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Dove conduce la svolta su Kiev

Kharkiv (Ucraina), 1 settembre: i primi soccorsi dopo un raid russo (reuters)

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Il centrodestra al governo e il centrosinistra all’opposizione su un tema la pensano allo stesso modo: negare all’Ucraina il diritto di colpire il territorio russo
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Alla fine si è trovato un tema su cui il centrodestra al governo e il centrosinistra all’opposizione la pensano allo stesso modo: negare all’Ucraina il diritto di colpire il territorio russo per proteggersi dai bombardamenti la cui origine è nelle basi di Putin oltre confine.

L’Unione europea e la Nato accettano ormai come ovvia tale possibilità, adesso che la guerra è entrata in una fase decisiva. Kharkiv, la seconda città ucraina, viene martirizzata ogni giorno e in molte capitali occidentali è vista come il simbolo della resistenza all’aggressione, nonché della volontà ucraina di entrare a far parte delle istituzioni europee.

L’Italia la pensa diversamente. Il governo manda un po’ di armi a Zelensky, ma con l’accordo che devono essere usate solo sul terreno domestico, ossia quando i missili e le bombe sono già arrivati a destinazione.

La breve stagione in cui Roma parlava il linguaggio della lealtà atlantica e della solidarietà all’Ucraina sfregiata sembra essersi conclusa…

Alla fine si è trovato un tema su cui il centrodestra al governo e il centrosinistra all’opposizione la pensano allo stesso modo: negare all’Ucraina il diritto di colpire il territorio russo per proteggersi dai bombardamenti la cui origine è nelle basi di Putin oltre confine.

L’Unione europea e la Nato accettano ormai come ovvia tale possibilità, adesso che la guerra è entrata in una fase decisiva. Kharkiv, la seconda città ucraina, viene martirizzata ogni giorno e in molte capitali occidentali è vista come il simbolo della resistenza all’aggressione, nonché della volontà ucraina di entrare a far parte delle istituzioni europee.

L’Italia la pensa diversamente. Il governo manda un po’ di armi a Zelensky, ma con l’accordo che devono essere usate solo sul terreno domestico, ossia quando i missili e le bombe sono già arrivati a destinazione.

La breve stagione in cui Roma parlava il linguaggio della lealtà atlantica e della solidarietà all’Ucraina sfregiata sembra essersi conclusa.

Coincise con la fase in cui Giorgia Meloni, da poco presidente del Consiglio, e cioè nel 2022, aveva necessità di accreditarsi a Washington, superando di slancio le diffidenze americane verso la giovane leader di una formazione di destra un tempo lontana dai valori fondativi della comunità occidentale.

L’Ucraina serviva allo scopo, ma oggi l’obiettivo sembra raggiunto. Biden, a due mesi dalle elezioni da cui si è ritirato, è un presidente dimezzato; il futuro è incerto e una vittoria dell’isolazionista Trump rimane plausibile.

Il fervore pro-Kiev del governo italiano si è parecchio affievolito e intanto sono riemerse nel dibattito pubblico parecchie pulsioni filo-Putin o forse solo genericamente pacifiste, magari con l’intento di compiacere la predicazione del Papa.

Questo riguarda, come si è detto, l’intero schieramento. Allo stato delle cose, solo Calenda con il suo piccolo partito si è espresso a favore dell’aiuto militare senza vincoli all’Ucraina. L’argomento che mette d’accordo tutti gli altri è: “noi non siamo in guerra contro la Russia”. Non a caso è declinato sia a destra sia a sinistra. Basti vedere come Elly Schlein — oltre a Conte, s’intende — ha fatto eco alla posizione del governo in materia.

Così, proprio nel giorno in cui la Germania vede inasprire la sua crisi interna, per via della vittoria dell’estrema destra nazistoide e filo-Putin in Turingia e il successo in Sassonia, proprio nello stesso giorno l’Italia si iscrive al club dei Paesi che si collocano ai margini dell’Europa in quanto non condividono la politica verso l’Ucraina. È il club di cui sono soci l’Ungheria e la Slovacchia.

Qui occorre essere precisi. Non tutti sono dei consapevoli sostenitori delle posizioni russe in Europa orientale. Certo, lo sono in modo simmetrico Salvini a destra e Conte a sinistra. Entrambi usano con cinismo la politica estera come strumento per condizionare i rispettivi campi.

Il leghista finora aveva fallito, ma ora comincia a ottenere qualche risultato e tirerà ogni giorno la corda. Conte è molto più avanti lungo una linea che s’ispira alle riflessioni di Goffredo Bettini: «Bisogna rompere con l’atlantismo, riconquistare autonomia dagli Stati Uniti e abbracciare la pace» (un linguaggio che si concilia senza sforzo con quello di numerosi circoli cattolici).

La novità, come si è detto, è la svolta di Schlein. Conte si allinea alla candidatura di Orlando in Liguria, ma intanto fissa i criteri della politica estera. Se fosse uno scambio, sarebbe tutto a suo vantaggio.

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