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Pil, perché l’Europa sta frenando

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen (reuters)

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È probabile che uscire insieme dalla stagnazione economica sia l’antidoto anche all’ondata populista. Lo sguardo va all’Ue a cui si chiede impegno per la crescita della competitività, riordino delle risorse e chiarezza strategica
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No. Non è Italia-Germania 4-3 del 1970 o una delle altre “rivincite” calcistiche che ogni italiano ricorda a seconda dell’età (1982, 2006 o 2012). Tra aprile e giugno il Pil tedesco si è ridotto dello 0,1%, quello italiano è cresciuto dello 0,2%. Ma poiché in economia e in Europa nel 2024 Ricardo conta ancora più di Orbán, nessuno la può considerare una vittoria e i tifosi delle rispettive squadre, a cominciare dalla premier Meloni, non hanno diritto di esultare per il fatto che «l’Italia cresce più di altre nazioni».

Nella schermaglia politica è legittimo che gli avversari italiani sottolineino le difficoltà dei socialisti tedeschi puniti dagli elettori, o come il tanto sbandierato rigore dei bilanci pubblici non sia una ricetta che metta al riparo da tutte le crisi. E persino che il campione teutonico Volkswagen sia costretto a tagliare costi e impianti sotto la pressione della concorrenza internazionale. Colpi all’orgoglio nazionale che inglesi, italiani e francesi hanno già dovu…

No. Non è Italia-Germania 4-3 del 1970 o una delle altre “rivincite” calcistiche che ogni italiano ricorda a seconda dell’età (1982, 2006 o 2012). Tra aprile e giugno il Pil tedesco si è ridotto dello 0,1%, quello italiano è cresciuto dello 0,2%. Ma poiché in economia e in Europa nel 2024 Ricardo conta ancora più di Orbán, nessuno la può considerare una vittoria e i tifosi delle rispettive squadre, a cominciare dalla premier Meloni, non hanno diritto di esultare per il fatto che «l’Italia cresce più di altre nazioni».

Nella schermaglia politica è legittimo che gli avversari italiani sottolineino le difficoltà dei socialisti tedeschi puniti dagli elettori, o come il tanto sbandierato rigore dei bilanci pubblici non sia una ricetta che metta al riparo da tutte le crisi. E persino che il campione teutonico Volkswagen sia costretto a tagliare costi e impianti sotto la pressione della concorrenza internazionale. Colpi all’orgoglio nazionale che inglesi, italiani e francesi hanno già dovuto metabolizzare in epoche precedenti.

A patto però di ricordare che Italia e Germania, economicamente parlando, giocano nella stessa squadra da diversi decenni e lo fanno con governi di tutti i colori da entrambe le parti. Un compagno giù di corda — Berlino entra ed esce dalla recessione e la sua produzione industriale si contrae da più due anni — significa che tutta la squadra finirà per risentirne.

La malattia della Germania nasce da vicende globali: la guerra in Ucraina che ha rotto la catena di approvvigionamento energetico garantita dal gas russo e creato un’ondata d’inflazione. Quello squilibrio economico si sta trasformando in un dissenso politico interno molto pericoloso per l’intera Europa.

Ma prima che nelle urne della Turingia la frenata dell’industria tedesca era già emersa nei bilanci delle società meccaniche italiane, dei produttori di semilavorati per auto e farmaci e persino dei venditori dei settori del made in Italy, ad esempio nei mobili, dove i cali in Germania, primo mercato di export, devono essere compensati cercando altri lidi. Le aziende tedesche sono il primo partner commerciale italiano con l’interscambio che si concentra tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

Non è un caso se i rispettivi comparti industriali riducono la propria attività in sincrono da oltre 20 mesi. La Germania si è fermata e ha messo in difficoltà i suoi fornitori. Le aziende italiane, storicamente brave ad adattarsi, hanno ridotto in questi anni la dipendenza facendo un mini-decoupling, ma pensare che l’indebolimento dei tedeschi possa in qualche modo avvantaggiarci è pura follia. Ancor di più lo è pensare che ci sia una via “italiana” alla crescita che prescinda dalla dinamicità dei nostri clienti e fornitori.

È probabile che uscire insieme dalla stagnazione economica sia l’antidoto anche all’ondata populista. L’insofferenza verso un mondo che cambia, la ricerca di capri espiatori al proprio impoverimento è iniziata da noi, si manifesta oltre le Alpi in maniera sempre più estrema ed è probabile che torni indietro amplificata. Un’eventualità da scongiurare.

Come altre volte in momenti di profonda crisi, lo sguardo va alle istituzioni europee: alla Commissione Europea nascente a cui si chiede un impegno senza precedenti per la crescita della competitività, un riordino delle risorse e una chiarezza strategica per fronteggiare i veri competitor globali: Usa e Cina.

E in maniera ancora più urgente si aspetta la Bce, dove ormai da mesi si guarda alle previsioni di crescita dell’intera Eurozona con forte preoccupazione e ci si confronta su come aiutare tutti, calibrando il costo del denaro. Un taglio ci sarà, ma tempi e modi saranno decisivi nel dare grande sollievo o fornire l’ennesimo assist ai populisti. Aiuterebbe che anche tra i tifosi “dell’Europa delle Nazioni” questa consapevolezza crescesse, se non nelle dichiarazioni pubbliche, almeno nei fatti.

L’Italia sta per varare una manovra non facile, con pochissime velleità di spingere via quella stagnazione che attanaglia noi e Berlino. E qualsiasi risultato si ottenga viene sempre sbandierato e celebrato come un’impresa ottenuta «nonostante gli ostacoli posti da Bruxelles». Soli si cresce dello zero virgola e si diventa sempre più marginali.

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