Noi, l’Europa, loro, gli Stati Uniti e la Cina. E’ la trama geopolitica del rapporto sulla competitività di Mario Draghi. Ossia, cosa dobbiamo fare per tornare ad innovare e crescere come gli Stati Uniti? E cosa per proteggerci dalla Cina e dal suo modello non leale di competitività “sponsorizzata” dallo Stato?
E’ un mondo molto diverso da quello che sarebbe stato descritto solo cinque anni fa, epoca pre-covid, per quanto anche in quel tempo crescita e capacità di innovazione latitassero in Europa. Allora le sfide delle due grandi transizioni, verde e digitale erano zoppicanti ma, nonostante Trump, in qualche modo comuni, tra paesi le cui economie erano sempre più integrate. “In un mondo di geopolitica stabile, non c’era ragione di essere preoccupati della crescente dipendenza da paesi che pensavamo sarebbero rimasti nostri amici”, scrive Draghi. Ora, in un tempo di geopolitica instabile, le sfide rimangono le stesse, ma la strategia cambia. Bisogna innovare non solo per crescere ma anche per proteggersi. La sfida per la competitività è dunque “esistenziale”. Inevitabile per difendere e rilanciare il nostro benessere e il nostro modello di società prospera ed inclusiva.
Delle azioni proposte dal rapporto, dagli investimenti alle infinite dettagliate misure, ne abbiamo bisogno comunque. In vent’anni la differenza tra PIL Usa e Pil Europeo è passata dal 15% al 30%. 72% di questo distacco è spiegato dalla perdita di produttività. L’Europa non innova abbastanza, ha una struttura industriale statica, le imprese innovative emigrano, ha mercati frammentati e soffoca le ambizioni di crescita delle imprese con regole eccessive e diverse tra paesi.
Ma, secondo il rapporto, il nostro continente è specialmente minacciato perché ci siamo fidati e affidati troppo agli altri. Le esportazioni non trovano più mercati aperti e in crescita come prima. Le nostre catene di produzione disperse nel mondo, basta un razzo degli Houti per bloccarle e privarci di componenti essenziali. E i nostri sistemi di difesa frammentati e inefficienti, tanto c’è l’ombrello americano, non sono in grado di difenderci. Per questo la geopolitica pone per noi sfide esistenziali.
Ora, sostiene il rapporto e tornando ai mercati, il multilateralismo è defunto e dunque l’Europa deve essere pro-attiva e dotarsi di una propria politica commerciale. Per settori dove siamo troppo indietro tecnologicamente barriere basse e continuiamo a importare, vedi i pannelli solari. Per quelli dove vogliamo sviluppare nuove tecnologie o riportare a casa la produzione di componenti fondamentali, un po’ di protezione sulla base del vecchio modello dell’industria infante (aspettiamo che cresca e impari per farla andare nel mondo). Per quelli dove le tecnologie sono all’estero ma si potrebbe comunque produrre in Europa, favorire investimenti dall’estero. E infine fare accordi commerciali con tutti coloro con cui vogliamo collaborare per l’innovazione o che hanno materie prime per noi essenziali.
Tutto bene, ma bisogna essere in due per ballare il tango. Come risponderanno gli altri paesi alle nostre scelte unilaterali? La Cina continuerà a darci i pannelli solari se blocchiamo le sue esportazioni di automobili elettriche? E gli altri? Il problema è che quando si iniziano ad alzare barriere e si lanciano programmi di sviluppo industriale con forti interventi pubblici comunque il terreno di gioco non sarà più pareggiato per nessuno e ci sarà sempre qualcuno in vena di ritorsione. Il mondo è ancora troppo integrato e i legami tecnologici e commerciali sono inevitabili.
Le transizioni digitale e verde richiedono per forza investimenti pubblici colossali che distorcono i mercati. Ma creano anche beni comuni, come aria pulita, che fanno bene a tutti. Potremmo forse allora, nella dinamica del noi e loro, provare comunque ad identificarli ed essere pro-attivi nel cercare accordi di cooperazione tra paesi?
Il rapporto Draghi è un esercizio fondamentale per preservare e ricostruire il bene comune europeo della prosperità, della crescita e dell’inclusione sociale. Ma per mettere in atto questo piano, qualunque sia la geopolitica, non si può dimenticare il bene comune globale, almeno dove e con chi è possibile.