C’è qualcosa di tribale nella difesa che Giorgia Meloni mette in campo ogni volta che un suo ministro incappa in una vicenda deplorevole. Il caso Sangiuliano non fa eccezione. Non è ancora chiaro se l’improvvisata e franosa trincea dietro la quale il ministro della Cultura si è riparato gli permetterà di evitare le dimissioni per l’ormai nota storia della sua ex “quasi consigliera” Maria Rosaria Boccia. Nel dubbio, la presidente del Consiglio ha dispiegato la medesima logica di partito già usata per blindare anche altri esponenti del governo, come i ministri Santanchè e Lollobrigida.
In Meloni prevale sempre l’istinto difensivo della tribù, maturato in anni e anni di militanza catacombale nella destra missina: il mondo contro di noi, noi contro il mondo. Non è una attitudine che porta bene e lontano, e infatti in origine non serviva a questo, serviva solo a giustificare la propria marginalità politica e a darle una verniciata di finto eroismo.
Riproposta ora che Meloni è a Pala…
C’è qualcosa di tribale nella difesa che Giorgia Meloni mette in campo ogni volta che un suo ministro incappa in una vicenda deplorevole. Il caso Sangiuliano non fa eccezione. Non è ancora chiaro se l’improvvisata e franosa trincea dietro la quale il ministro della Cultura si è riparato gli permetterà di evitare le dimissioni per l’ormai nota storia della sua ex “quasi consigliera” Maria Rosaria Boccia. Nel dubbio, la presidente del Consiglio ha dispiegato la medesima logica di partito già usata per blindare anche altri esponenti del governo, come i ministri Santanchè e Lollobrigida.
In Meloni prevale sempre l’istinto difensivo della tribù, maturato in anni e anni di militanza catacombale nella destra missina: il mondo contro di noi, noi contro il mondo. Non è una attitudine che porta bene e lontano, e infatti in origine non serviva a questo, serviva solo a giustificare la propria marginalità politica e a darle una verniciata di finto eroismo.
Riproposta ora che Meloni è a Palazzo Chigi, la posa appare grottesca, oltre che dannosa. Non che la cosa possa stupire, parliamo di una presidente del Consiglio che in vista delle nomine europee ha preferito tenere fede alla fama di Fratelli d’Italia piuttosto che seguire l’interesse nazionale.
A Meloni pare sfuggire l’effetto collaterale della difesa di Sangiuliano, e cioè che la responsabilità politica degli errori commessi, se coperti a dispetto dell’evidenza, finisce per ricadere su Palazzo Chigi. A maggior ragione in questo caso, visto che c’è di mezzo la gestione di un evento del G7 e governi di Paesi dove la grammatica politica spinge a non considerare quisquilie la corretta gestione dei dossier istituzionali, ancora più se legati a questioni di sicurezza.
Un problema evidente, come spesso accade quando si parla di Meloni, è l’assoluta incoerenza tra parole e opere. Per questo, da capa dell’opposizione, chiedeva dimissioni immediate dell’allora ministra Josefa Idem per una piccola vicenda di condono fiscale, dimissioni che Idem responsabilmente diede, mentre per trarre le conseguenze sulle spericolatezze dei suoi ministri c’è sempre bisogno di altro, una sentenza, una carta che manca, un girato integrale, un unicorno.
Sempre per questo, da capa dell’opposizione, sbraitava in aula lanciando accuse durissime e infamanti, servo a questo, criminale a quello, mentre ora pretende dalle minoranze una condotta improntata al galateo. Vuole monsignor Della Casa capo dell’opposizione.
Prima e dopo la campagna elettorale che l’ha portata al governo del Paese Meloni ha usato un cavallo di battaglia: «Non voglio più vivere — ha detto in parecchie occasioni — in un Paese dove a decidere la sorte di una persona sia la tessera di partito che ha in tasca».
La teoria è discutibile in sé. Non perché in Italia non esista la cooptazione per ragioni politiche, senza meriti. Ma Meloni ha sempre usato questo argomento a cavallo tra vittimismo e complesso di inferiorità, per i soliti scopi di revisionismo storico, come se la primazia della sinistra in alcuni settori della vita pubblica fosse appunto frutto di una macchinazione, il potere di una combriccola che ha promosso i brocchi di una parte ed emarginato i talenti dell’altra.
Quali talenti, non è mai stato reso noto. In ogni caso, ammesso e non concesso che nella sua tesi ci sia un briciolo di verità, da che pulpito: non c’è personalità politica che più di Meloni dimostri continuamente di mettere in cima a tutto l’appartenenza di partito.
Proprio i casi dei ministri azzoppati lo testimoniano in modo inequivocabile. Sei dei miei? Ti difendo a oltranza. Stai nel mio clan? Non hai da temere anche se sbagli. Hai la tessera di FdI in tasca? Resti al tuo posto anche se spunta che ne hai combinate più di Carlo in Francia o di Gennaro a Pompei.
Funziona proprio come Meloni imputa agli altri, gli avversari. Far parte della famiglia politica della presidente del Consiglio è diventata una garanzia di irresponsabilità: non devi più dar conto di nulla, ci pensa Meloni a sbarrare il passo ai contestatori.