Non siamo estranei, ti racconto che cosa ci lega
di Concita De GregorioLa fine del dialogo, il disprezzo degli altri. Dov’è la sorgente, quale la causa e quale l’effetto? È stata la fine del dialogo — l’isolamento, la vita in cuffia, il soliloquio — ad aver provocato il disprezzo e la paura dell’altro? L’altro, in generale: che arrivi dal mare, che sia in carcere, che abbia diritto a morire come crede, a dirsi italiano per nascita, per studi, ad avere figli in accordo con chi e come vuole senza doverli nascondere per non incorrere in reati universali immaginari. L’altro da te.
Oppure è stata la paura della “contaminazione” — sapete: quel timore di essere contagiati da chi ha meno fortuna, salute, da chi con la sua sola vicinanza porta disgrazia — a renderci sordi, dunque inabili alla comunicazione e incapaci di metterci nei panni altrui?
Che dilemma interessante, mentre appunto fuori si dibatte di cittadinanza, di pena espiazione e redenzione, di identità e procreazione con una ferocia inaudita, sconcia, insopportabile e misera: schieramenti che trasform…
La fine del dialogo, il disprezzo degli altri. Dov’è la sorgente, quale la causa e quale l’effetto? È stata la fine del dialogo — l’isolamento, la vita in cuffia, il soliloquio — ad aver provocato il disprezzo e la paura dell’altro? L’altro, in generale: che arrivi dal mare, che sia in carcere, che abbia diritto a morire come crede, a dirsi italiano per nascita, per studi, ad avere figli in accordo con chi e come vuole senza doverli nascondere per non incorrere in reati universali immaginari. L’altro da te.
Oppure è stata la paura della “contaminazione” — sapete: quel timore di essere contagiati da chi ha meno fortuna, salute, da chi con la sua sola vicinanza porta disgrazia — a renderci sordi, dunque inabili alla comunicazione e incapaci di metterci nei panni altrui?
Che dilemma interessante, mentre appunto fuori si dibatte di cittadinanza, di pena espiazione e redenzione, di identità e procreazione con una ferocia inaudita, sconcia, insopportabile e misera: schieramenti che trasformano delicatissime questioni personali e universali in battaglie ideologiche in cui nessuno ascolta nessuno, giacché tutti hanno uno slogan a prescindere, e che gli altri non siano liberi ma debbano adeguarsi è conseguenza ovvia.
Vivo giorni di grande isolamento in una speciale comunità, quella della cura: qui, in un ospedale, ai margini e nel silenzio, l’equilibrio è tutto: è misura millimetrica dell’ascolto e del rispetto del vicino. Si chiama proprio così, quello di là dalla precaria tenda: il vicino, la vicina.
Mi è dunque tornato in mente di quando ero bambina, nella stessa metropoli dove mi trovo oggi: mi sono tornati a mente i vicini. Hai mica del sale?, si chiedevano le donne come oggi, qui, tra noi, ai compagni di stanza di là dalla tenda. Eravamo al limitare della città ma ancora in città, giusto dove la strada inizia a salire verso la collina. C’erano delle piccole casette monofamiliari dove i bambini venivano trasferiti insieme ai nonni, l’estate, per “respirare aria buona”. A cinquecento metri dal centro, a duecento metri di altezza dal mare, forse meno: abbastanza per dirsi in villeggiatura.
Le casette erano fatte così: quadrate, piano terra e primo piano, piccolo rettangolo di terra davanti chiamato con solennità giardino (c’era l’altalena, era perciò ufficialmente un giardino), cancello, strada. Tra una casetta e l’altra correva un vicolo. Non una strada, solo lo spazio per una persona a piedi, in bicicletta.
Ogni giorno ogni famiglia dedicava un tempo alla cura del suo giardino e altrettanto tempo a pulire con secchiate d’acqua la strada davanti al cancello, a spazzare i vicoli di lato. Lì mia nonna e la vicina si attardavano a parlare dei loro dolori: mentre tenevano in ordine la zona di nessuno tra una casa e l’altra, eppure di ciascuno.
Con gli anni le nonne sono morte tutte, le case sono diventate b&b, o sono state affittate a molte persone povere venute da lontano che ne hanno chiamate altre e sono arrivate ad essere moltissime, in quel piccolo spazio.
Nessuno ha più pulito le strade di confine, di nessuno, che sono diventate immondezzai, torrenti di liquami, topi giganti e altri animali. I giardini delle altalene sono stati noleggiati come posti macchina e in quelle macchine, nelle strade al limitare della collina, sono iniziati commerci di corpi, pastiglie, cose di cui non conosco il nome ma so che non si può più salire, da molti anni, in quello che è stato il paradiso della mia infanzia, il luogo dove forse mi sono la prima volta innamorata di un bambino è un luogo invalicabile, adesso, pericolosissimo e nero.
Credo che tutto sia iniziato quando quella piccola striscia tra le case anziché essere considerata di tutti, da tutti ugualmente curata, è diventata terra di nessuno. Lo spazio comune, il bene comune: certo, non è tuo, ma se lo disprezzi tu lo disprezzeranno tutti. Una strada sporca sarà più facilmente sporcata. Se ci sono già tre lattine a terra sarà più facile buttarne un’altra. In una piazza, in un giardino, in un ospedale pulito nessuno butta niente. Si vergogna a farlo.
Qui, in questo luogo di cura, ho sentito una paziente dire alle sei del mattino, a un’infermiera: non ho chiamato prima, alle quattro, perché non volevo disturbare. Ho sentito l’infermiera rispondere io sono qui perché tu non soffra, non mi disturbi mai. Ieri non ero di turno, ma ti pensavo — le ha detto e l’ha chiamata come si usa da queste parti reina, regina. Una sconosciuta. Una straniera. Straniera, sconosciuta, regina.
È un ospedale pubblico. C’è una piccola biblioteca in fondo al nostro corridoio. I medici del pronto soccorso parlano lingue diverse, così nessuno si sente straniero. Mi sono commossa diverse volte in questi giorni. Ho pensato, leggendo i giornali: Gerardina Trovato, la cantante, non “è tornata”. È sempre stata lì. Siamo noi che ci siamo dimenticati di chiederle che succede, dove sei, come stai. Siamo noi che ce ne siamo andati.
Poi ho pensato che mettere il bene e il male in due file ordinate, come fanno gli urlatori di slogan, è facilissimo. Il bene e il male però vivono intrecciati, abitano lo stesso appartamento. Stanno nella stessa persona, sempre. È tutto un lavoro di equilibrio, è una faccenda di rispetto degli altri. Rispetto. Al suo opposto c’è la paranoia.
La paranoia è un meccanismo primitivo dell’essere umano. È utile la Signora della Psicoanalisi, Melanie Klein, per decifrarla e per sapere di invidia e gratitudine, cioè del funzionamento dei social e della legge del consenso, ma non è necessaria. Non vorrei che filosofia e psicoanalisi fossero radical chic.
Basterebbe Re Lear, che dice a Cordelia “esci dal mio campo visivo”, non voglio vederti. Colpevole, la figlia, di avergli detto no, padre: non tutto il mio amore è per te, una parte è per qualcun altro. Eh, gli archetipi. Ma anche qui. Un investimento pubblico in conoscenza di Cordelia sarebbe mirabile.
Un ospedale pubblico, uno spazio pubblico, un luogo comune. Una panchina in una piazza. La depressione non è solo la bizzarra vicenda occorsa a Gerardina Trovato, che oggi chiede non mi lasciate sola, amici, gente di TikTok. È la nostra storia, quella che dilaga nei nostri figli.
Solo chi ci governa si sente, tracotante, nei panni di Lear. Di Salvini, del leader di Vox Santiago Abascal, l’amico spagnolo di Giorgia Meloni, quello che dice più muri e meno neri. Anche se obiettivamente. Gridate di meno, ascoltate di più. La cittadinanza, i figli, la buona morte, i corpi, i diritti. Gridate di meno.
C’è quello spazio comune fra casa e casa da liberare dall’immondizia, non è di nessuno ma è di tutti. Fa schifo, in questo momento, e chi ci vive è pieno di rabbia. Proviamo a pulire. A dire, come mi accade in questi giorni in questo luogo: di cosa hai bisogno, vicina dietro la tenda, vicina che non vedo ma c’è. Mi senti, capisci la mia lingua? Ti aiuto. È cosi semplice. Come mai, urlando, ve lo siete dimenticati.