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Gli avamposti di Putin nella Ue

Erfurt, Turingia (Germania), 1 settembre: Sahra Wagenknecht (reuters)

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Il germe del putinismo cresce anche in Paesi strutturati e di solida tradizione democratica. Quel che è accaduto in Turingia e Sassonia ne è l’ultima prova
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«La seconda metà di questo decennio sarà molto difficile. Il settore della difesa non potrà essere secondario». Le urne in Turingia e Sassonia erano ancora aperte quando la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha pronunciato a Praga questa frase. Ma il cuore di queste parole è strettamente connesso a quel che è accaduto nei due land tedeschi in cui la destra neonazista ha conseguito un successo senza precedenti. E nello stesso tempo la sinistra populista e putiniana ha compiuto un balzo in avanti capace di doppiare la sinistra di governo.

Il Vecchio Continente dunque, mentre si muove sul crinale sottile di una potenziale guerra e di un infarto della democrazia, deve nello stesso tempo fare i conti con un nemico interno. I sistemi istituzionali europei sono infiltrati. In Italia, in Francia e ora sempre più clamorosamente in Germania. Il germe del putinismo sta crescendo anche in Paesi strutturati e di solida tradizione democratica. Quel che è accaduto nelle du…

«La seconda metà di questo decennio sarà molto difficile. Il settore della difesa non potrà essere secondario». Le urne in Turingia e Sassonia erano ancora aperte quando la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha pronunciato a Praga questa frase. Ma il cuore di queste parole è strettamente connesso a quel che è accaduto nei due land tedeschi in cui la destra neonazista ha conseguito un successo senza precedenti. E nello stesso tempo la sinistra populista e putiniana ha compiuto un balzo in avanti capace di doppiare la sinistra di governo.

Il Vecchio Continente dunque, mentre si muove sul crinale sottile di una potenziale guerra e di un infarto della democrazia, deve nello stesso tempo fare i conti con un nemico interno. I sistemi istituzionali europei sono infiltrati. In Italia, in Francia e ora sempre più clamorosamente in Germania. Il germe del putinismo sta crescendo anche in Paesi strutturati e di solida tradizione democratica. Quel che è accaduto nelle due regioni tedesche ne è l’ultima prova.

Il ras del Cremlino, quindi, ha ora i suoi portavoce nel cuore dell’Europa. Il presidente russo ha ottenuto una vittoria politica eccezionale e preoccupante. La destra “fascista” dell’Afd e la sinistra nostalgica sono, insieme ad altre formazioni europee come il Rassemblement National in Francia o la Lega in Italia, gli avamposti di Putin nell’Ue. La deresponsabilizzazione rispetto alla guerra in Ucraina viene occultata da una posticcia ricerca della pace.

Il fronte che ha vinto in Germania è esattamente l’archetipo di questo modello degenerativo della politica italiana. Consegnare la democrazia europea alla protervia autocratica di Mosca utilizzando la scusa di una pacificazione nei territori di Kiev. Senza spiegare agli elettori, però, che la loro scelta non è realmente pacifista. Si tratta di una resa alla violenza di una dittatura. È un modo per nascondere sotto il loro tappeto la polvere dell’antidemocrazia.

Un risultato eccezionale per Putin. Che appunto consegue, in questo caso senza sparare un colpo, un risultato che lo porta dentro i confini dell’Unione. E non è un caso che l’unico partito italiano a esultare sia stato proprio la Lega di Matteo Salvini.

L’aspetto più grave, però, è proprio quello prospettato dalla presidente della Commissione. I prossimi anni saranno difficili. L’orizzonte bellico non è mai stato così vicino. La stessa von der Leyen ha confermato che intende istituire un «Commissario alla Difesa». L’Europa si prepara a questa sfida trovandosi delle serpi in seno, attori che fanno il gioco del nemico.

Una condizione di debolezza che nei mesi a venire potrebbe essere ancora più acuta. È evidente che la cosiddetta coalizione “semaforo” che governa a Berlino esce a pezzi da questa competizione elettorale. Il cancelliere Scholz — che si dimetta o meno — è ormai un’anatra zoppa. La locomotiva tedesca si muoverà inevitabilmente con il freno a mano almeno per tutto il prossimo anno, fino a quando cioè non si terranno le nuove elezioni politiche.

L’effetto sull’Unione e sulla squadra von der Leyen che sta per insediarsi sarà devastante. Le Istituzioni europee saranno monche senza il contributo fattivo dell’esecutivo tedesco. Se a questo si aggiungono la fragilità della presidenza francese e le incoerenze antieuropeiste — palesi e occulte — del centrodestra italiano, difficilmente la nuova Commissione potrà agire rispettando gli impegni assunti da von der Leyen e soprattutto tenendo presente il monito evocato ieri sulle sfide che ci attendono nei prossimi cinque anni.

L’Ue rischia di disegnare i suoi orizzonti con una matita spezzata. Questa dovrebbe essere la legislatura delle riforme e dell’adeguamento istituzionale rispetto alla competizione globale. In questo contesto, invece, appare molto più probabile che almeno per un anno tutto sprofondi nelle sabbie mobili della paralisi. L’Ue se lo può permettere? No, né dal punto di vista della tenuta democratica né da quello economico.

E allora, in presenza di un sistema politico che anche in Francia e in Germania sta assumendo le peggiori abitudini e frantumazioni dei partiti italiani, è indispensabile che nelle capitali del nostro Continente e anche a Bruxelles si inizi a considerare che il primo obiettivo deve essere la tutela della democrazia.

Il concetto di “Grande Alleanza” non è più un paracadute da aprire all’occorrenza in un singolo membro dell’Ue. Deve essere invece il primo punto nel programma dell’intera Unione e della Commissione. Se si intende conservare la nostra storia di libertà.

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