Olimpiadi, chi vince davvero
di Concita De GregorioE voi, preferite vincere o perdere? La più cretina delle domande, la più insensata delle polemiche ci tiene in ballo da una settimana. Ovunque considerazioni generalissime, conclusive. Ma guarda che meraviglia, siamo di fronte a una generazione nuova, finalmente non competitiva: non avvelenata dal desiderio di primeggiare, di nuovo sintonica con lo spirito olimpico, importante partecipare. Che bravi questi ragazzi che ridono quando perdono. Che belli.
La rivoluzione anticapitalista, la fine delle multinazionali del commercio globale e del consenso, i tiranni delle nostre esistenze, finalmente: non servivano le barricate, mettere a fuoco le paglie per strada, vedi? Non occorrevano più la Presa della Bastiglia e Masaniello. Nemmeno i flash mob, le vernici lavabili, spuntarsi i capelli in solidarietà con le ragazze impiccate e bastonate in Iran. Sottoscrivere appelli, firmare, aderire. Farsi democratica minoranza applaudita e virtuosa o talvolta, se in contesto critico, farsi uccid…
E voi, preferite vincere o perdere? La più cretina delle domande, la più insensata delle polemiche ci tiene in ballo da una settimana. Ovunque considerazioni generalissime, conclusive. Ma guarda che meraviglia, siamo di fronte a una generazione nuova, finalmente non competitiva: non avvelenata dal desiderio di primeggiare, di nuovo sintonica con lo spirito olimpico, importante partecipare. Che bravi questi ragazzi che ridono quando perdono. Che belli.
La rivoluzione anticapitalista, la fine delle multinazionali del commercio globale e del consenso, i tiranni delle nostre esistenze, finalmente: non servivano le barricate, mettere a fuoco le paglie per strada, vedi? Non occorrevano più la Presa della Bastiglia e Masaniello. Nemmeno i flash mob, le vernici lavabili, spuntarsi i capelli in solidarietà con le ragazze impiccate e bastonate in Iran. Sottoscrivere appelli, firmare, aderire. Farsi democratica minoranza applaudita e virtuosa o talvolta, se in contesto critico, farsi uccidere. No.
Bastava dire, per scardinare l’odioso Sistema: sono contenta, contento così. Ho vinto con me stessa, con me stesso. Bello, spettacolare. La frase dei calendari motivazionali che si vendono nei negozi equosolidali, dei baci perugina. Di Pasolini quando si ritirava dallo Strega (non voglio «rendermi complice» dell’industria della competizione orientata al puro consumo, dunque lascio la gara e la denuncio, era il 1968), di Danilo Dolci e Don Milani — conservate voi stessi, siate voi stessi, rispettate voi stessi — ma poi anche dei falò a Temptation Island, sono qui per trovare il vero me stesso, riscoprire me stessa, rispettarmi, imparare a volermi bene così come sono. Io, la mia identità, la mia vera me.
Il sestessismo, a seconda dei secoli, è stato sasso è stato molotov ed è stato melassa. È stato eversione, ribellione, tolleranza e invito all’altruismo, poi convenzione, lagna, minutissimo ombelicale egoismo. La misura di se stessi come misura di ogni cosa, è diventato infine. Dimmi cosa provi, però guarda in camera, l’operatore è qui. Sei on air, vai. La lagna.
Se fosse parametro di valutazione saremmo primi, nel medagliere olimpico. Il vittimismo. In modalità passivo-aggressiva, specialmente: non discuto, vi rispetto, tuttavia non posso resistere al plateale singhiozzo. Scaturisce da me, dalla mia triste storia. Penso a mio padre morto, alla mia infanzia infelice. Una scuola, quella italiana, che nel mondo non ce n’è.
Ma torniamo alla domanda cretina. Voi preferite vincere o perdere? Un terno al lotto, un gratta e vinci quando lo comprate (non si chiama gratta e perdi, del resto), una partita a scacchi domestica, una riffa al luna park, un imbarco se il volo è in overbooking, un buon risultato all’esame, un posto di lavoro a una selezione, una decennale contesa d’amore. Vincere credo, no? Poi si fa buon viso a cattiva sorte altrimenti, certo, ma se vinci ridi forte, dormi meglio.
È vero: non è una gara, non è una lotta, non è una battaglia la vita. Non devi per forza competere. Puoi decidere di non farlo, è ottima pratica assai consigliabile: non entrare in quel ring, in quel in perimetro feroce dove gli altri hanno gli occhi iniettati di sangue, ti sbeffeggiano se vai piano, ti dicono “ma veramente?” se resti tranquilla, se non accusi l’arbitro di avercela con te, se non insinui platealmente — sempre mortificandoti a occhi bassi, però — che l’avversario abbia barato. Se rinunci e ti ritiri, come Pasolini quella volta. Ma veramente?, ti chiedono. Sì, può darsi. Perché in effetti una cosa è la vita, un’altra la gara.
Se decidi di competere si suppone che tu abbia deciso di gareggiare, non di farti Buddha, Jane Goodall, di vivere in una foresta con gli oranghi, di spendere trent’anni da eremita per parlare agli orsi nutrendoti di bacche e bevendo acqua pluviale dalle foglie. Se gareggi, se vai alle Olimpiadi, si suppone che tu lo faccia per vincerle. Potevi restare in cameretta a scrivere versi per te stessa e fare Vipassana, se no. A chattare con la setta dei poeti estinti, se molto socievole.
Però ecco il punto, dopo questa lunga, vi chiedo scusa, premessa. Dipende da quale sia la posta in palio. Sempre. Dipende da quale sia l’obiettivo, dunque la vittoria. Definire vincere. Vincere cosa, che cos’è vincere per te. Sei venuta per vincere una medaglia o sei venuta — hai combattuto per arrivare sin qui — per un’altra ragione.
Io credo che Kimia Yousofi, velocista afghana, fosse abbastanza consapevole di perdere i cento metri. Credo che conoscesse le doti atletiche delle avversarie e che non abbia pensato mai neppure per un momento di vincere, tecnicamente, quella gara. Credo che il suo scopo fosse arrivarci, e mostrare al mondo intero un foglio scritto a penna: “Istruzione sport i nostri diritti”. Ha vinto, pur arrivando ultima.
Credo che la sciabolatrice egiziana Nada Hafez, incinta di sette mesi, non puntasse a vincere una medaglia. Credo che volesse superare un altro tipo di ostacolo. Lo ha fatto. Credo che chi è andato in gara perché lo aveva promesso al padre morente, al fratello scomparso: ci sarò per te. Abbia vinto.
E così chi è arrivato quarto per un soffio, ma è arrivato fin lì e neppure ci sperava. Chi si era rotto, e si è riparato. Certo, Simone Biles, lo sanno tutti. Ma anche Jordan Chiles a cui Biles, quando l’avevano esclusa, ha detto: vieni ad allenarti con me, ti vedo regina. Lola Anderson, la vogatrice. Le giovanissime nuotatrici, le ginnaste italiane appena maggiorenni. C’è tempo, la prossima volta vediamo.
Poi c’è questa retorica eroica, nello sport, per cui sempre una storia tragica, di orfanità di favelas di mutilazione fisica o psichica, di povertà materiale e di riscatto che rende regine quelle che non vincono e imperatrici quelle che vincono. Va bene. Tutti ci commuoviamo a leggere storie edificanti di rivincita. Significano che ciascuno può, nel suo ambito. Persino noi, che alle Olimpiadi non ci andremo mai ma che facciamo i conti con la depressione, con l’amputazione di un bene amato, con l’insonnia.
Tuttavia, mentre il medagliere di storie esemplari cresce, è bene tenere a mente che non è necessario essere eroi, eroine. È molto faticoso, esserlo. Bravi, per quelli che vincono medaglie. Ma si può anche non gareggiare per il podio. Farlo per altre ragioni e vincere così. Dipende da qual è il tuo fuoco, la tua meta. Ci sono storie anche brutte, alle Olimpiadi. Strane, opache, strumento di brutta propaganda. Non è tutto oro quel che riluce ma soprattutto: non riluce solo l’oro. Riluce l’intenzione. Dipende da dove parti, da cosa cerchi. Sempre. Dipende.