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Tilt informatico, l’estate del nostro collasso

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Qualcosa deve dirci il fatto che il guasto di una multinazionale ci privi della capacità di comunicare, di viaggiare, di fare un bonifico urgente. Che ci fermi, totalmente. Davvero siamo rassegnati a questo? Davvero non siamo più capaci di far niente da soli?
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C’è qualcosa in questa estate che sa di Apocalisse. Un profumo, un sentore, che poi se l’Apocalisse arrivasse davvero non avremmo le parole per dirlo. Un’antifona di disastro, come un suono lontanissimo. Non tale da generare panico, nelle moltitudini: semmai inquietudine, malessere. Vivo fastidio, per restare al minimo. Razionalmente, andreottianamente, bisognerebbe separare i problemi, farne segmenti, non sommare né moltiplicare ma dividere. Così, ogni cosa troverebbe — trova, è sicuro — la sua specifica spiegazione e forse una soluzione.

Venerdì 19 luglio, per esempio. Venerdì un guasto informatico (un’interruzione nella rete Microsoft? Un bug in un programma di aggiornamento di un sistema di sicurezza? Tutte e due le cose insieme o forse ancora altro che non sappiamo, che i colossi preferiscono non dire per non perdere reputazione e non favorire la concorrenza?) un tilt della rete Internet, insomma, ha provocato per molte e molte ore un collasso che ha bloccato banche, aeroporti,…

C’è qualcosa in questa estate che sa di Apocalisse. Un profumo, un sentore, che poi se l’Apocalisse arrivasse davvero non avremmo le parole per dirlo. Un’antifona di disastro, come un suono lontanissimo. Non tale da generare panico, nelle moltitudini: semmai inquietudine, malessere. Vivo fastidio, per restare al minimo. Razionalmente, andreottianamente, bisognerebbe separare i problemi, farne segmenti, non sommare né moltiplicare ma dividere. Così, ogni cosa troverebbe — trova, è sicuro — la sua specifica spiegazione e forse una soluzione.

Venerdì 19 luglio, per esempio. Venerdì un guasto informatico (un’interruzione nella rete Microsoft? Un bug in un programma di aggiornamento di un sistema di sicurezza? Tutte e due le cose insieme o forse ancora altro che non sappiamo, che i colossi preferiscono non dire per non perdere reputazione e non favorire la concorrenza?) un tilt della rete Internet, insomma, ha provocato per molte e molte ore un collasso che ha bloccato banche, aeroporti, televisioni, ospedali, servizi bancari online, reti di ristorazione, ferrovie e metropolitane in tutto il mondo. Oltre agli schermi dei computer, che sono rimasti azzurri in quella che si chiama simpaticamente la “schermata della morte”, per ore e ore. La morte. Ma non è solo questo. Ci torniamo, ma non è solo il guasto.

La home page del sito di questo giornale, nella giornata di venerdì, dava conto delle seguenti notizie: il “CrowdStrike down”, appunto, così si è battezzato il black out mondiale della Rete. Il collasso dell’Autostrada del Sole a causa di un incidente: è andato a fuoco un camion che trasportava carta. L’inferno nelle stazioni ferroviarie, c’è stato un problema e i treni avevano fra 100 e 250 minuti di ritardo.

Dico inferno, frusta metafora, con qualche assonanza col calore che abbiamo imparato a immaginare dalle fiamme letterarie degli inferni: Caronte, così si chiama l’anticiclone africano che passeggia da qualche tempo sulla penisola. Ma no, non c’è il cambiamento climatico, tranquilli, è un puro caso. Ha sempre fatto caldo d’estate, giusto? Questo porta a temperature fra 40 e 45 gradi, 60 percepiti.

Nelle stazioni non ci sono panchine, luoghi refrigerati, servizi minimi di assistenza a chi — con le valigie, in piedi, disidratato — debba attendere fra due e quattro ore il suo treno. A parte i fortunati possessori di tessera Freccia Club, parliamo di una esigua minoranza.

A mia memoria non ricordo un così ricorrente disastro nei ritardi dei treni, che di settimana in settimana sono oramai un terno al lotto: c’è sempre, ogni giorno, un nuovo inconveniente per cui non sai se partirai, se arriverai. Vedo che se ne parla sempre come un’emergenza del momento ma forse bisognerebbe cominciare a discuterne come di un problema di sistema. Senza fare ironia su quando c’era Lui. Pensiamo a ora che ci siamo noi.

Qualcosa non va, nel sistema ferroviario italiano? Cosa, se possiamo chiedere? Perché poi a casa, se rinunci giocoforza a partire, ci devi tornare a piedi: non ci sono taxi, una piaga con retrogusto di ricatto corporativo e talvolta criminale, che ormai persino gli influencer coreani hanno compreso e denunciato ai loro milioni di follower. Restiamo solo noi a fare i vaghi. I mezzi pubblici scioperano, di certo per ragioni legittime, quindi non ci sono autobus né metropolitane, nel rogo di calore. Ma torniamo alla giornata di venerdì, usciamo dall’Italia e torniamo nel mondo.

Qualcosa deve dirci, se non siamo diventati totalmente stolti, il fatto che il guasto di una multinazionale privata ci acciechi, ci assordi, ci privi della capacità di comunicare, di viaggiare, di fare un bonifico urgente. Di inviare una mail, di metterci in contatto con un figlio lontano e forse in difficoltà. Che ci fermi, totalmente, per un giorno. Lo schermo del computer, del telefono, è il mezzo attraverso cui viviamo: è lì che svolgiamo le nostre principali funzioni.

Davvero siamo assuefatti e rassegnati a questo? Davvero non siamo più capaci di far niente da soli, davvero vogliamo lasciare la rete globale in mano a tre-quattro giganti che ne traggono profitto? Lo so, più che retorica la domanda è tardiva. Non è mica da adesso che funziona così. I soldi, il profitto, i dati, tutto sappiamo. Solo che dopo il giorno del black out lo capiamo meglio. Cosa succederebbe se.

È come quando smetti di imparare a contare, di imparare a fare un fuoco, perché tanto non serve. Ma poi, vedi, arriva il giorno in cui serve. Non dico il giorno dell’Apocalisse, quello non ci darà il tempo di pensare al dopo. Dico il tempo di adesso, in cui il rimedio è ancora, forse, a portata di mano.

Ci sono quelli che dicono che bisogna consumare meno, spendere meno, aver bisogno di meno: sono molto irrisi, specie dalle specie vincenti. Le quali categorie, i populisti, i despoti, coincidono spesso con gli irrisóri: ma quale cambiamento climatico, ma quale emergenza sanitaria globale, quale problema. Non ci sono problemi. È tutto un bluff. Già. Però poi non diciamo che i segnali non c’erano stati.

Una piccola riflessione, sulla macchina senza freni sulla quale stiamo tutti viaggiando, la farei oggi. Oggi che forse, ma forse, ancora fermarsi e cambiare rotta volendo si può. Bisogna volerlo, appunto: non è piccola cosa ma è cosa nelle mani di ognuno di noi. Bisogna che ciascuno, un momento, ci pensi e lo voglia. Altrimenti decide Microsoft, o chiunque sia, e ciao.

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