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La sinistra italiana e Macron tra luci e ombre

Emmanuel Macron con la moglie Brigitte (afp)

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Il punto del 2 luglio 2024
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Pur con tutte le evidenti differenze istituzionali, mai come in questi giorni gli italiani guardano alla Francia. Da destra e da sinistra. Si è capito che la strategia di Macron è stata sottovalutata. Nonostante tutto esiste, benché il risultato sia incerto. Domenica sera, oppure lunedì 8 luglio, si capirà se il presidente è stato travolto dagli eventi; o se invece ha indovinato il colpo di dadi che gli permette di conservare quasi intatto il suo potere, avendo impedito la maggioranza assoluta al Rassemblement di Marine Le Pen in favore di un improbabile “fronte repubblicano” tenuto insieme da un unico collante: l’avversione verso la destra le cui lontane radici sono a Vichy e non tra i seguaci del generale De Gaulle.

Naturalmente tutto ha un prezzo e Macron lo sta pagando. Ha costruito la sua vita politica intorno a un principio liberaldemocratico e trasversale, ostile a una sinistra vecchio stile ormai incapace — nella sua visione — di proporre una cultura di governo. E oggi si…

Pur con tutte le evidenti differenze istituzionali, mai come in questi giorni gli italiani guardano alla Francia. Da destra e da sinistra. Si è capito che la strategia di Macron è stata sottovalutata. Nonostante tutto esiste, benché il risultato sia incerto. Domenica sera, oppure lunedì 8 luglio, si capirà se il presidente è stato travolto dagli eventi; o se invece ha indovinato il colpo di dadi che gli permette di conservare quasi intatto il suo potere, avendo impedito la maggioranza assoluta al Rassemblement di Marine Le Pen in favore di un improbabile “fronte repubblicano” tenuto insieme da un unico collante: l’avversione verso la destra le cui lontane radici sono a Vichy e non tra i seguaci del generale De Gaulle.

Naturalmente tutto ha un prezzo e Macron lo sta pagando. Ha costruito la sua vita politica intorno a un principio liberaldemocratico e trasversale, ostile a una sinistra vecchio stile ormai incapace — nella sua visione — di proporre una cultura di governo. E oggi si trova a stringere un’alleanza proprio con Melenchon, il rappresentante emblematico di quella sinistra, non per caso suo nemico giurato. Alleanza che implica la rinuncia dei candidati centristi di “Ensemble” che si sono piazzati al terzo posto con almeno il 12,5 per cento, stretti nella tenaglia destra-sinistra. È vero che vale anche l’opposto: il candidato del “fronte popolare” dovrebbe desistere se c’è un macroniano al secondo posto. Ma quanti saranno costoro? Non molti. Del resto, se tutto il gioco anti Le Pen/Bardella passa attraverso le “desistenze”, cioè la rinuncia del terzo incomodo, lo scotto implicito è la fine non tanto del “terzo polo” — espressione spesso vaga e poco convincente — quanto di ogni ipotesi di governo che non sia all’interno di una cornice radicalizzata. Sempre che le rinunce incrociate funzionino e gli elettori accettino di votare come hanno deciso i vertici.

Macron è stato il profeta, diciamo così, di uno schema che doveva unire la sinistra riformatrice e la destra modernizzante. Ora deve portare i suoi voti al massimalista Melenchon e agli altri del “fronte” nella speranza di essere ricambiato laddove è possibile. Si dirà: è la logica del doppio turno. In realtà non è solo quello. È la storia di un fallimento politico in un’Europa sfidata dalla guerra e dalle incertezze economiche. Rispetto all’Ucraina, Macron ha tenuto, come è noto, una linea intransigente, ispirando le iniziative della Commissione von der Leyen. Adesso però egli si unisce a una sinistra venata di antisemitismo nelle sue punte estreme. Mentre dall’altra parte c’è una destra che vuole essere accettata nella sua maturità, ma deve ancora dimostrare tutto.

E allora il dilemma francese interpella anche l’Italia. Senza doppio turno, le “desistenze” da noi vanno fatte prima del voto. È lo scenario verso cui si avvia il fronte Pd-5s-Avs: non proprio una proposta coerente di governo, bensì un patto anti-Meloni in cui fatalmente verranno risucchiati alcuni spezzoni del “centrismo di sinistra”, chiamiamolo così, che ha fallito la prova delle elezioni europee. Con una differenza e non da poco. In Francia le difficoltà di Macron sono ingigantite dalla presenza di un Melenchon, senza dubbio un populista di rango. Di lui in Italia non c’è l’equivalente, come dimostrano le disavventure di Conte, una figura minore destinata ad accasarsi nel Pd di Elly Schlein: beninteso, riservandosi il diritto di compiere qualche azione di guerriglia. Ma a Roma come a Parigi si va verso una fase più radicale. Vedremo se danneggerà Le Pen e Meloni, oppure finirà per rafforzarle.

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