✕

Elezioni Usa, l’incognita Kamala Harris

Ascolta l'audio

L’investitura da parte di Joe Biden della propria vice presenta, secondo la maggioranza degli analisti, più criticità che opportunità. Per tre ragioni
3 minuti di lettura

La benedizione di Joe Biden potrebbe essere la maledizione delle urne per Kamala Harris. Nonostante il boom di donazioni per i democratici dopo il lancio della sua campagna, l’investitura da parte del presidente della propria vice presenta, secondo la maggioranza degli analisti, più criticità che opportunità. Per tre ragioni.

La prima è che l’indicazione di Biden suona come un’incoronazione poco rispettosa della democrazia interna di un partito che deve essere invece un esempio e una bandiera delle regole democratiche contro il disprezzo mostrato da Trump e i rischi che deriverebbero da una sua rielezione.

Sia il New York Times, capofila della stampa liberal americana, che il Washington Post, giornale sempre molto influente nella capitale nonostante le recenti traversie della proprietà e della direzione, hanno puntato il dito su questa criticità nelle loro Opinion by the Editorial Board, gli editoriali non firmati che indicano la linea del giornale.

Entrambi hanno lodato Bide…

La benedizione di Joe Biden potrebbe essere la maledizione delle urne per Kamala Harris. Nonostante il boom di donazioni per i democratici dopo il lancio della sua campagna, l’investitura da parte del presidente della propria vice presenta, secondo la maggioranza degli analisti, più criticità che opportunità. Per tre ragioni.

La prima è che l’indicazione di Biden suona come un’incoronazione poco rispettosa della democrazia interna di un partito che deve essere invece un esempio e una bandiera delle regole democratiche contro il disprezzo mostrato da Trump e i rischi che deriverebbero da una sua rielezione.

Sia il New York Times, capofila della stampa liberal americana, che il Washington Post, giornale sempre molto influente nella capitale nonostante le recenti traversie della proprietà e della direzione, hanno puntato il dito su questa criticità nelle loro Opinion by the Editorial Board, gli editoriali non firmati che indicano la linea del giornale.

Entrambi hanno lodato Biden per la decisione di ritirarsi. “Ha fatto quello che Trump non farà mai: anteporre l’interesse nazionale al suo orgoglio e alla sua ambizione”. Ma hanno criticato il presidente per aver mancato un’occasione con l’investitura di Kamala Harris: quella di “creare l’opportunità per un reset non solo per i democratici, ma per gli Stati Uniti in generale, attraverso una sana competizione per la nomination” , come ha scritto il Post.

Ancora più netto il Times, secondo il quale ci sono altri politici in grado di competere con Trump e vincere, mentre scegliere un candidato senza una vera gara equivale a mettere il partito di fronte “all’unzione di un portabandiera”, che è esattamente quello che non piace alla maggioranza dei Democrats e degli indipendenti.

È vero che il tempo è poco e che Biden si è deciso troppo all’ultimo momento. Ma, sempre secondo il New York Times, c’è ancora margine per creare un consenso aperto e democratico prima che la convention cominci il 19 agosto. Bisogna però anche riconoscere che i precedenti non sono di buon auspicio per i candidati “tardivi”. Basti ricordare quello di Hubert Humphrey, che si sfracellò contro Nixon nel 1968 dopo aver rimpiazzato Lyndon Johnson (e anche quella volta la convention si tenne a Chicago), che pure si era ritirato ben cinque mesi prima di Biden.

La seconda criticità della candidatura della vicepresidente è che finora è sempre andata peggio di Biden nell’opinione della grande maggioranza dei potenziali votanti, perdendo nettamente contro Trump in tutti i sondaggi nazionali e negli Stati-chiave.

Ad esempio nel più recente sondaggio New York Times/Siena College in Pennsylvania soltanto il 42 per cento degli interpellati si è espresso favorevolmente per Kamala Harris, contro il 46 per cento in favore di Trump (e prima delle elezioni del 2020, Biden nello stesso Stato aveva raggiunto il 50 per cento).

Frank Luntz, un sondaggista e analista politico, ha raccontato di aver moderato la scorsa settimana un focus group di elettori indecisi: nessuno di loro voleva Biden per la nomination democratica per ragioni di età, ma uno solo ha indicato Harris come alternativa mentre tutti gli altri hanno scelto nomi diversi. Il sondaggista ha precisato che il suo gruppo di indecisi ha mostrato avversione sia per Biden che per Trump e che la scelta alle urne sarebbe dipesa da chi, secondo i partecipanti, “avrebbe fatto meno danni al Paese”.

E qui si aggiunge un altro elemento di difficoltà per Kamala Harris, al di là della sua scarsa popolarità e dei giudizi negativi sul suo lavoro da vicepresidente. Lo ha ben descritto Nate Cohn sul New York Times: Harris è ancora percepita “come parte dell’amministrazione Biden e si scontrerà con le stesse sfide con le quali si è confrontato Biden e non è affatto chiaro che sia meglio attrezzata per affrontarle”. E il fatto di essere stata “incoronata” dallo stesso Biden certo non l’aiuta nella percezione degli elettori.

La terza criticità della candidatura di Harris è che, ancora più di Biden e delle sue debolezze fisiche, si presta agli attacchi di Trump e del suo scatenato compagno di ticket, J.D. Vance. Ancora prima che Biden decidesse di ritirarsi, i commentatori dell’estrema destra americana avevano già anticipato che Harris sarebbe potuta essere la prima “presidente DEI”, cioè arrivata al vertice della politica non per i suoi meriti ma per promuovere “diversità, eguaglianza e inclusione”.

Come ha osservato Gideon Rachman sul Financial Times, “per i repubblicani DEI è l’epitome di quella politica woke, che ha indebolito gli Stati Uniti e ha creato discriminazione nei confronti degli uomini bianchi”. E ha ricordato, per indicare quali potranno essere i toni della campagna contro Kamala Harris, che quando Trump è entrato nel teatro della convention repubblicana per ascoltare il discorso di Vance è stato accompagnato dalle note della canzone It’s a Man’s World.

Di fronte a queste criticità è difficile dire quale sia la migliore soluzione per superarle: se una convention chiusa o una convention aperta (che rischierebbe, però, di indebolire Harris con una lotta fratricida). Non ci sono precedenti con i quali confrontarsi per cercare di capire come andrà a finire quella che sembra una puntata della serie televisiva House of Cards.

Leggi i commenti