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Un reciproco logoramento

FILE PHOTO: Italian Prime Minister Giorgia Meloni speaks during the European House-Ambrosetti Forum, an annual conference that gathers business and political leaders at the end of the summer, in Cernobbio, Italy, September 7, 2024. REUTERS/Claudia Greco/File Photo (reuters)

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Il punto del 13 settembre 2024
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Diceva a suo tempo Ronald Reagan, si suppone con ironia: “In politica quello che conta veramente è la sincerità. Vince chi riesce a fingere d’essere sincero meglio del suo concorrente”. La battuta si presta a essere parafrasata. Nella politica italiana dove si procede con i motori al minimo, il tema non da oggi è il logoramento. Vince chi riesce a logorare l’avversario un attimo prima di essere a sua volta logorato. Perché le idee — quelle autentiche che colpiscono l’opinione pubblica e segnano un cambio di fase — sono merce molto rara. Sono sostituite dai manierismi e dai proclami a forte tasso demagogico. Nessuno sa come uscire da una sostanziale ordinaria amministrazione che, salvo rare eccezioni, si protrae da anni chiunque s’installi a Palazzo Chigi.

I diretti interessati respingono ovviamente questa critica. Peraltro l’Italia è il paese della rivoluzione annunciata, sì, ma solo fino al giorno delle elezioni. Forse perché, come diceva Ennio Flaiano, ci conosciamo tutti e quindi …

Diceva a suo tempo Ronald Reagan, si suppone con ironia: “In politica quello che conta veramente è la sincerità. Vince chi riesce a fingere d’essere sincero meglio del suo concorrente”. La battuta si presta a essere parafrasata. Nella politica italiana dove si procede con i motori al minimo, il tema non da oggi è il logoramento. Vince chi riesce a logorare l’avversario un attimo prima di essere a sua volta logorato. Perché le idee — quelle autentiche che colpiscono l’opinione pubblica e segnano un cambio di fase — sono merce molto rara. Sono sostituite dai manierismi e dai proclami a forte tasso demagogico. Nessuno sa come uscire da una sostanziale ordinaria amministrazione che, salvo rare eccezioni, si protrae da anni chiunque s’installi a Palazzo Chigi.

I diretti interessati respingono ovviamente questa critica. Peraltro l’Italia è il paese della rivoluzione annunciata, sì, ma solo fino al giorno delle elezioni. Forse perché, come diceva Ennio Flaiano, ci conosciamo tutti e quindi che rivoluzione vuoi fare? Dall’opposizione si promette di tutto, di solito senza curarsi d’indicare il costo delle promesse. Il successo dei Cinque Stelle dice molto al riguardo. Nelle elezioni politiche del 2013 il movimento allora guidato dal suo capo carismatico, Beppe Grillo, raggiunge il 25,5 per cento dei consensi alla Camera. Cinque anni dopo, nel ’18, i voti sono oltre il 32 per cento e i 5S sono il primo partito. È ancora l’onda lunga del “grillismo” che intercetta lo stato d’animo anti-sistema, molto diffuso. Ma nel ’22, dopo l’esperienza dei due governi Conte con maggioranze opposte (prima Salvini, poi il Pd) e infine la stagione dell’esecutivo Draghi sostenuto da una maggioranza di “solidarietà nazionale”, il M5S crolla al 15,4 alla Camera.

La scelta di governare, oltretutto in modo contraddittorio, non è piaciuta all’elettorato. L’eredità del movimento è nota: il bonus del 110 per cento per il restauro delle facciate, il reddito di cittadinanza, un insieme di spese che hanno messo in crisi il bilancio dello Stato. Sul 110% c’era la speranza che il meccanismo rimesso in moto nell’edilizia avrebbe dato un impulso portentoso alle casse dello Stato. Ma non è andata così. Nel frattempo si era levata la voce di Giorgia Meloni. Ostile all’Europa “matrigna” come l’abbiamo conosciuta, ha raccolto nel ’22 il beneficio d’essere rimasta all’opposizione di Draghi e alla sua immagine di tecnocrate. FdI prometteva una nuova alba in chiave nazionalista, ma adesso sente il bisogno di stare dentro i confini dell’establishment, nonostante il voto contrario alla Von der Leyen. Perciò si affida allo stesso Draghi, di cui elogia l’analisi sui destini dell’Unione. E cerca i voti del Pd sul commissario Fitto.

Il bilancio di anni all’insegna di un certo grado di demagogia è amaro. Si può dire che è sempre positivo fare i conti con il realismo, sia a destra sia a sinistra. Ma cosa resta di un confronto pubblico spesso isterico? Resta il gioco del potere, sullo sfondo però di un logoramento reciproco, il cui punto di caduta sono gli scandali e lo scandalismo, il caso Boccia e il caso Striano. Le idee latitano e quando ci sono affondano lentamente nelle sabbie mobili. Le maggioranze non attuano, se non in piccola parte il loro programma, e i governi durano fin quando riescono a nascondere all’opinione pubblica il logorio interno. È una storia che si ripete regalando agli elettori l’argomento insidioso che votare non serve a niente.

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