La resa di Toti, che si dimette dopo aver scagliato idealmente la stampella contro magistrati e alleati, ha un vago sapore allegorico e quasi oracolistico per una destra italiana troppo convinta della sua invincibilità. L’ormai ex governatore, dopo ottanta giorni ai domiciliari, lascia la presidenza della Regione dicendosi certo che la sua coalizione «saprà fare tesoro della sinergia tra i partiti e le forze civiche».
Parla della sua Liguria, ma l’appello suona bene anche per l’Italia. La sua ascesa e la sua caduta incrociano i destini delle tre destre al potere, in un continuo alternarsi delle trame con Giorgia e dei ticket con Matteo, dei garantismi di Crosetto e dei jemenfoutismi di Scajola.
Con Toti, al dunque, frana un po’ anche la presunta compattezza dell’asse FdI-Lega-Forza Italia. Meloni ha palesemente perduto il tocco magico. Sembrava quasi la nuova Merkel, dopo l’apparente successo dei suoi Fratelli nel voto europeo del 9 giugno e la tronfia esibizione da padrona del mond…
La resa di Toti, che si dimette dopo aver scagliato idealmente la stampella contro magistrati e alleati, ha un vago sapore allegorico e quasi oracolistico per una destra italiana troppo convinta della sua invincibilità. L’ormai ex governatore, dopo ottanta giorni ai domiciliari, lascia la presidenza della Regione dicendosi certo che la sua coalizione «saprà fare tesoro della sinergia tra i partiti e le forze civiche».
Parla della sua Liguria, ma l’appello suona bene anche per l’Italia. La sua ascesa e la sua caduta incrociano i destini delle tre destre al potere, in un continuo alternarsi delle trame con Giorgia e dei ticket con Matteo, dei garantismi di Crosetto e dei jemenfoutismi di Scajola.
Con Toti, al dunque, frana un po’ anche la presunta compattezza dell’asse FdI-Lega-Forza Italia. Meloni ha palesemente perduto il tocco magico. Sembrava quasi la nuova Merkel, dopo l’apparente successo dei suoi Fratelli nel voto europeo del 9 giugno e la tronfia esibizione da padrona del mondo e Regina di tutte le Puglie al G7 di Borgo Egnazia.
Un mese e mezzo dopo, il clima è cambiato. E dopo la stupefacente disfatta autoinflitta a se stessa e al Paese nella partita delle nomine comunitarie, si ritrova di nuovo nei panni dimessi della Calimera d’Europa. Piccola e nera, esclusa da quelle «forze democratiche che ci hanno consentito di avere una maggioranza per un’Unione più forte», come ha detto Von der Leyen dopo la rielezione. Il partito meloniano, con tutta evidenza, non fa parte di quelle «forze democratiche». È “altro” ed è fuori dal nucleo duro dei partner che nel bene o nel male governeranno il Continente per i prossimi cinque anni.
E ne pagherà il prezzo, a dispetto delle mani avanti che la premier aveva provato a mettere dopo il voltafaccia all’ex amica Ursula: «Sarebbe vergognoso se ce la facessero pagare…». Da quel che vediamo nelle prime scelte sugli incarichi Nato e sulle Commissioni, purtroppo, è esattamente quello che sta accadendo.
La tela strappata da Meloni a Bruxelles non ha solo rivelato al famoso «globo terracqueo» quel che a noi era già chiaro: la sua vera natura di leader di una destra al cubo, codina e post-missina, reazionaria e autoritaria, insieme alla sua indisponibilità politico-ideologica a compiere quel sano processo di de-diabolisation identitaria che prima e insieme a lei ha fallito anche Marine Le Pen in Francia. Altri — sempre pronti a banalizzare e a perdonare tutto ai nostalgici di Nonno Benito e ai nipotini di Zio Almirante — si illudevano che la svolta “moderata” fosse dietro l’angolo. Non è così.
E non passa giorno che non dimostri che quell’abiura — all’UberMadchen di Palazzo Chigi tornata troppo presto Underdog della Garbatella — gliela impediscono i misfatti dei suoi «splendidi ragazzi»: dalle aggressioni squadriste di CasaPound contro il giornalista Andrea Joly, alle farneticazioni giustificazioniste di Ignazio La Russa.
E a sanare queste vergogne — che in qualunque altro Paese normale metterebbero fuorilegge l’organizzazione parafascista e fuorigioco la seconda carica dello Stato — non bastano i due principi fondamentali e costituzionali che ancora una volta ha ribadito Sergio Mattarella: la democrazia è potere di un popolo informato, gli atti contro l’informazione sono sempre eversivi.
E nemmeno le pezze a colori e le fricassee normative spacciate per «rivoluzioni storiche»: le false sforbiciate alle liste d’attesa negli ospedali varate senza un euro, le grottesche «lenzuolate» salviniane sulla concorrenza dove invece di liberalizzare si pubblicizzano i pedaggi, le finte patacche meridionaliste come le Zone Economiche Speciali, le veline farlocche passate ai giornali per annunciare la sempreverde “privatizzazione della Rai”.
Adesso, però, c’è di più. Pare quasi che l’autodafè meloniana in Europa risuoni come parziale “liberi tutti” tra gli alleati. Stracciato il velo di Maya dal volto di Giorgia, sulla quinta della coalizione diventano visibili le crepe che rendono problematiche quelle «sinergie tra i partiti» di cui parla Toti.
C’è la crepa di Fratelli d’Italia, che deve decidere se mandare a Bruxelles Fitto (uno dei soli tre ministri decenti dello sgangherato dream-team) e approfittarne per un rimpasto, magari sacrificando gli impresentabili tipo Santanchè o Delmastro.
C’è la crepa della Lega, che continua a fare filibustering a manetta, tra multe tragicomiche per l’uso del femminile nelle cariche pubbliche e trovate surreali sul “Berlusconi Malpensa” (che detto così ha persino un suo fascino), proposte astruse sul canone Rai e purghe giorgettiane alla Ragioneria dello Stato e all’Agenzia delle Entrate.
C’è la crepa di Forza Italia, soprattutto: scosso dal gancio sinistro di Marina e dal diretto al corpo di Pier Silvio — che con due interviste durissime hanno ricordato al partito che i Berlusconi non sono solo i custodi dell’amatissima salma — Antonio Tajani ha cominciato ad alzare la voce. Su Von der Leyen, sullo scioglimento di CasaPound e soprattutto sull’Autonomia Differenziata, che insieme al Premierato (e ovviamente alla manovra d’autunno) è diventato quasi un banco di prova per la tenuta della maggioranza.
Il ministro degli Esteri che in Cdm si oppone a Calderoli sul trasferimento alle Regioni delle competenze sul commercio estero, il governatore della Calabria Occhiuto che chiede «fermiamo tutto» e avverte «al referendum la stragrande maggioranza del Sud voterà contro l’Autonomia Differenziata». Prove tecniche di “Intifada Azzurra”, ma su una legge-feticcio irrinunciabile per il Carroccio.
La campagna referendaria appena iniziata può diventare una via crucis per la maggioranza la via maestra per l’opposizione. La prima può trovarci il suo Golgota, la seconda il suo riscatto. Una legge già approvata dal Parlamento, che spacca in due il Paese, toglie 75 miliardi di risorse al Sud, distrugge il Servizio Sanitario Nazionale e la scuola pubblica, è un Totem per il partito padano che fu di Miglio e Bossi, ma dovrebbe essere un Tabù per un partito romano, sovranista e statalista, che ha fatto della Nazione il suo marchio identitario. Quattro Regioni hanno già chiesto di acquisire le competenze per le quali non occorre l’indicazione dei famosi Livelli Essenziali di Prestazione.
Meloni potrebbe essere tentata di fermare la macchina, anche se questo farebbe scoppiare subito la “sindrome del Papeete” di Capitan Matteo. Ma la premier non può sottovalutare il pericolo che il referendum su una materia così esplosiva diventi la prima di una serie di sconfitte elettorali (alla quale seguirebbe fatalmente la seconda, quella sul referendum costituzionale per l’elezione diretta del presidente del Consiglio). Di qui, latente ma presente, la tentazione di giocare d’anticipo, far saltare il banco, aprire la crisi politica e andare a elezioni anticipate. Con la speranza di vincere l’intera posta e sbaragliare fratelli-coltelli e parenti-serpenti.
La sinistra, in questo marasma, ha un’occasione imperdibile. La battaglia sui referendum investe i valori fondanti di un “campo largo” che può fare della Costituzione il suo fertilizzante, il suo humus e insieme il suo raccolto. Ma anche per l’opposizione c’è un’incognita da non trascurare.
Se nel quesito sull’Autonomia Differenziata c’è un Sud che grida no, ci può essere anche un Nord che vota sì. E prima ancora di questo, c’è la mucca in corridoio del quorum, cioè il voto di almeno il 50 per cento degli aventi diritto, senza il quale la consultazione è nulla. I precedenti sono sfavorevoli. Dal ’46 ad oggi, il quorum c’è stato per 39 referendum su 72. Gli ultimi appuntamenti sono falliti: tra il 2000 e il 2010 si è votato 14 volte, e il “50 più uno” non si è mai raggiunto. L’ultimo trionfo referendario c’è stato sui quattro quesiti per l’acqua pubblica, il 12 giugno 2011. Da allora più niente.
Il dramma è la disaffezione democratica, il crollo della partecipazione. Alle ultime elezioni europee, su 49,6 milioni di aventi diritto, gli italiani che hanno deposto la scheda nell’urna sono stati 23 milioni. Gli altri 26,6 milioni sono rimasti a casa o sono andati al mare.
Questo significa una cosa sola: per poter vincere il referendum su questa scellerata riforma “Spacca-Italia”, il Front Populaire di casa nostra e i comitati promotori devono riuscire a portare ai seggi più di 25 milioni di cittadini. È un’impresa titanica. Ma non impossibile, se Schlein e Conte, Fratoianni e Bonelli, Renzi e Calenda escono dall’adolescenza ed entrano nell’età adulta. Ma il resto lo deve fare la società civile, se ha davvero a cuore la libertà e la democrazia.