A novembre gli americani non voteranno solo per due candidati agli antipodi della politica, ma anche per un futuro dell’economia che la destra di Donald Trump e la sinistra di Kamala Harris vedono in modo diametralmente opposto, sia sul piano dei rapporti geoeconomici che su quello delle scelte a breve termine.
Non c’è dubbio che il pacchetto a breve di Donald Trump, meno tasse e meno regole, è intuitivamente più attraente per l’americano medio e per un certo mondo degli affari rispetto a quello di Kamala Harris. La nuova presunta candidata alla presidenza seguirà infatti il tracciato di Joe Biden, favorevole a più tasse e più regole, fino a incoraggiare Lina Khan dell’Agenzia per la Concorrenza (Ftc) a proporre lo smembramento di alcuni dei colossi hi-tech.
Sul piano geoeconomico a medio lungo termine il piano Trump potrebbe però portare anche a pericolose svolte strutturali nei rapporti economici internazionali — chiusura, guerre commerciali, incertezze sui contratti intern…
A novembre gli americani non voteranno solo per due candidati agli antipodi della politica, ma anche per un futuro dell’economia che la destra di Donald Trump e la sinistra di Kamala Harris vedono in modo diametralmente opposto, sia sul piano dei rapporti geoeconomici che su quello delle scelte a breve termine.
Non c’è dubbio che il pacchetto a breve di Donald Trump, meno tasse e meno regole, è intuitivamente più attraente per l’americano medio e per un certo mondo degli affari rispetto a quello di Kamala Harris. La nuova presunta candidata alla presidenza seguirà infatti il tracciato di Joe Biden, favorevole a più tasse e più regole, fino a incoraggiare Lina Khan dell’Agenzia per la Concorrenza (Ftc) a proporre lo smembramento di alcuni dei colossi hi-tech.
Sul piano geoeconomico a medio lungo termine il piano Trump potrebbe però portare anche a pericolose svolte strutturali nei rapporti economici internazionali — chiusura, guerre commerciali, incertezze sui contratti internazionali alla base del capitalismo americano — minando la leadership globale degli Usa rispetto alla visione Biden/Harry. Di più, le scelte in materia commerciale e fiscale non risolveranno uno dei problemi chiave per l’americano medio, la diseguaglianza dei redditi.
Ma del lungo termine l’elettorato si preoccupa meno. A breve è il “bagaglio” della piattaforma Biden che Kamala Harris si porta dietro ad essere pesante, a partire dall’inflazione per arrivare a regole dure, ad esempio sull’estrazione di carburante fossile che Trump eliminerà. Inoltre, l’aumento delle tasse in genere, di quelle sui guadagni di capitale (che avrebbero un effetto regressivo), di una legittimazione di certe categorie di immigrati e di maggiore lassismo di quel che promette Trump ai confini non aiuterà Harris. Tanto più che le sue radici californiane la pongono parecchio più a sinistra di Biden. Su disavanzo e debito pubblico crescente nessuno per ora ha una ricetta, ma i mercati non sembrano essere preoccupati.
Ci sono anche alcuni paradossi. Il primo riguarda l’inflazione, tema che più preoccupa l’americano medio: se Harris è sotto attacco dei repubblicani, Trump potrebbe peggiorarla. Harris può vantare crescita buona, disoccupazione al minimo e Borse ai massimi. Ma sull’inflazione i democratici rispettano l’autonomia della Fed e le politiche monetarie restrittive che hanno già avuto risultati. Trump invece vuole limitare l’autonomia di una Fed che opera nell’interesse della Nazione e non di questo o quel partito.
Soprattutto, a fronte dell’isolazionismo in politica estera, vuole rafforzare il protezionismo economico: utilizzerà la sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, che autorizza tariffe per ragioni di sicurezza nazionale, per portare al 60% il dazio medio sulle importazioni dalla Cina. Per poi eliminare del tutto le importazioni non indispensabili. Un forte danno per i consumatori americani.
Se a questo aggiungiamo la promessa di rimpatriare milioni di immigrati e chiudere i confini, privando le aziende di forza lavoro già scarsa, le conseguenze inflazionistiche sull’economia americana potrebbero essere preoccupanti a partire dal 2027. In media il costo del lavoro manuale è aumentato anche del 50% rispetto al periodo pre Covid, ma è poi rimasto stabile grazie al costo minore del lavoro di immigrati illegali non qualificati.
La piattaforma democratica, invece manterrà l’autonomia della Fed, manterrà tariffe sulla Cina elevate, ma non impossibili, non introdurrà un 10% aggiuntivo di dazi per ogni importazione (incluse dunque quelle dall’Italia), non deporterà milioni di immigrati illegali che aiutano a soddisfare la forte domanda di lavoro in America e lascerà invariati gli equilibri di mercato internazionali e quelli nelle organizzazioni multilaterali. Ma tasse e regole non aiuteranno Harris a vincere a novembre contro Trump, obiettivo centrale per una buona parte del mondo degli affari più illuminato e per metà dell’opinione pubblica americana.
Ecco perché alcuni miliardari sostenitori del partito democratico restano alla finestra. Tra questi Vinod Khosla (Sun Microsystems), Reed Hastings (Netflix) o Mike Bloomberg, pronto a donare alla campagna democratica fino a 200 milioni di dollari secondo quanto mi dicono fonti attendibili. Costoro chiedono che ci sia almeno la parvenza di una vittoria legittima di Harris, di una vittoria bottom up, guadagnata contro un manipolo di altri candidati piuttosto che una nomina top down, per giunta annunciata da “vecchi” del partito, come lo stesso Biden, che ha confermato il suo appoggio a Kamala Harris, Nancy Pelosi e Bill Clinton, tutti ottantenni o quasi.
Ma questa opportunità, che avrebbe energizzato la base, introdotto elementi di novità, cambiamento e moderazione, ad esempio sulle tasse, oggi è sfumata. Si voterà per la visione di Harris contro quella di Trump.