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Come un fulmine sulla spiaggia

Moussa Sangare, l'assassino di Sharon Verzeni, in una foto di qualche anno fa (ansa)

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Sharon Verzeni è stata una vittima casuale come potremmo essere tutti
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Quando una vita finisce, senza una ragione né un motivo, ma per uno scoppio di pura violenza fisica da parte di un estraneo, come accaduto alla giovane, solare e benvoluta da tutti Sharon Verzeni, chiunque abbia un minimo di coscienza “diventa”, in minima parte, Sharon: e Sharon è, in minima parte, una di noi. Di noi che non siamo carnefici e non vorremmo essere vittime. Anche se sappiamo che “ci” può accadere. O, peggio, che può accadere a chi ci è caro.

Moussa Sangare, 31 anni, l’assassino che uccide — come ha confessato — “tanto per farlo”, fa pensare, a chi abbia un po’ di memoria storica, ad Adam Kabobo. Era l’alba dell’11 maggio 2013, domenica, e Kabobo seminò il terrore nel quartiere di Niguarda, a Milano, ammazzando a sprangate e picconate tre persone scelte a caso e ferendone e inseguendone almeno altre quattro. Capace di intendere e volere, ma con diagnosi di schizofrenia paranoide, è stato condannato a vent’anni (non di più): «Sono state le voci a dirmi di uccidere», spiegò…

Quando una vita finisce, senza una ragione né un motivo, ma per uno scoppio di pura violenza fisica da parte di un estraneo, come accaduto alla giovane, solare e benvoluta da tutti Sharon Verzeni, chiunque abbia un minimo di coscienza “diventa”, in minima parte, Sharon: e Sharon è, in minima parte, una di noi. Di noi che non siamo carnefici e non vorremmo essere vittime. Anche se sappiamo che “ci” può accadere. O, peggio, che può accadere a chi ci è caro.

Moussa Sangare, 31 anni, l’assassino che uccide — come ha confessato — “tanto per farlo”, fa pensare, a chi abbia un po’ di memoria storica, ad Adam Kabobo. Era l’alba dell’11 maggio 2013, domenica, e Kabobo seminò il terrore nel quartiere di Niguarda, a Milano, ammazzando a sprangate e picconate tre persone scelte a caso e ferendone e inseguendone almeno altre quattro. Capace di intendere e volere, ma con diagnosi di schizofrenia paranoide, è stato condannato a vent’anni (non di più): «Sono state le voci a dirmi di uccidere», spiegò, e pareva sincero.

Durante l’indagine si scoprì che, dopo una rissa in un centro di accoglienza, era finito in un carcere. Gli erano stati diagnosticati «disturbi della sensopercezione». Aveva poco dopo tentato il suicidio: era infine approdato a Milano e, preda dei suoi deliri, dormiva dove capitava, spesso nei cespugli.

Assassino folle Kabobo, dunque, e assassino folle Sangare, il quale nel recente passato se l’era presa con madre e sorella. E che un mese fa, prima di arrivare a Terno d’Isola, in via Castegnate, per uccidere a caso, per infliggere una coltellata al petto e tre alla schiena a una persona indifesa, aveva già mostrato le armi e fatto paura ad altri passanti. E proprio come avvenuto per Kabobo, dove qualcuno, scampato all’agguato, se ne andò a dormire senza avvisare la polizia, così è accaduto anche a Terno d’Isola: si sa per certo che due ragazzini sono stati minacciati da Sangare, eppure si sono ben guardati dall’andare dai carabinieri. Non hanno aiutato le indagini. Non hanno favorito un identikit. Ci si volta dall’altra parte.

Le morti atroci di Giulia Tramontano e di Giulia Cecchettin, uccise dai fidanzati, hanno aiutato tutti (e tutte) a riflettere sui “no!” che bisognerebbe dire ai partner ossessivi, fasulli e violenti. Di fronte alla tragedia di Sharon, su che cosa riflettiamo?

Esiste soprattutto un profondo dolore collettivo. La mano che ha ucciso non è di un fidanzato, di uno spasimante deluso e balordo, del seguace di una setta. La mano che ha ucciso, l’ha fatto — così hanno ricostruito dalla procura e dalla caserma — con la stessa casualità del fulmine che sulla spiaggia uccide una persona e salva quella che gli sta accanto. In un’epoca senza telecamere, Sangare forse se la sarebbe cavata, perché questo non è un “giallo”, non esiste un movente e non c’è una strategia del killer che programma un piano. Dove poter cercare, senza una traccia logica, la brutalità umana, che prospera anche negli abissi che scopriamo accanto a noi?

Come nessun assistente sociale aveva “intercettato” Kabobo nella grande ed efficiente metropoli, così è accaduto anche a Suisio, il paesino dove girovaga senza meta Sangare. Ma è possibile? È come se i violenti e i “fuori di testa” diventassero invisibili a polizia locale, a pattuglie, ad ambulanze, a sindaci. Nelle città come nelle periferie delle periferie, tipo Suisio, finché non scorre il sangue degli innocenti si può dunque restare invisibili?

Quella mano invisibile aveva però raggranellato quattro coltelli. E nell’afa della notte nella bergamasca, il giovane sbandato è uscito in bicicletta, pedalando furioso, come per una battuta di caccia. Avrebbe potuto ammazzare chiunque: s’è accanito su una coetanea che per svagarsi, per dimagrire, magari per dormire meglio era uscita — come facciamo noi — a far quattro passi sotto casa. E Sharon credeva di poter stare tranquilla, proprio come capita a noi.

Con grande dignità, la sua compatta e limpida famiglia ha sottolineato come cattura del criminale del paese accanto «spazza via tutte le speculazioni che sono state fatte sulla vita di Sharon». E ha invocato subito «una maggiore sensibilità in tutti sul tema della sicurezza del nostro vivere».

I parenti delle vittime spesso vorrebbero che i loro cari non fossero morti invano: sarebbe una consolazione di fronte alle ferite inguaribili che si porteranno nel cuore. Siamo però testimoni — e va detto — di interi decenni di politica “chiacchiere e distintivo”, e cioè di leader che non fanno che soffiare sul fuoco e di ministri che corrono dietro le cosiddette emergenze moltiplicando i titoli di reato. Di portare soluzioni efficaci e durature sul piano penale, negli ultimi trent’anni siamo però (e purtroppo) a “zero tituli”. Sharon, con il suo calvario (“M’ha ucciso!”, è riuscita a dire), racconta infatti chi siamo: non come ci siamo arrivati.

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