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Gli Usa nel mirino dell’Iran

(afp)

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Il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato martedì vari capi di accusa contro un cittadino pakistano “con stretti legami con l’Iran” ritenuto responsabile di un complotto volto a “uccidere un politico sul suolo americano
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Gettando ulteriori tensioni sia sullo scacchiere mediorientale, dove si aspetta da un momento all’altro la reazione iraniana all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh e dove lunedì milizie sciite legate al regime di Teheran hanno attaccato una base americana in Iraq ferendo cinque militari, sia sulle elezioni americane, dove sono ancora forti le ricadute del fallito attentato a Donald Trump dello scorso luglio, il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato martedì vari capi di accusa contro un cittadino pakistano “con stretti legami con l’Iran” ritenuto responsabile di un complotto volto a “uccidere un politico sul suolo americano.” I documenti non lo nominano direttamente, ma le autorità americane hanno confermato che l’obiettivo era proprio Trump. E la cosa non stupisce. Dal quando, nel gennaio 2020, un drone americano uccise il Generale Qasem Soleimani, leader della Forza Quds e figura iconica dell’apparato militare iraniano, il regime degli ayatollah ha giurato di pu…

Gettando ulteriori tensioni sia sullo scacchiere mediorientale, dove si aspetta da un momento all’altro la reazione iraniana all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh e dove lunedì milizie sciite legate al regime di Teheran hanno attaccato una base americana in Iraq ferendo cinque militari, sia sulle elezioni americane, dove sono ancora forti le ricadute del fallito attentato a Donald Trump dello scorso luglio, il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato martedì vari capi di accusa contro un cittadino pakistano “con stretti legami con l’Iran” ritenuto responsabile di un complotto volto a “uccidere un politico sul suolo americano.” I documenti non lo nominano direttamente, ma le autorità americane hanno confermato che l’obiettivo era proprio Trump. E la cosa non stupisce. Dal quando, nel gennaio 2020, un drone americano uccise il Generale Qasem Soleimani, leader della Forza Quds e figura iconica dell’apparato militare iraniano, il regime degli ayatollah ha giurato di punire i responsabili. Da allora ha pianificato gli assassinii dei più alti esponenti dell’allora amministrazione Trump coinvolti: il segretario di stato Mike Pompeo, il consigliere della sicurezza nazionale John Bolton ed altri tecnici. Da mesi, in particolare dopo le polemiche legate ai fallimenti della sicurezza attorno a Trump il giorno del fallito attentato di luglio, si vociferava che anche l’ex presidente fosse sulla lista di Tehran e ora si ha la conferma. Da sempre Teheran ha cercato di colpire dissidenti che vivono all’estero, incluso negli Stati Uniti, dove di recente sono stati sventati due attentati contro la celebre attivista per i diritti delle donne Masih Alinejad. Ma colpire un ex (e possibile futuro) presidente ed alcuni dei più importanti politici americani, per di più sul suolo americano, rappresenta una mossa molto azzardata per l’Iran con ripercussioni potenzialmente gravissime.

È forse anche per questo che Teheran utilizza una tattica particolare per questo tipo di operazioni. Quando operano in paesi ritenuti non particolarmente ostili o con capacità di controspionaggio limitate, i servizi iraniani agiscono sotto copertura ma eseguono direttamente, spesso insieme ad operativi degli Hezbollah libanesi e a basisti nelle locali comunità sciite, le proprie missioni. È così dai drammatici attentati contro obiettivi israeliani ed ebraici in Argentina nei primi anni ’90 (più di 100 morti) fino agli assassinii di dissidenti in vari paesi europei negli ultimi anni. Negli Stati Uniti, invece, sia per la difficoltà che le spie iraniane incontrano nell’operare sia per aumentare le chances di dichiararsi estranea ai fatti, Teheran utilizza soggetti esterni: in questo caso un pakistano, in passato sicari assoldati nel mondo della criminalità esteuropea e perfino nella gang dei bikers degli Hells Angels. Hanno tutti fallito finora, sia per il buon operato dell’intelligence americana che per l’incompetenza di chi Tehran ha assoldato. Ma la storia conferma la crescente aggressività del regime iraniano, che da anni compie azioni di influenza, intimidazione e, talora, assassinii ed attacchi terroristi in giro per il mondo, Europa e Stati Uniti inclusi. Lo scorso marzo Repubblica aveva rivelato come la longa manus dei servizi iraniani arrivasse in Italia anche tramite scambi universitari, nel caso specifico in un accordo tra l’Università degli Studi di Palermo e la al Mustafa International University, entità designata dal governo americano come copertura della Forza Quds per reclutare spie e combattenti fuori dall’Iran. Data la crescente escalation delle tensioni tra l’Iran ed il suo network di surrogati, dagli Hezbollah alle varie milizie sciite in Iraq, Yemen e Siria fino ad Hamas, da una parte, e Stati Uniti e Israele dall’altra, ci si deve aspettare da entrambi i contendenti una lotta senza esclusione di colpi che include operazioni mirate contro specifici leader degli avversari---una pericolosa dinamica che potrebbe costituire il perfetto casus belli per un conflitto aperto e totale.

L’autore è il direttore del Programma sull’Estremismo alla George Washington University.

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