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Chi minaccia la democrazia

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“Il potere di un popolo informato”: non è possibile non entusiasmarsi davanti a questa magistrale sintesi di Alexis de Tocqueville, e fatta propria ieri dal presidente Mattarella nel suo discorso alla stampa parlamentare
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“Il potere di un popolo informato”. La conoscenza e il sapere che escono dalle torri d’avorio e diventano proprietà di tutti i cittadini, padroni di sé perché capaci di comprendere il mondo in cui vivono. Non è possibile non entusiasmarsi davanti a questa magistrale sintesi del più alto ideale politico dell’età moderna. Una sintesi dovuta a un liberale dell’Ottocento, Alexis de Tocqueville, e fatta propria ieri dal presidente Mattarella nel suo discorso alla stampa parlamentare alla cerimonia del Ventaglio.

La politica come espressione pratica di un sapere diffuso non è solo una pretesa liberale - “conoscere per deliberare” è stato il motto di Luigi Einaudi - ma è anche un’esigenza democratica. Tutti i cit…

“Il potere di un popolo informato”. La conoscenza e il sapere che escono dalle torri d’avorio e diventano proprietà di tutti i cittadini, padroni di sé perché capaci di comprendere il mondo in cui vivono. Non è possibile non entusiasmarsi davanti a questa magistrale sintesi del più alto ideale politico dell’età moderna. Una sintesi dovuta a un liberale dell’Ottocento, Alexis de Tocqueville, e fatta propria ieri dal presidente Mattarella nel suo discorso alla stampa parlamentare alla cerimonia del Ventaglio.

La politica come espressione pratica di un sapere diffuso non è solo una pretesa liberale - “conoscere per deliberare” è stato il motto di Luigi Einaudi - ma è anche un’esigenza democratica. Tutti i cittadini hanno il diritto di essere messi in grado di orientarsi, di decifrare i propri interessi, di esprimere le proprie esigenze, di rivendicare identità, di esercitare, nella più ampia sfera pubblica trasparente e dinamica, un sapere politico. Un sapere che non si nutre di dogmi né di unanimismi, che non sopporta censure, autoritarismi, narrazioni ideologiche falsificazioni sistematiche, e neppure si alimenta di reazioni rabbiose, di odi preconcetti, di compiaciuta intolleranza. Tanto il potere che minaccia dall’alto quanto il furioso accecamento dal basso - peraltro spesso mescolati - sono nemici dell’esercizio libero di quel sapere diffuso, che deve essere critico e anche aspramente dialettico, ma che deve mantenere una capacità conoscitiva e comunicativa. Che deve consentire uno sguardo - parziale, certo - sulla realtà, e non essere una deliberata invenzione, un mondo immaginario popolato di fantasmi e di mostri. È evidente che la libertà di informazione, fatta di analisi, di approfondimenti, di punti di vista plurali apertamente assunti e dichiarati, è il prerequisito di quel sapere diffuso, di quel sale della democrazia che è l’opinione pubblica.

La libertà di chi è informato dipende infatti dalla libertà di chi informa, dalla libertà del sistema informativo dalle minacce e dalle pressioni, da qualsiasi parte provengano, di qualunque natura siano. È questo il motivo della precisazione di Mattarella sulla rilevanza costituzionale della libera stampa. Una precisazione non generica ma pertinente e attuale, in una realtà sociale e politica segnata da molteplici indizi di spostamento della democrazia liberale verso la democrazia illiberale, o post-liberale. Non a caso, infatti, il presidente ha fatto riferimento ai rischi in cui oggi incorre la libera informazione, con una esplicita citazione dei fatti di Torino e delle distorsioni e falsificazioni generate dalla conflittualità incontrollata e dalle interessate manipolazioni. Si tratta di un trend riconosciuto con allarme anche della Commissione della Ue, che nel rapporto sullo Stato di diritto allinea una notevole quantità di rilievi sul nostro Paese. A partire dalla riforma Nordio e dall’emendamento Costa, per giungere ai crescenti rischi di querela per diffamazione e di più o meno aperte intimidazioni, e con riferimento al pluralismo nel sistema radiotelevisivo, l’Italia è criticata con puntualità. E ai problemi inerenti il sistema dell’informazione si sommano, tra gli altri, quelli che derivano dalla riforma costituzionale sul premierato elettivo. Non si tratta di una indebita confusione, di una informe congerie di criticità: tutto si tiene, in un processo complessivo di restringimento degli spazi di partecipazione e di confronto plurale, che rafforza il vertice monocratico del potere esecutivo e indebolisce, oltre che le prerogative del Capo dello Stato, anche il ruolo politico del parlamento e dei partiti, cioè di quelli che sono tradizionalmente i presidi, insieme alla stampa, delle democrazie liberali. È la sfera pubblica nel suo complesso a essere minacciata: l’informazione pilotata o deformata, sempre più affrettata e sempre meno approfondita e critica, cioè sempre meno libera; il sistema istituzionale sempre più semplificato e disintermediato, sempre più esposto a un mix di feroce conflitto populistico e di controllo dall’alto; tutto ciò corrisponde a una società sempre più esasperata e incapace di trovare un equilibrio, di individuare una cifra politica in cui esprimere consapevolmente le proprie interne tensioni e in cui formulare con chiarezza le proprie aspirazioni. Dalle parole di Mattarella e da quelle della Ue emerge la percezione del rischio concreto che il nostro Paese si allontani dalla democrazia liberale e dallo Stato di diritto, e vada verso una società senza voce e senza fondamenti istituzionali. In cui essere manipolati sia sempre più facile, ed essere cittadini sia sempre più difficile. Ed è per contrastare questo processo che il ruolo critico della libera informazione non è mai stato tanto vitale per la democrazia.

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