande che angosciano non solo gli Stati Uniti, ma si può ben dire il mondo intero (a sua volta però diviso tra chi guarda all’America come un modello di democrazia e chi, come la Russia di Putin, come un nemico da indebolire). Perché Thomas Crook era un ragazzo di provincia di indecifrabile grigiore. Un cronista, che si è recato a Bethel Park, dove abitava, ha iniziato così il suo articolo: “Thomas Cook si è diplomato alla scuola superiore di Bethel Park in una giornata di sole del giugno 2022. Due anni dopo ha viaggiato per un’ora dalla sua casa in Pennsylvania, è salito su un tetto e ha sparato diverse volte verso Donald Trump”. In mezzo a questo due eventi il nulla, salvo che era registrato come elettore repubblicano, ma aveva fatto una donazione al partito democratico. Troppo poco per capirci qualcosa, o anche solo per avanzare ipotesi. O, come ha detto il padre alla Cnn, “prima di parlare fatemi capire che cosa diavolo sta succedendo”.

Fatale che in questo vuoto totale fioriscano, come accadde 61 anni fa dopo Dallas, le più svariate teorie cospiratorie, che riguardano soprattutto il comportamento dei servizi segreti, incaricati delle protezione di Trump. Teorie, che nel clima incandescente di questo anno elettorale, finiscono per sfiorare Biden.

Elon Musk, su X, ha sintetizzato così: “Se non è estrema incompetenza, vuol dire che è stato fatto apposta”.

I tempi di reazione dei servizi segreti lasciano in effetti più che perplessi e diventeranno un’altra materia di scontro politico durissimo nelle prossime settimane (Kimberly Cheatle, che dirige un corpo di ben settemila funzionari, è già sotto accusa). Lasciando a Musk e ai suoi epigoni le teorie cospiratorie, ci sono alcuni punti interrogativi sulla scarsa efficienza e reattività dimostrate a Butler, specie in un Paese che ha nella sua storia quattro presidenti in carica assassinati (Lincoln, Garfield. McKinley e Kennedy), un altro gravemente ferito (Reagan) e un possibile candidato ucciso in campagna elettorale (Robert Kennedy).

L’interrogativo maggiore, anche perché il più ovvio, come è già stato riportato nelle cronache di questi due giorni, è perché il tetto del capannone dal quale ha sparato Crooks non fosse stato “pulito” e sorvegliato dagli agenti dei servizi o della polizia locale. C’erano solo due tetti nell’area dove Trump teneva il suo comizio: su uno si sono appostati i tiratori scelti dei servizi segreti, sull’altro è salito, indisturbato, l’attentatore.

Le similitudini con Dallas finiscono qui. Il 1963 non era un anno elettorale, il vice presidente Johnson prese il posto di Kennedy e fu eletto presidente l’anno dopo. Anche se la seconda metà degli anni 60 fu tumultuosa in America con l’ “escalation” della guerra in Vietnam e le proteste nei campus universitari, il clima politico di allora non è comparabile con quello tossico di oggi, dove il rischio di un attentato era “altamente prevedibile”, come dice Jeremy Varon, uno storico che ha dedicato studi proprio al confronto tra le due epoche. Oggi l’America è un Paese “agitato e rabbioso”, dove secondo un sondaggio del Marist Institute, fatto in aprile, un quinto degli americani ritiene che la violenza sia necessaria per riportare il Paese sulla giusta via e, secondo un altro sondaggio, il 60 per cento non crede che le elezioni possano risolvere i problemi. Il cammino da qui al voto di novembre è ancora lungo e rischia di essere molto accidentato.

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