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Il “legno storto” dell’umanità che ci rende più maturi e responsabili

(ansa)

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Intorno alle due più recenti vicende di cronaca criminale, si è diffusa una paccottiglia similpsicologica e similsociologica che produce effetti perniciosi
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«In mite luce Jakob Apfelböck ammazzò il padre e la madre suoi, li chiuse tutt’e due nel guardaroba e restò nella casa, solo lui. Sette giorni prima era ancora un bambino». Bertolt Brecht pubblicò questi versi nel 1927 e già l’incipit («In mite luce…») ci parla di un interno domestico di normalità. Ovvero di una ordinarietà dell’esistenza familiare nelle cui pieghe tranquille può covare la follia e irrompere il crimine. Di fronte a ciò è facile rimanere senza parole: o con troppe e sconclusionate parole.

La cosa riguarda tutti: quanti leggono le notizie provenienti da Terno d’Isola e da Paderno Dugnano e non possono non chiedersi come mai quell’orrore sia potuto accadere; e quanti per mestiere o per vanità si trovano – in un sistema mediatico onnipervasivo – a tentare una interpretazione, se non addirittura a formulare una spiegazione. Ho appena letto la riflessione di Massimo Recalcati e posso dire di condividerla integralmente, proprio perché, con pudore e prudenza, riesce a tenersi…

«In mite luce Jakob Apfelböck ammazzò il padre e la madre suoi, li chiuse tutt’e due nel guardaroba e restò nella casa, solo lui. Sette giorni prima era ancora un bambino». Bertolt Brecht pubblicò questi versi nel 1927 e già l’incipit («In mite luce…») ci parla di un interno domestico di normalità. Ovvero di una ordinarietà dell’esistenza familiare nelle cui pieghe tranquille può covare la follia e irrompere il crimine. Di fronte a ciò è facile rimanere senza parole: o con troppe e sconclusionate parole.

La cosa riguarda tutti: quanti leggono le notizie provenienti da Terno d’Isola e da Paderno Dugnano e non possono non chiedersi come mai quell’orrore sia potuto accadere; e quanti per mestiere o per vanità si trovano – in un sistema mediatico onnipervasivo – a tentare una interpretazione, se non addirittura a formulare una spiegazione. Ho appena letto la riflessione di Massimo Recalcati e posso dire di condividerla integralmente, proprio perché, con pudore e prudenza, riesce a tenersi fuori dal perimetro di quella abitazione di Paderno Dugnano per sviluppare un ragionamento sulla condizione attuale dell’adolescenza e sulla crisi dell’istituto familiare. E – ecco il punto fondamentale – sulla «legge della parola». Ma, a parte questa e poche altre eccezioni, se ne sono lette e ascoltate di tutti i colori.Non mi riferisco all’interpretazione “razziale” dell’assassinio di Sharon Verzeni data da Matteo Salvini (che Dio lo perdoni), ma alle cosiddette “analisi” offerte, immancabilmente via telefono, da professionisti di lunga esperienza, sempre sulla base di diagnosi telefoniche e di evidenze cliniche estratte dalle pagine della cronaca nera. Su questo e sul “rapporto tra chi per lavoro si occupa di salute mentale e l’informazione”, l’articolo di Vittorio Lingiardi dice cose molto importanti. Resta il fatto che, intorno alle due più recenti vicende di cronaca criminale, si è diffusa una paccottiglia similpsicologica e similsociologica che produce effetti perniciosi. E che ha due radici. La prima: è questo il nostro modo di dire l’indicibile. Attoniti per l’incapacità di comprendere l’accaduto attraverso le categorie che siamo abituati a maneggiare, ci affidiamo alle banalità sedimentate da un’istruzione scolastica irreparabilmente datata; e riproposte da un flusso informativo che produce schemi di lettura irrigiditi e mai sottoposti a paziente verifica. Volano frasi come: «non c’è alcun dialogo tra le generazioni» e – così i più audaci – «la crisi della famiglia è irreversibile».

Fatto salvo che le considerazioni appena citate sono in qualche modo condivisibili, e riscontrate da almeno mezzo secolo, per il bene di tutti sarebbe opportuno smettere di ripetercele pigramente. Insomma: una moratoria delle interpretazioni e una sospensione delle diagnosi e delle etichette. Tacere, pazientare, rinunciare a risposte prêt-à-porter che già si potevano trovare nel corso di psicologia a dispense, un tempo comodamente acquistabile nell’edicola sotto casa. Ma se di queste risposte, così futilmente inadeguate, avvertiamo una tale prepotente esigenza, non è solo perché siamo mossi dall’insaziabile voglia di “spiegarci tutto”. C’è una ragione assai più profonda. Possiamo definirla come il rifiuto di accettare l’esistenza del male. La coscienza, cioè, che nella nostra stessa identità umana è presente la possibilità della rottura, dello strappo, della caduta. Ciascuno di noi chiama queste crisi con nomi diversi, sulla base delle proprie credenze e dei propri valori, scorgendo in esse la dimensione del Disumano. Ciò suggerisce che l’inclinazione a commettere quel che chiamiamo il male sia connaturata, i cristiani direbbero “consustanziale” alla struttura profonda della psiche. Non solo: si tratta di accettare il fatto che la persona possa logorarsi e perdersi e che la sua corteccia cerebrale e le sue cellule vitali possano precipitare nella psicopatologia e nella follia.In altre parole, la malattia mentale esiste e presenta una quota significativa di imprevedibilità e di irreparabilità. Ed è una sciocchezza dire che Franco Basaglia sostenesse il contrario, mentre è vero che il suo pensiero e la sua opera si concentravano sui fattori ambientali e sociali che, quella malattia mentale, potevano agevolare e accelerare. Le scienze umane e le discipline della psiche ci aiutano a cogliere i sintomi, a verificare i segnali, a individuare le manifestazioni patologiche; e, nei limiti del possibile, a contenerle, ridurle, curarle. E per fare questo sono necessarie strategie terapeutiche, sociali e politiche, ma a partire dal riconoscimento che il male esiste e che non può essere espunto dalle nostre società.Per i credenti la radice risiede nel peccato originale, o comunque in un fattore religioso che determina la Caduta.

Per chi non ha fede sono la civilizzazione e i processi storici ed economici a determinare il manifestarsi del male, come aggressività intestina e come tendenza individuale e collettiva alla sopraffazione. Dunque, come violenza interpersonale e come volontà di annientamento di individui, classi, etnie e popoli. Tutto ciò si intreccia ai fattori economici e ambientali e alle grandi crisi planetarie. Ma resta quel dato irriducibile: l’uomo non è buono.Tutti i credi religiosi, le utopie politiche e le ideologie della salvezza intendono porre riparo all’imperfezione della natura umana e alla sua propensione verso il male. Possono fare miracoli e promuovere il bene, ma non raddrizzare il “legno storto” dell’umanità. Saperlo non ci fa, certo, più felici, ma ci rende più maturi e responsabili.

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