Lo scambio di prigionieri fra Russia e Stati Uniti, senza precedenti per numero di persone e di Paesi coinvolti, potrebbe essere il segnale che qualcosa sta muovendosi tra Mosca e Washington per arrivare a una soluzione diplomatica anche nella guerra in Ucraina. In apparenza, l’accordo che ha portato alla liberazione del corrispondente del Wall Street Journal Evan Gershkovich e di altri numerosi detenuti nelle carceri russe, in cambio di un killer dei servizi segreti del Cremlino condannato per omicidio in Germania e di svariati agenti di Putin in prigione in Occidente, ricalca uno scenario già visto in passato, nella realtà del “ponte delle spie” a Berlino, divisa dal Muro durante la Guerra fredda, così come nella finzione narrativa dei romanzi di John le Carré. Ma nel caso odierno ci sono differenze e interrogativi che possono suggerire una svolta più ampia nel rapporto fra le due maggiori superpotenze nucleari, forse in grado di avviare un negoziato pure nel conflitto ucraino.
La prima differenza riguarda le dimensioni dello scambio di prigionieri. Vi sarebbero coinvolte 24 persone, detenute in più Paesi. per diverse ragioni. Quasi il doppio dei prigionieri liberati da Russia e America l’ultima volta che ci fu uno scambio collettivo, nel 2010, quando furono rilasciati in tutto 14 detenuti. I prigionieri scambiati stavolta non sono equiparabili: da una parte un giornalista falsamente accusato di spionaggio e dissidenti che si battono per la libertà; dall’altra autentici colpevoli, processati nel rispetto della legge, tra i quali un assassino con le mani sporche di sangue (sebbene il presidente russo lo abbia definito “un patriota”). Ma i numeri sono tali da definire comunque questo scambio una mossa all’insegna della reciproca distensione: un compromesso in cui ciascuna delle due parti ottiene qualcosa di importante.
Il secondo elemento degno di nota è che nel 2010, all’epoca dello scambio dei 14 prigionieri, le relazioni fra Usa e Russia erano di gran lunga migliori di quelle attuali: al Cremlino c’era temporaneamente Dmitrij Medveved, nei panni di presidente-marionetta manovrato dal premier-burattinaio Putin, capace di gesti amichevoli verso l’allora capo della Casa Bianca Barack Obama, nonostante due anni prima Mosca avesse invaso una regione della Georgia, preludio della successiva invasione dell'Ucraina. Oggi Biden e Putin usano un linguaggio ben più rude uno con l’altro, tra accuse americane al russo di essere uno spregevole dittatore e minacce russe all’americano di essere pronto a ricorrere alle armi atomiche. Se a dispetto di questo Washington e Mosca portano a compimento uno scambio di prigionieri di tale portata, significa che fra loro esistono canali riservati di dialogo assai più pragmatici.
E questo conduce a un interrogativo: quale interesse avrebbe Putin a dialogare con Biden, proprio ora che il presidente americano ha ritirato la sua candidatura alla rielezione? Non sarebbe nell’interesse di Putin aspettare il risultato delle presidenziali prima di liberare il giornalista del Wall Street Journal e altri detenuti, magari per poter fare un regalo bene augurante a Trump, se fosse il repubblicano a prevalere, in cambio di suoi futuri favori? Al Cremlino non sarà sfuggito che il candidato repubblicano alla vicepresidenza, J.D. Vance, ha detto in una intervista che l’Ucraina del futuro dovrebbe essere «indipendente ma neutrale», proprio come auspica la Russia. Ma non è escluso che sia invece la democratica Kamala Harris, attuale vicepresidente di Biden, a vincere la corsa alla Casa Bianca. Ed è noto che, come rivincita per il ritiro che gli è stato imposto, Biden ci terrebbe a finire la propria presidenza con un grande exploit, mettendo fine ad almeno una delle due guerre che fanno tremare il mondo: a breve termine, quella in Ucraina sembra più risolvibile di quella in Medio Oriente. In ogni crisi c’è un’opportunità: sia Putin che Biden potrebbero pensare che il momento giusto per voltare pagina sia adesso, prima che i cacciabombardieri F-16 americani dati a Kiev cambino l’equilibrio militare o che Mosca alzi la posta per rispondere. Passando da uno scambio di prigionieri a un cambio di rotta nella guerra in Ucraina.