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La sfida nel Mediterraneo

People take part in a march called by Palestinian and Lebanese youth organisations in the southern Lebanese city of Saida, on August 5, 2024, to protest against the assassination of Hamas chief Ismail Haniyeh (portrait) and a Hezbollah military commander. Urgent calls grew for foreign nationals to leave Lebanon, which would be on the front line of a regional war, as Iran and its allies readied their response to high-profile killings blamed on Israel. (Photo by Mahmoud ZAYYAT / AFP) 

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Con gli ultimi eventi, nel segno purtroppo di ulteriore instabilità per la potenziale apertura di un drammatico fronte libanese in Medio Oriente e forse non solo — dopo l’eliminazione del leader di Hamas Haniyeh — l’interesse mondiale circa la tormentata corsa alla Casa Bianca si lega ovviamente agli effetti che ne deriveranno sull’agenda internazionale. L’Unione Europea vi si confronta nella preoccupata consapevolezza che le priorità già evocate da Ursula von der Leyen a Strasburgo dovranno modularsi a seconda di chi sarà il prossimo interlocutore a Washington. Tante le sfide sul piano interno e nei rapporti col resto del mondo. “Relazioni esterne”, nel linguaggio di Bruxelles, piuttosto che politica estera vera e propria, dati i noti limiti dell’Unione a ventisette, “limiti” espressi in modo esemplare dall’attuale presidenza di turno ungherese. In un quadro geopolitico del genere rimane, dunque, più che attuale il Mediterraneo, “fianco Sud” per la Nato, quadrante regionale che in se…

Con gli ultimi eventi, nel segno purtroppo di ulteriore instabilità per la potenziale apertura di un drammatico fronte libanese in Medio Oriente e forse non solo — dopo l’eliminazione del leader di Hamas Haniyeh — l’interesse mondiale circa la tormentata corsa alla Casa Bianca si lega ovviamente agli effetti che ne deriveranno sull’agenda internazionale. L’Unione Europea vi si confronta nella preoccupata consapevolezza che le priorità già evocate da Ursula von der Leyen a Strasburgo dovranno modularsi a seconda di chi sarà il prossimo interlocutore a Washington. Tante le sfide sul piano interno e nei rapporti col resto del mondo. “Relazioni esterne”, nel linguaggio di Bruxelles, piuttosto che politica estera vera e propria, dati i noti limiti dell’Unione a ventisette, “limiti” espressi in modo esemplare dall’attuale presidenza di turno ungherese. In un quadro geopolitico del genere rimane, dunque, più che attuale il Mediterraneo, “fianco Sud” per la Nato, quadrante regionale che in sede europea ha suscitato periodicamente narrazioni per lo più enfatiche e nella speranza, ora, che la previsione di un nuovo Commissario “ad hoc” possa renderle maggiormente coordinate e consequenziali. Da Trieste a Rabat ma con direttrici in profonditá verso Iraq, Iran, Corno d’Africa ed Africa subsahariana permane un contesto che ingloba sicurezza e stabilità, migrazioni, energia, comunicazioni e commerci globali così come gestione dei conflitti e delle crisi umanitarie. Dentro una tale complessità, comunque strategica, la Ue si è finora attivata solo in presenza di crisi. È stato il caso, giorni orsono, della lettera degli 8 ministri degli esteri europei a Borrell sulla Siria, nelle pieghe del timore migratorio. Le urgenze hanno regolarmente sopravanzato le opportunità, da cogliersi attraverso un rapporto su basi “effettivamente paritarie” tra le due sponde del Mediterraneo. Ne è maturato, nel frattempo, un ampio spazio per le influenze ed interferenze di Russia, Cina e Turchia su tutti. Un’area che potrebbe tra l’altro configurarsi come elemento negoziale strategico con Washington per una “divisione dei compiti” tra Europa e Stati Uniti, con questi ultimi sempre piu’ protesi verso la competizione sistemica con Pechino. Strategia maggiormente perseguibile, anche se da negoziarsi, qualora si affermasse il ticket presidenziale Harris/Walz. Ma anche nel ben più complicato scenario a guida Trump, l’Europa dovrebbe comunque darsi un’agenda con Washington che non si riduca sulla difensiva disordinata — e probabilmente “perdente” — in materia di dazi e spese per la difesa. Se ciò vale per l’Europa a maggior ragione ci riguarda come sistema Paese. Aggravati da una finanza pubblica in evidente sofferenza, disponiamo, tuttavia, di un notevole patrimonio di conoscenze e familiarità con molti Paesi di quell’area. Una risorsa, però, da far valere non con l’affanno delle nostre esigenze contingenti — quali migrazioni ed energia — pena perdurante mancanza di credibilità con i Paesi della sponda sud ma con quell’approccio sistemico che, a partire dal Piano Mattei, non sembra francamente ancora ravvisarsi. Un Piano dai progetti limitati, con il fossile che prevale sulle rinnovabili, dalle risorse complessive interamente riciclate da altre poste in bilancio e dalla governance rabberciata. Un contenitore, insomma, allo stato funzionale solo a mettere sotto uno stesso titolo iniziative in parte già previste piuttosto che a lasciar intravedere il salto di qualitá preconizzato. Interventi, non si sa quanto condivisi, che confermerebbero la natura emergenziale e declatoria piuttosto che strutturale. Tra i nostri compiti sarebbe imperativo, invece, spingere l’Europa a muoversi per mobilitare quella massa critica di risorse che, grazie all’attivazione delle banche multilaterali di sviluppo e dei vari capitoli di spesa dei fondi Ue e di singoli Stati membri, fosse suscettibile di attrarre anche tutti i capitali privati necessari. Muoversi con successo in Europa, dunque, in vista di una successiva interlocuzione strategica con Washington sarebbe all’altezza degli obiettivi di medio e lungo periodo sia nostri sia dell’Unione Europea. La gestione delle nomine di vertice tra Bruxelles e Strasburgo e la recente, scomposta reazione al rapporto sullo Stato di diritto non sembrerebbero giocare a nostro favore. Esponenti di rilievo della maggioranza di governo hanno tuttavia sottolineato con forza che la partita delle nomine “fa storia a sé”. Un’azione credibile da parte italiana sulla politica nel Mediterraneo potrebbe essere un eccellente modo per verificarlo.

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