A Jackson Hole, tra le montagne del Wyoming, è finito un ciclo. Il tempo per una nuova fase di politica monetaria è giunto, ha dichiarato nella sua relazione di apertura il presidente della Federal Reserve Jay Powell. Insomma, molto probabilmente il processo di riduzione dei tassi di interesse, dopo il primo timido abbrivio della Banca Centrale Europea e della Banca d’Inghilterra, procederà rapidamente sui due lati dell’Atlantico.
Qualcuno dirà che il passo è troppo anticipato e repentino, che i pericoli di un’inflazione elevata sono ancora dietro l’angolo. Altri che il passo è tardivo, e che l’eccessiva stretta monetaria e la riluttanza dei banchieri centrali ad allentare le briglie ci hanno fatto perdere inutilmente molti punti di crescita economica.
Le critiche alle banche centrali hanno comunque poco senso. Jackson Hole corona un’azione di politica economica efficace che ha raggiunto due obiettivi ritenuti quasi impossibili due anni fa: l’abbattimento dell’inflazione e la tenuta…
A Jackson Hole, tra le montagne del Wyoming, è finito un ciclo. Il tempo per una nuova fase di politica monetaria è giunto, ha dichiarato nella sua relazione di apertura il presidente della Federal Reserve Jay Powell. Insomma, molto probabilmente il processo di riduzione dei tassi di interesse, dopo il primo timido abbrivio della Banca Centrale Europea e della Banca d’Inghilterra, procederà rapidamente sui due lati dell’Atlantico.
Qualcuno dirà che il passo è troppo anticipato e repentino, che i pericoli di un’inflazione elevata sono ancora dietro l’angolo. Altri che il passo è tardivo, e che l’eccessiva stretta monetaria e la riluttanza dei banchieri centrali ad allentare le briglie ci hanno fatto perdere inutilmente molti punti di crescita economica.
Le critiche alle banche centrali hanno comunque poco senso. Jackson Hole corona un’azione di politica economica efficace che ha raggiunto due obiettivi ritenuti quasi impossibili due anni fa: l’abbattimento dell’inflazione e la tenuta del ciclo economico, che non sarà forse brillante, ma certamente al momento non è recessivo.
Quello del banchiere centrale è un mestiere da funamboli. Si cammina su una corda sottile con il rischio di cadere da una parte o dall’altra, soprattutto nei momenti di instabilità come quelli che si sono ripetuti negli ultimi quindici anni. E a volte il gioco si fa duro.
Nel 2022, al picco della salita inflazionistica, sempre a Jackson Hole, Isabel Schnabel, membro del direttivo della Bce, spesso definita un falco, spiegò che le banche centrali in quel momento non potevano preoccuparsi della crescita. Che la dinamica dei prezzi andava ridotta ad ogni costo, anche rischiando la recessione.
Il problema era ancorare le aspettative sull’inflazione futura, in base alla quale gli operatori aggiustano prezzi e salari. Ossia dare segnali chiari che i prezzi avrebbero smesso di crescere anche perché le banche centrali avrebbero fatto di tutto per impedirlo.
Naturalmente l’inflazione ha cause profonde, non dipende solo dalle aspettative. In questi anni è stata il risultato dei colli di bottiglia sulla fornitura di beni e servizi dovuta ad eventi come il Covid, la guerra in Ucraina, i razzi degli Houti. E allo stesso tempo di una crescita della domanda, spinta dai risparmi delle famiglie durante il Covid e da politiche fiscali molto espansive da parte dei governi.
Ora queste tensioni si sono rallentate. Il segno forse più forte, e certamente il più importante per la Federal Reserve, è la crescita della disoccupazione negli Usa, che negli ultimi anni aveva raggiunto livelli minimi, sotto il 4%. La difficoltà per le imprese a trovare lavoratori genera facilmente una spirale in salita di prezzi salari. Ma, come dichiarato da Powell, il mercato del lavoro non è più surriscaldato e non è auspicabile un ulteriore raffreddamento. In altre parole, non è necessario e neppure bene che la disoccupazione cresca ancora.
Chi è più anziano ricorderà il lungo e drammatico periodo di stagflazione, ossia inflazione e disoccupazione a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Se non c’era lavoro e la domanda di beni languiva, perché i prezzi crescevano comunque? Precisamente perché le aspettative di inflazione futura erano fuori controllo, come dimostrano gli economisti Pierpaolo Benigno e Gauti Eggertsson nella loro relazione al simposio di Jackson Hole. Così non è stato questa volta.
E le banche centrali, ora, diversamente da allora, indipendenti dalle pressioni dei governi, hanno potuto fare il proprio lavoro senza rispondere alle continue pressioni politiche di agire in un senso o nell’altro.
Se avessero dato retta a chi da oltre un anno chiedeva una riduzione dei tassi di interesse, oggi saremmo molto probabilmente in una situazione di emergenza con prezzi fuori controllo e conseguenze gravi per le famiglie e le imprese. Certo il ciclo economico potrebbe rallentare nei prossimi mesi. Per ora si vede solo un passo un po’ lento ma nessuno che cammini a ritroso. C’è dunque di che celebrare a Jackson Hole.
barba@unimi.it