Negli ultimi giorni due Inghilterre hanno riempito le piazze. Una è un’Inghilterra bianca e violenta, facinorosa e razzista, islamofoba e antisemita, estremista e fascista. L’altra è di tutti i colori e pacifica, multiconfessionale e multietnica, democratica e antifascista. Nelle strade di Londra e di decine di città inglesi grandi e piccole si sono affrontati il peggio e il meglio della terra di Shakespeare, di Churchill e dei Beatles, di James Bond, di Harry Potter e del piede sinistro di Beckham, per evocarla parafrasando il discorso diventato proverbiale di Hugh Grant nei panni di un primo ministro britannico in un film di alcuni anni fa: e ha prevalso il meglio.
Il confronto è iniziato per una “fake news”: la notizia, circolata sui social media, che l’autore della strage di bambini del 29 luglio in un sobborgo di Liverpool fosse un immigrato musulmano, mentre in realtà il ragazzo di 17 anni che l’ha compiuta è nato nel Regno Unito e ha origini in Ruanda, Paese al 98 per cento cr…
Negli ultimi giorni due Inghilterre hanno riempito le piazze. Una è un’Inghilterra bianca e violenta, facinorosa e razzista, islamofoba e antisemita, estremista e fascista. L’altra è di tutti i colori e pacifica, multiconfessionale e multietnica, democratica e antifascista. Nelle strade di Londra e di decine di città inglesi grandi e piccole si sono affrontati il peggio e il meglio della terra di Shakespeare, di Churchill e dei Beatles, di James Bond, di Harry Potter e del piede sinistro di Beckham, per evocarla parafrasando il discorso diventato proverbiale di Hugh Grant nei panni di un primo ministro britannico in un film di alcuni anni fa: e ha prevalso il meglio.
Il confronto è iniziato per una “fake news”: la notizia, circolata sui social media, che l’autore della strage di bambini del 29 luglio in un sobborgo di Liverpool fosse un immigrato musulmano, mentre in realtà il ragazzo di 17 anni che l’ha compiuta è nato nel Regno Unito e ha origini in Ruanda, Paese al 98 per cento cristiano. Alimentata da troll locali e quasi certamente anche da hacker russi, rilanciata dall’imprenditore miliardario Elon Musk su X, l’ex-Twitter, il social di sua proprietà, con la profezia, anzi quasi l’augurio, che avrebbe scatenato “la guerra civile”, questa tesi ha spinto minoranze di poche migliaia di esagitati dalla testa rasata, armati di pietre e bastoni, a cercare di incendiare centri di accoglienza per migranti, saccheggiare negozi e scontrarsi con la polizia. Alla radice dei disordini, come ha scritto il Financial Times, non è il disagio sociale, che pure esiste per la fascia più povera della popolazione, bensì la retorica xenofoba anti-immigrati sbandierata fin dal tempo del referendum sulla Brexit del 2016 da dirigenti del partito conservatore come Boris Johnson e più recentemente dall’ex-ministra degli Interni Suella Braverman, oltre che dal loro alleato de facto, il populista Nigel Farage: “Stop the boat” (Fermate i barconi — sottinteso dei migranti clandestini che attraversano la Manica), “Get back control” (riprendiamo il controllo del nostro Paese — sottinteso dai non-inglesi che ce l’hanno strappato via). Una strumentalizzazione falsa e classica: indicare un nemico esterno come causa di problemi interni.
Probabilmente non è una coincidenza fortuita che i “riots” di estrema destra siano scoppiati a un mese dalla vittoria a valanga alle urne della sinistra, dopo 14 anni di opposizione. Il nuovo premier laburista Keir Starmer ha risposto senza perdere la calma, distinguendo tra protesta legittima e violenza indiscriminata, promettendo di punire i responsabili con la massima forza della legge e di metterli in condizione di non minacciare più la società civile, come la Gran Bretagna ha fatto in precedenza con un fenomeno simile, quello degli hooligan, gli ultrà del football. Ma la reazione più efficace è venuta propria dalla società, dalla gente comune: giovani e anziani, inglesi bianchi e minoranze, persone di tutte le religioni e di tutte le fedi politiche, hanno letteralmente occupato le piazze per proteggere esercenti, centri d’accoglienza e diritto alla pacifica convivenza. I neofascisti della English Defense League e i loro seguaci, che si erano dati appuntamento per un’altra serata di teppismo, non si sono fatti vedere. “I profughi sono benvenuti, fermiamo l’estrema destra, il fascismo non passerà”, affermavano i cartelli della contromanifestazione. Il discorso più bello lo ha fatto, in una telefonata alla radio privata Lbc, un ex-buttafuori di 55 anni: “Mi ricordo che questa retorica, ritornata in auge con la Brexit, si usava già negli anni Ottanta, quando andavo a scuola con i figli dei giamaicani, dei caraibici e dei pakistani, arrivati qui vent’anni prima per lavorare come autisti di bus, infermieri, tassisti. Guardateli adesso, sono parte della nostra comunità e fieri di esserlo e noi siamo fieri di loro. Dentro di me ci sono cultura e colori che ho appreso da ogni parte del mondo.
Quando parlo della mia comunità, non mi riferisco al colore della pelle o alla religione, se vivi qui fai parte della comunità e basta. I nostri problemi non hanno nulla a che vedere con l’immigrazione, sono certi politici che vogliono farci credere il contrario. Dicono che la causa dei guai, della crisi del sistema sanitario nazionale o del fatto che non ci bastano i soldi, sono i migranti che arrivano sui barconi. Sciocchezze. La verità è che siamo tutti nella stessa barca e dobbiamo rimanere uniti”. Non deve essere un caso che questo Paese abbia resistito da solo al nazifascismo e l’abbia sconfitto: sarà anche uscita dall’Unione Europea, in larga misura per la stessa falsa retorica che ha provocato i disordini di questi giorni a Londra, ma l’Inghilterra ha ancora delle lezioni da insegnarci.