È stato un buon dibattito, migliore delle aspettative della vigilia, che prevedevano uno scontro aspro e brutale nei toni, insipido nella sostanza. E Kamala Harris lo ha vinto. Ai punti, ma lo ha vinto per opinione unanime dei commentatori. Lo ha vinto perché si era preparata molto bene e ha saputo mettere a segno i colpi provati e riprovati in allenamento, dopo un primo quarto d’ora di incertezza ed evidente tensione, con un linguaggio affilato, una postura composta e una mimica espressiva. L’esperienza da procuratore le è stata di grande aiuto per affrontare un avversario che poteva essere pericoloso per la sua natura istrionica e la sua imprevedibilità.
Donald Trump lo ha perso perché non si è preparato, fidandosi della sua capacità di improvvisare, e perché ha cercato di domare l’istinto collerico, risultando egualmente rabbioso di fronte alla calma fredda della rivale, che ne ha sfruttato la più grande debolezza: l’ego smisurato. Harris, ha scritto il New York Times, ha sapu…
È stato un buon dibattito, migliore delle aspettative della vigilia, che prevedevano uno scontro aspro e brutale nei toni, insipido nella sostanza. E Kamala Harris lo ha vinto. Ai punti, ma lo ha vinto per opinione unanime dei commentatori. Lo ha vinto perché si era preparata molto bene e ha saputo mettere a segno i colpi provati e riprovati in allenamento, dopo un primo quarto d’ora di incertezza ed evidente tensione, con un linguaggio affilato, una postura composta e una mimica espressiva. L’esperienza da procuratore le è stata di grande aiuto per affrontare un avversario che poteva essere pericoloso per la sua natura istrionica e la sua imprevedibilità.
Donald Trump lo ha perso perché non si è preparato, fidandosi della sua capacità di improvvisare, e perché ha cercato di domare l’istinto collerico, risultando egualmente rabbioso di fronte alla calma fredda della rivale, che ne ha sfruttato la più grande debolezza: l’ego smisurato. Harris, ha scritto il New York Times, ha saputo “trasformare una serata che tutti si aspettavano essere su di lei in un referendum su di lui”. “Non lo sentite mai parlare delle vostre necessità e dei vostri problemi perché pensa e parla solo di sè stesso”: è questo il leit-motiv sul quale la candidata democratica ha martellato gli elettori del candidato repubblicano in uno dei momenti più intensi della sua “performance”, uno di quei momenti in cui è riuscita a “entrare sotto la sua pelle”, innervosendolo al massimo.
Chris Christie, ex governatore repubblicano del New Jersey, che è stato il direttore del “transition team” di Trump nel 2016, ha sintetizzato benissimo l’andamento del dibattito: “Lei era straordinariamente ben preparata, ha creato delle trappole e lui è andato a cercare ogni coniglio in ogni buco invece di parlare delle cose di cui avrebbe dovuto parlare. Questa è la differenza tra qualcuno che è ben preparato e qualcuno che è impreparato”. In alcune trappole Trump ci è cascato in pieno, come quando ha tirato fuori la “fake news”, lanciata dal suo candidato vice Vance e poi da questi smentita oltre che da funzionari statali, che in Ohio gli immigranti illegali rubano e mangiano i cani e i gatti: “Li mangiano, li mangiano, questo è quello che succede nel nostro Paese. Ed è una vergogna”, ha insistito sfiorando il ridicolo. Oppure quando, sempre in uno scatto di enfasi rabbiosa, ha definito “martiri” gli assaltatori del Campidoglio dell’infausto pomeriggio del 6 gennaio 2021, continuando a insistere sulle “elezioni rubate”. Attirandosi così una delle risposte più taglienti di Harris, che mutuando il mantra della trasmissione televisiva trumpiana “The Apprentice” gli ha detto: “Sei stato licenziato da 81 milioni di persone”.
L’impreparazione di Trump, sottolineata da Christie, è venuta fuori in pieno quando, pressato dai moderatori (tacciati di partigianeria dai repubblicani), ha ammesso di non avere uno straccio di idea su come cambiare l’Obamacare, la legge di riforma sanitaria del 2010, da lui spesso definita “terribile”. “Ho un concetto di piano (di riforma: ndr). Ma non sono mica il presidente per ora”, è stata la sua risposta, francamente patetica visto che è stato presidente per quattro anni e ricandidato alla presidenza per altri quattro. Avrebbe avuto tutto il tempo per pensarci.
La stessa vaghezza, mista a presunzione, è risultata nella non-risposta sulla guerra in Ucraina. Che Trump ha detto di voler “fermare”. Ma non ha detto come , né con quali proposte. Si è limitato a dire che lui conosce “molto bene” sia Putin che Zelensky: “Ho buoni rapporti. E loro mi rispettano. Rispettano il vostro presidente. Ok? Loro mi rispettano, mentre non rispettano Biden”. Una reazione degna del marchese del Grillo.
Trump sa di aver perso (le azioni del suo Truth Social Media sono crollate all’apertura di Wall Street). Lo conferma indirettamente la sua sortita, senza precedenti, alla fine del dibattito nella “spin room”, stracolma di governatori, senatori, attivisti e cento giornalisti per affermare che “è stato il mio migliore dibattito di sempre”. E lo indica anche la risposta evasiva alla sfida della sua rivale per un secondo dibattito in ottobre: “Ci penserò”. Infine lo prova la sua irata reazione all’ “endorsement” di Taylor Swift per Kamala Harris: “Non sono un suo fan. Lo pagherà caro in termini di mercato”.
La vittoria nel dibattito non significa ovviamente che la vice presidente vincerà al voto di novembre. Hillary Clinton vinse i due dibattiti nel 2016 e poi perse l’elezione. Ma ha ragione Edward Luce del Financial Times, uno dei migliori osservatori della scena politica americana, quando afferma che da ieri la storia elettorale americana è cambiata perché Kamala Harris ha dimostrato che è degna della candidatura, alla quale molti la ritenevano inadeguata. Lei stessa ne ha acquistato la consapevolezza con il dibattito nel quale è stata più protagonista di Trump. Lo dimostra il modo quasi sprezzante con il quale ha risposto all’ennesima provocazione del “tycoon” su Biden (“dovrai svegliarlo alle 4 del pomeriggio”): “Tu stai correndo contro di me, non contro Biden”. Forse ora Trump sta maledicendo il precedente dibattito di giugno, quello che ha portato Biden a rinunciare alla corsa per la Casa Bianca e a candidare Kamala Harris al posto suo.