Ora a Meloni serve un colpo d’ala
di Stefano FolliPer certi aspetti è il momento più difficile per Giorgia Meloni dalla nascita del suo governo. Lo è perché coinvolge la politica estera ed europea, nonché l’Alleanza Atlantica che per la premier è stata una priorità fin dall’inizio del mandato: non va dimenticato che l’esecutivo di centrodestra ha preso forma nell’autunno del ’22 con la guerra in Ucraina già in corso e con essa ha convissuto.
Ora la maggioranza si è divisa: ai due poli opposti Tajani e Salvini sono divisi sul voto pro e contro Ursula von der Leyen presidente della Commissione: il che non è un normale distinguo ma implica un giudizio molto diverso sull’Unione, le sue politiche, le sue prospettive.
Sappiamo che il gruppo della premier ha espresso anch’esso voto contrario, ma in questo caso ci si è sforzati di circoscrivere il dissenso per non pregiudicare i rapporti futuri. Di fatto, il minimo che si potesse fare per limitare i danni, dopo lunghi mesi in cui Palazzo Chigi ha agito per includere l’Italia nell’es…
Per certi aspetti è il momento più difficile per Giorgia Meloni dalla nascita del suo governo. Lo è perché coinvolge la politica estera ed europea, nonché l’Alleanza Atlantica che per la premier è stata una priorità fin dall’inizio del mandato: non va dimenticato che l’esecutivo di centrodestra ha preso forma nell’autunno del ’22 con la guerra in Ucraina già in corso e con essa ha convissuto.
Ora la maggioranza si è divisa: ai due poli opposti Tajani e Salvini sono divisi sul voto pro e contro Ursula von der Leyen presidente della Commissione: il che non è un normale distinguo ma implica un giudizio molto diverso sull’Unione, le sue politiche, le sue prospettive.
Sappiamo che il gruppo della premier ha espresso anch’esso voto contrario, ma in questo caso ci si è sforzati di circoscrivere il dissenso per non pregiudicare i rapporti futuri. Di fatto, il minimo che si potesse fare per limitare i danni, dopo lunghi mesi in cui Palazzo Chigi ha agito per includere l’Italia nell’establishment europeo e non certo per farsi isolare insieme alle sigle più o meno anti-sistema.
Su tale passaggio si è scritto tanto. Come si è scritto sul mancato riconoscimento all’Italia da parte della Nato. Una posizione di prestigio nell’area mediterranea era attesa dal segretario uscente Stoltenberg, che invece ha preferito gli spagnoli. La reazione italiana è stata aspra e il ministro della Difesa, Crosetto, ha parlato di «un affronto personale». Un linguaggio che di solito si evita, almeno in pubblico, segno che la premier Meloni considera inaccettabile il colpo ricevuto dal vertice dell’Alleanza.
Non c’è un nesso diretto tra i due episodi (voto Von der Leyen e nomina Nato) eppure una certa opinione pubblica tende a collegarli. Quanto meno l’impressione generale è che l’Italia sia un po’ in affanno proprio nel campo in cui si sentiva più forte: la politica estera, il rapporto con il presidente Biden ora fuori gioco, l’aver individuato un ruolo proprio nella proiezione verso il “fianco Sud” dell’alleanza. In vista di quelle coste dell’Africa settentrionale destinate ad assumere un profilo via via maggiore nelle intenzioni del governo: la guerra agli immigrati clandestini, certo, ma anche il famoso “piano Mattei” da rendere concreto.
A tutto c’è rimedio, si potrebbe dire, ma una questione politica di fondo rimane. Una maggioranza che si divide sull’Europa e sulla Nato non è un fattore di stabilità, non offre quelle garanzie che finora sono state il punto di forza di Giorgia Meloni agli occhi di partner e alleati.
Tanto più che un altro interrogativo è legittimo, per quanto riguarda la Nato: quanto ha pesato nella decisione di Stoltenberg la presenza nel governo italiano come vicepremier di un filo-Putin quale è Salvini, nonché di alcuni dei personaggi da lui portati nel Parlamento europeo?
Forse poco, ma di sicuro non ha giovato. Anche perché il calcolo abbastanza modesto del capo leghista (accreditarsi presso Trump come amico dei russi) assomiglia a un fallimento annunciato. Il probabile futuro presidente non ha bisogno di un medio-piccolo partito italiano per tessere una tela internazionale.
Sta di fatto che alla presidente Meloni tocca riparare in fretta le lacerazioni della sua maggioranza. Il motivo è ovvio. La polemica di Tajani (Forza Italia) contro Salvini farà presto, alla prossima occasione, a trasformarsi in una critica rivolta alla premier. E la Lega a quest’ultima non offrirà il conforto della solidarietà. Ci si attende quindi da Giorgia Meloni uno sforzo di mediazione, per certi aspetti, ma soprattutto un colpo d’ala per rimettersi in gioco prima che sia tardi.