Lo scontro odierno tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte sul destino del Movimento Cinque Stelle si discosta dal solito, trito, copione degli insulti e delle battute sarcastiche che il fondatore ha periodicamente rivolto all’ex presidente del Consiglio.
La sensazione è che, questa volta, la creatura di Gianroberto Casaleggio sia arrivata a un bivio esistenziale. Una fase germinale che potrebbe portare a nuovi sviluppi, come si augurano i sostenitori di Conte, ma anche risolversi con una scissione e un declino rapido e drammatico.
Non sarebbe la prima volta nei cicli veloci della politica italiana ed è già straordinariamente lunga — quindici anni! — la storia di un movimento antipolitico che ha oscillato trasformisticamente da ogni parte dello spettro parlamentare.
Al cuore del confronto tra Grillo e Conte non vi è, non soltanto almeno, una lotta di potere su chi debba comandare su quello che resta dei cinque stelle e un cozzare di personalità chiaramente incompatibili. Vi è, anzitutto,…
Lo scontro odierno tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte sul destino del Movimento Cinque Stelle si discosta dal solito, trito, copione degli insulti e delle battute sarcastiche che il fondatore ha periodicamente rivolto all’ex presidente del Consiglio.
La sensazione è che, questa volta, la creatura di Gianroberto Casaleggio sia arrivata a un bivio esistenziale. Una fase germinale che potrebbe portare a nuovi sviluppi, come si augurano i sostenitori di Conte, ma anche risolversi con una scissione e un declino rapido e drammatico.
Non sarebbe la prima volta nei cicli veloci della politica italiana ed è già straordinariamente lunga — quindici anni! — la storia di un movimento antipolitico che ha oscillato trasformisticamente da ogni parte dello spettro parlamentare.
Al cuore del confronto tra Grillo e Conte non vi è, non soltanto almeno, una lotta di potere su chi debba comandare su quello che resta dei cinque stelle e un cozzare di personalità chiaramente incompatibili. Vi è, anzitutto, una radicale divergenza su quello che sono e devono diventare gli ex grillini.
Per Conte un partito in competizione con il Pd, ma ormai definitivamente inchiavardato nel campo progressista, con un manifesto di valori di sinistra e la prospettiva di costruire un’alternativa di centrosinistra al governo Meloni. Passando per un’alleanza elettorale con il Pd e gli altri alleati, dalle prossime regionali alle future politiche, che siano a scadenza o anticipate.
Beppe Grillo tutto questo non lo ha mai accettato e, approfittando del risultato negativo del Movimento alle ultime europee, è tornato a suonare la carica richiamandosi alla presunta purezza delle origini, evocando nei suoi interventi sempre un po’ criptici la visione mistica di un partito post ideologico, senza legami a sinistra o destra. Ma sopra, come direbbe l’Eletto.
Ora, sarebbe facile dimostrare per tabulas come il Movimento sia stato in questi anni tutto e il suo contrario e dunque richiamarsi a presunti dogmi ideologici, come sarebbe il vincolo dei due mandati, suscita quasi tenerezza.
Mentre predicavano l’uno vale uno, Casaleggio e Grillo governavano infatti gli eletti in maniera dittatoriale (non c’è un altro esempio di una tale mancanza di trasparenza e democrazia interna in nessun partito, nemmeno nella Forza Italia delle origini). Cacciavano chi volevano con un post, senza dare spiegazioni. Vomitavano tonnellate di sciagurate fake news e notizie acchiappa-citrulli con il sito Tze-Tze. Mentre le decisioni vere venivano prese al chiuso nella sede della Casaleggio associati.
Questa è la storia. Il resto è un innamoramento mistico con la leadership, un fenomeno para-religioso che si può osservare solo in certe sette. Anche i più smaliziati e meno sprovveduti esponenti del Movimento hanno confessato nelle loro memorie questo iniziale rapimento estatico nei confronti di Grillo. Nessuna riflessione su uno o dieci mandati, piuttosto adesione fideistica a un Capo che prometteva di rovesciare l’esistente e costruire un mondo nuovo. La palingenesi totale.
Alessandro Di Battista nel suo libro Contro! descrive bene questa immedesimazione con il leader, questa unità organica dell’Uno con i seguaci: «“Non sono io a pensarla come Beppe, è lui che la pensa come me”. Questa è una frase che i grillini conoscono bene. Quante volte l’abbiamo ripetuta nei banchetti quando venivamo accusati di essere eterodiretti da Grillo e Casaleggio».
Sull’altra barricata, quella di Conte, anche Rocco Casalino, nel suo il Portavoce, riporta una simile esperienza di identificazione totale, simbiotica: “Torino, piazza San Carlo, quarantamila persone. Ascoltando Beppe, mi ritrovo in ogni frase, in ogni parola, avverto una totale simbiosi con lui e con la gente lì, applausi negli stessi momenti, risate agli stessi passaggi”. È il mistero eterno del carisma e certamente Conte, un leader più cerebrale e distaccato, non suscita nella base le stesse emozioni “calde”.
Ma sarebbe ingenuo pensare che la disputa sia sull’aggiungere il nome di Conte al simbolo o sul fatto che una Virginia Raggi possa ricandidarsi. Al centro dello scontro c’è invece la risposta da dare alla domanda che in tutti questi anni è stata elusa: chi sono e vogliono essere i Cinque Stelle. Giuseppe Conte, dopo molti ondeggiamenti, sembra aver trovato la risposta. Ma quella risposta a Grillo non piace.