Pier Silvio Berlusconi e i moderati in cerca d’autore
di Francesco BeiL’onda generata dalle parole di Pier Silvio Berlusconi si è infranta sul centrodestra, investendo tutti i partiti della coalizione. In primis quello fondato da suo padre, Forza Italia, che nelle parole dell’imprenditore si limiterebbe oggi a un ruolo di semplice «resistenza», quando ci sarebbe bisogno di un partito di «sfida». Sfida a chi? Naturalmente a Giorgia Meloni che, pur essendo «bravissima», non è certo una moderata e usurpa un territorio non suo.
E invece è proprio lì il cuore della contesa, la conquista dell’elettorato moderato, quello che per vent’anni si era affidato a Berlusconi padre, e ora, orfano, un po’ se ne rimane a casa e un po’ vota FdI turandosi il naso, come diceva Montanelli. Dunque, ecco «l’opportunità pazzesca» per chi volesse cimentarsi nella costruzione di una nuova offerta politica.
A chi sta pensando l’imprenditore di Mediaset? La risposta più facile sembra essere persino troppo scontata: a se stesso. Ma forse, almeno per ora, resta una risposta prema…
L’onda generata dalle parole di Pier Silvio Berlusconi si è infranta sul centrodestra, investendo tutti i partiti della coalizione. In primis quello fondato da suo padre, Forza Italia, che nelle parole dell’imprenditore si limiterebbe oggi a un ruolo di semplice «resistenza», quando ci sarebbe bisogno di un partito di «sfida». Sfida a chi? Naturalmente a Giorgia Meloni che, pur essendo «bravissima», non è certo una moderata e usurpa un territorio non suo.
E invece è proprio lì il cuore della contesa, la conquista dell’elettorato moderato, quello che per vent’anni si era affidato a Berlusconi padre, e ora, orfano, un po’ se ne rimane a casa e un po’ vota FdI turandosi il naso, come diceva Montanelli. Dunque, ecco «l’opportunità pazzesca» per chi volesse cimentarsi nella costruzione di una nuova offerta politica.
A chi sta pensando l’imprenditore di Mediaset? La risposta più facile sembra essere persino troppo scontata: a se stesso. Ma forse, almeno per ora, resta una risposta prematura stante il conflitto di interessi e il destino delle aziende di famiglia. Per il futuro, chissà…
Ma di sicuro la chiacchierata notturna di Berlusconi Jr deve essere suonata parecchio sgradevole dalle parti di Antonio Tajani, rappresentato al più come un onesto gestore dell’esistente senza la capacità di sfidare davvero Meloni e la sua forza.
Per non parlare di Salvini, trattato come un apprendista stregone, un principiante che si avventura a parlare di cose che non conosce. Proporre una riduzione del canone Rai costringerebbe il servizio pubblico a drenare risorse pubblicitarie da un mercato già asfittico e sarebbe la tomba definitiva dell’editoria (e dei profitti Mediaset, of course).
Bene, ci voleva qualcuno che lanciasse il sasso (e che sasso!) nelle acque stagnanti del centrodestra, dove in superficie è tutta una finta armonia e sotto il pelo dell’acqua si danno pugnalate che nemmeno alla corte di re Duncan.
La provocazione di Pier Silvio — destinata a suscitare reazioni forti tanto quanto quella della sorella Marina a favore dei diritti civili nell’intervista al Corriere della sera — non arriva oltretutto in un giorno qualsiasi. Perché oggi (giovedì 18 luglio) è una giornata ad alto tasso simbolico, con la votazione al Parlamento europeo di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione.
E qui i riflettori si spostano su Giorgia Meloni e la sua difficile scelta. Il dilemma che sta consumando la premier è infatti comprensibile, perché un sì o un no comporterebbe conseguenze pesanti per la destra italiana. Voltare le spalle a Ursula von der Leyen per Meloni sarebbe un’occasione perduta, l’ennesima, sulla strada verso la trasformazione di un piccolo partito di estrema destra identitaria e sovranista, quello degli inizi, in un moderno partito conservatore europeo.
Quel tragitto è concluso? Nemmeno un po’, nonostante il sostegno all’Ucraina e la postura filoatlantica della leader. Anzi, Giorgia Meloni e i suoi Fratelli hanno compiuto in questi anni molti passi indietro rispetto alla posizione europeista di Gianfranco Fini che, non dimentichiamolo, lavorò spalla a spalla con Giuliano Amato per scrivere la costituzione (federalista) dell’Ue come rappresentante italiano della Convenzione europea del 2002-2003. Un testo che venne respinto da due sciagurati referendum in Francia e nei Paesi Bassi.
Sono passati vent’anni da allora e siamo ancora qui, ma nel frattempo l’instabilità esterna, i pericoli, sono aumentati. E tutti sono diventati consapevoli che l’Unione ha bisogno di tornare a una fase costituente se vuole sopravvivere.
La domanda allora è una: l’Italia di Giorgia Meloni farà tandem con l’Ungheria del sempre più impresentabile Orbán, oppure sarà nel motore di testa della nuova Europa? Gli spazi per furbizie e sotterfugi si sono esauriti, all’ultimo Consiglio europeo Meloni si è astenuta su Ursula e ha votato contro le altre due nomine.
Oggi invece dovrà essere un sì o un no, con una chiarezza evangelica. Dovesse optare per il no, ricaccerà il suo partito — e purtroppo anche l’Italia — nel recinto identitario dei sovranisti anti-Ue. E confermerà la profezia di Pier Silvio Berlusconi sul mondo moderato in attesa di un messia che lo traghetti fuori dalla palude dell’estrema destra.