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Nella differenza cresce l’eguaglianza

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La pugile algerina ha vinto l’oro, si risponde coi fatti, mentre la destra trucida che esportiamo nel mondo ancora ai microfoni si vantava di sé: io non ho problemi a sottopormi a ispezione visiva e tattile, ha detto uno che non voglio ulteriormente nominare. Basta guardare cosa c’è nelle mutande, ha riso. Anzi: guardare e toccare, valutare peso e consistenza. Ha riso più forte, ammiccando in camera.

Non ce la facciamo. Non ce la facciamo perché non è solo la destra a essere così platealmente priva delle parole per dirlo, dell’intelligenza e della cura che servono per trovarle. È anche l’affannosa ricerca di definizioni, nel campo opposto, a mancare l’obiettivo: l’apparente tentativo di includere classificando che separa, invece, e confina in luoghi angusti e mai abbastanza precisi l’immensa diversità della natura umana che un mondo aperto, un mondo senza insegne e rispettoso della foggia e dell’identità di chiunque dovrebbe contenere in libertà.

La storia di Imane Khalif è anche (al …

La pugile algerina ha vinto l’oro, si risponde coi fatti, mentre la destra trucida che esportiamo nel mondo ancora ai microfoni si vantava di sé: io non ho problemi a sottopormi a ispezione visiva e tattile, ha detto uno che non voglio ulteriormente nominare. Basta guardare cosa c’è nelle mutande, ha riso. Anzi: guardare e toccare, valutare peso e consistenza. Ha riso più forte, ammiccando in camera.

Non ce la facciamo. Non ce la facciamo perché non è solo la destra a essere così platealmente priva delle parole per dirlo, dell’intelligenza e della cura che servono per trovarle. È anche l’affannosa ricerca di definizioni, nel campo opposto, a mancare l’obiettivo: l’apparente tentativo di includere classificando che separa, invece, e confina in luoghi angusti e mai abbastanza precisi l’immensa diversità della natura umana che un mondo aperto, un mondo senza insegne e rispettoso della foggia e dell’identità di chiunque dovrebbe contenere in libertà.

La storia di Imane Khalif è anche (al di là dei complotti mondiali, di Putin e di Trump, della cortina fumogena alzata per oscurarci la vista) la misura dell’inadeguatezza lessicale di fronte all’incontenibile varietà della realtà e del bisogno piccino, ottuso, che abbiamo di dare a ciascuno un’etichetta. Ci sentiamo più sicuri, così? Definiamo la nostra identità, in assenza di altri metodi e talenti, per appartenenza o distinzione? Non sarebbe più semplice, invece, togliere confini anziché moltiplicarli e dire c’è posto per tutti, è un posto grande questo.

C’è posto per chi si vuole definire con la y, con la u, per chi si sente individuo e chi si sente moltitudine, she, he, we, neutro, asterisco, non so, per chi non si vuole giammai definire e ce n’è per chi da donna chiede chiamatemi presidente, ragioniere. Anche a me fa specie che una neo nominata ai vertici di una struttura pubblica (la prima donna!), o una premier (la prima donna!) vogliano essere chiamate al maschile, ma non posso impedirglielo. Sono scelte che descrivono chi le fa, spiegano il loro mondo di riferimento e non c’è granché da aggiungere. Anche Oriana Fallaci si definiva scrittore. Amelia Rosselli poeta. Era un altro tempo, certo, non questo. Dunque conta, il contesto? L’epoca storica, quando è stato girato Via col vento. L’intenzione, chi è l’autore, conta? Questo ci insegnavano a scuola all’atto di tradurre. Il significato di una parola dipende dall’autore e dal contesto. È ovvio. È evidente. Devi sapere, prima di dire.

Non posso e non voglio obbligare nessuno nemmeno in una logica di risarcimento epocale, chiamiamolo così: quel teorema secondo cui poiché veniamo da millenni di cultura patriarcale, di occultamento e sottomissione delle donne tuttora vigente e allora ecco, allora adesso ti diciamo noi come si deve fare, ti obblighiamo alla restituzione. Non credo che nessuna libertà si possa ottenere con l’imposizione: piuttosto con la tolleranza, con l’esempio, con la moltiplicazione delle possibilità senza che nessuno debba spiegarti come devi essere, dirti a cosa ribellarti. Anzi, credo che la libertà si coltivi mettendo ciascuno nelle condizioni, prima di tutto culturali ed economiche, di essere quello che crede senza doverlo dichiarare. Senza ispezioni visive e tattili. Si ricorda Michela Murgia, che da un anno non è qui. A ciascuno ha lasciato un dono. A me questa convinzione, ha rafforzato: è nella differenza che cresce l’eguaglianza. Non importa che tu definisca chi sei, importa che tu sia libero di esserlo.

Le Olimpiadi sono un catalogo meraviglioso di corpi diversi. Storie, vite, talenti. L’atleta incinta, quella velata, quella che bacia l’amata, quella che bacia l’amato. Quella alta due metri che gareggia con quella di un metro e mezzo. Quella che sembra una Barbie con l’asta, quella che sembra un uomo. Donne soprattutto: è il corpo delle donne il campo di battaglia, si sa. Ma, di nuovo: certo che c’è il tema grande di includere chiunque alla gara, ma che siano eque le regole di ingaggio. Esistono queste regole? Esistono. Sono state rispettate? Sì. Non sono efficaci, devono essere cambiate? Cambiamole. Le parole non bastano: intersessuale, middelsex, sesso biologico, assegnato e percepito. X, Y, Z. Serve una definizione? No, serve un criterio. Un parametro chiaro. Si tratta di ormoni? Che siano gli ormoni. Non vanno bene? Che sia un altro, ma la gogna no.

Mi è successo un fatto, tempo fa. Una piccola cosa: una docente con un certo numero di seguaci su Internet mi ha dedicato un’invettiva pubblica per sostenere che io non potessi criticare gli eccessi del politicamente corretto in quanto donna bianca, cisgender, eterosessuale, dotata di corpo e psiche “conformi” e non ricordo quali altre definizioni. In nessuna delle quali sono sicura di riconoscermi, in alcune certamente no. Bianca, sì, questo non ho potuto deciderlo. (La questione del suprematismo bianco di cui portiamo colpa oggettiva, colpa degli antenati dunque nostra, è un delicatissimo tema che sono felice di discutere, se possibile senza essere aggredita e insultata in quanto portatrice di cultura schiavista. Di nuovo: non è discriminando che si coltiva l’eguaglianza). Dunque ho scritto alla docente, le ho esposto i miei dubbi e le ho chiesto se conoscesse il mio lavoro (l’autore, il contesto: quei criteri imparati a scuola). Mi ha detto so qualcosa, quello che vedo sui social. Ho risposto no, intendo quello che ho fatto nei quarant’anni appena trascorsi, i social li uso pochissimo e male. Ha detto bè però, non è che le persone siano obbligate a sapere cosa hai fatto in quarant’anni. Le persone leggono quello che fai oggi: se c’è qualcosa che vuoi far sapere lo devi mettere in bio. Così funziona Internet, ha detto. Le “persone” forse no, ma una docente che parla alle persone sì: dovrebbe documentarsi, studiare un poco, chiamare l’oggetto della sua attenzione per domandare conferma, ho obiettato. Non ha risposto più.

È stato molto istruttivo. Non ho aggiornato la bio, ma ho molto chiaro che nel presente perpetuo in cui viviamo l’ignoranza dei fatti non solo è possibile, ma è la regola d’ingaggio. Ti devi definire in poche parole, meglio una, altrimenti ti definirà qualcun altro magari chiedendoti di vergognarti, di ritirarti dal mondo, di ridurti in povertà eremitica. Di uscire dal campo di gioco, che adesso è loro. Delle “persone” dell’Internet. Anche in questo senso la storia di Imane Kalifh è esemplare. C’è scritto “atleta”, nel suo profilo social da quasi due milioni di seguaci. Evidentemente si sente più libera a non definirsi sessualmente: lei lo sa chi è. Se poi qualcuno vuole approfondire, informarsi e studiare, può farlo. Certo costa un’oretta forse due senza twittare. Un sacrificio. Lei intanto fa cose, sta al mondo. Forse si sente meglio così. Chi siamo noi per dirle in quale stanza della casa, in quale parola deve stare. Per dirle: definisci la tua identità in bio, gentilmente, così stiamo tutti tranquilli e non facciamo fatica.

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