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Iran-Israele, la sfida dietro le quinte

Teheran, 5 agosto: un manifesto con Ismail Haniyeh e Masoud Pezeshkian 

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Vedremo se la Russia aiuterà a contenere la crisi o se, al contrario, soffierà sul fuoco. Per mettere l’America in difficoltà su un secondo fronte, oltre a quello ucraino
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Due coalizioni si affrontano nella nuova fase della guerra in Medio Oriente segnata dall’esecuzione mirata di Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas, ucciso da Israele a Teheran nella notte fra il 31 luglio e l’1 agosto.

Una è la stessa coalizione che il 13 aprile scorso fece muro contro la risposta iraniana a un precedente attacco israeliano, il raid missilistico che poco meno di due settimane prima aveva eliminato due generali delle Guardie della Rivoluzione iraniana a Damasco: ne fanno parte lo Stato ebraico, gli Stati Uniti e alcuni dei Paesi arabi sunniti della regione in buoni rapporti con Gerusalemme, che tutti insieme contribuirono a fermare con uno scudo pressoché impenetrabile i 330 razzi lanciati dall’Iran contro Israele.

L’altra coalizione si sta formalizzando in questi giorni, ma deve ancora chiarire fino in fondo le sue intenzioni. A dirigerla c’è l’Iran, di cui non bisogna dimenticare il passato imperiale e l’ambizione a resuscitarlo, sia attraverso l’alleanz…

Due coalizioni si affrontano nella nuova fase della guerra in Medio Oriente segnata dall’esecuzione mirata di Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas, ucciso da Israele a Teheran nella notte fra il 31 luglio e l’1 agosto.

Una è la stessa coalizione che il 13 aprile scorso fece muro contro la risposta iraniana a un precedente attacco israeliano, il raid missilistico che poco meno di due settimane prima aveva eliminato due generali delle Guardie della Rivoluzione iraniana a Damasco: ne fanno parte lo Stato ebraico, gli Stati Uniti e alcuni dei Paesi arabi sunniti della regione in buoni rapporti con Gerusalemme, che tutti insieme contribuirono a fermare con uno scudo pressoché impenetrabile i 330 razzi lanciati dall’Iran contro Israele.

L’altra coalizione si sta formalizzando in questi giorni, ma deve ancora chiarire fino in fondo le sue intenzioni. A dirigerla c’è l’Iran, di cui non bisogna dimenticare il passato imperiale e l’ambizione a resuscitarlo, sia attraverso l’alleanza con i movimenti sciiti che ricevono finanziamenti da Teheran, come i palestinesi di Hamas, gli Hezbollah libanesi, gli Houti yemeniti, sia attraverso il cosiddetto “asse del male”, i cui pilastri sono Iran, Russia e Corea del Nord, con la possibile inclusione in maniera meno esplicita della Cina.

L’arrivo a Teheran di Sergej Shoigu, ex ministro della Difesa russo, ora segretario del Consiglio di Sicurezza del Cremlino, alla vigilia della promessa reazione iraniana all’uccisione del capo di Hamas, evidenzia un braccio di questa coalizione.

La riunione a Gedda, in Arabia Saudita, di alcuni ministri degli Esteri di non ancora identificati “Paesi islamici”, annunciata da Nasser Kanaani, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, per discutere “l’assassinio del leader di Hamas”, riflette l’intenzione di Teheran di ampliare il fronte anti-israeliano e anti-occidentale.

La visita del plenipotenziario di Putin e la riunione dei ministri degli Esteri islamici serviranno a decidere, coordinare o almeno giustificare le prossime mosse dell’Iran in campo militare.

Il regime degli ayatollah ha probabilmente tre opzioni. La prima è ripetere un attacco a Israele simile a quello del 13 aprile: significativo, perché si è trattato del primo attacco diretto iraniano allo Stato ebraico, ma dall’effetto sostanzialmente simbolico, perché ha causato danni limitati, tanto da evitare che diventasse la miccia di una vera guerra tra i due avversari e i rispettivi alleati. È quello che un emissario giordano è andato a chiedere l’altro giorno a Teheran: una risposta contenuta, per scongiurare l’escalation.

La seconda opzione è scatenare un conflitto regionale su larga scala: un attacco a Israele così ampio, possibilmente da più fronti, coinvolgendo anche Hezbollah, Houti e Hamas, da rendere certa l’immediata reazione israeliana, eventualmente con l’appoggio dell’America. In sostanza, una nuova, grande guerra mediorientale.

E la terza opzione è una via di mezzo, calibrata in modo da alzare la posta rispetto al 13 aprile, ma segnalando al governo di Gerusalemme che Teheran non vuole un conflitto incontrollabile.

Esiste teoricamente una quarta opzione, richiamata dalla visita in Israele, nelle stesse ore, del generale Michael Kurilla, capo del Centcom (il comando centrale Usa), il cui obiettivo dichiarato è rafforzare la coalizione regionale e internazionale che il 13 aprile aiutò lo Stato ebraico a bloccare la pioggia di razzi provenienti dall’Iran.

La simmetria fra il viaggio del generale americano a Gerusalemme e quello del generale russo a Teheran potrebbe essere soltanto casuale, ma segue di pochi giorni un altro avvenimento simmetrico: lo scambio di prigionieri fra Stati Uniti e Russia. Washington ha smentito che l’accordo sui prigionieri rappresenti una nuova fase di distensione fra le due superpotenze nucleari, da utilizzare nella ricerca di una soluzione negoziata anche per la guerra in Ucraina, ma la Casa Bianca, se così fosse, non lo annuncerebbe certo pubblicamente.

Gli sviluppi della nuova fase della guerra in Medio Oriente chiariranno se qualcosa si muove dietro le quinte: vedremo se Mosca aiuterà a contenere in limiti gestibili la sfida tra Iran e Israele o se il Cremlino, al contrario, soffierà sul fuoco, per mettere l’America in difficoltà su un secondo fronte, oltre a quello ucraino.

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