Joe Biden deve prendere le decisioni finali della sua presidenza sulla guerra in Ucraina. Non è facile. Il nuovo premier britannico Keir Starmer, alla Casa Bianca, lo ha invitato a superare le esitazioni, accettando che missili a lungo raggio inglesi e francesi possano colpire in profondità obiettivi militari in territorio russo. Lo stesso chiede da tempo Zelensky, naturalmente: di fronte all’offensiva russa nel Donbass, il tentativo dell’Ucraina è di portare la guerra a casa di Putin (si è visto l’anticipo a Kursk). Colpendo le basi militari da cui partono attacchi devastanti contro le città e le infrastrutture ucraine. Amministrazione e Congresso sono divisi.
Il Dipartimento di Stato e parte sia dei democratici che dei repubblicani spingono Biden a rompere gli indugi, autorizzando oggi l’uso degli Storm Shadows di Londra (che hanno bisogno di essere guidati da informazioni satellitari americane) e domani degli stessi missili Atacms degli Stati Uniti. Ma il Pentagono, che di Zel…
Joe Biden deve prendere le decisioni finali della sua presidenza sulla guerra in Ucraina. Non è facile. Il nuovo premier britannico Keir Starmer, alla Casa Bianca, lo ha invitato a superare le esitazioni, accettando che missili a lungo raggio inglesi e francesi possano colpire in profondità obiettivi militari in territorio russo. Lo stesso chiede da tempo Zelensky, naturalmente: di fronte all’offensiva russa nel Donbass, il tentativo dell’Ucraina è di portare la guerra a casa di Putin (si è visto l’anticipo a Kursk). Colpendo le basi militari da cui partono attacchi devastanti contro le città e le infrastrutture ucraine. Amministrazione e Congresso sono divisi.
Il Dipartimento di Stato e parte sia dei democratici che dei repubblicani spingono Biden a rompere gli indugi, autorizzando oggi l’uso degli Storm Shadows di Londra (che hanno bisogno di essere guidati da informazioni satellitari americane) e domani degli stessi missili Atacms degli Stati Uniti. Ma il Pentagono, che di Zelensky si fida ben poco, esita, sostenendo che l’utilizzo di missili a lungo raggio occidentali non cambierebbe in modo decisivo l’andamento della guerra. Meglio concentrarsi – secondo il Segretario alla Difesa Lloyd Austin – sugli attacchi nel Mar Nero e in Crimea. Conclusione: è possibile che Washington autorizzerà l’uso degli Storm Shadows ma non dei missili americani. Biden teme di innescare una risposta di Mosca, minacciata da Putin giovedì scorso. Per lo zar del Cremlino, l’uso di armi occidentali per colpire la Russia cambierebbe l’essenza del conflitto: vorrebbe dire – ma non è sempre stata questa la sua tesi? - che la Nato è in guerra con Mosca. Secondo rapporti dell’intelligence, filtrati al New York Times, la Russia potrebbe rispondere aiutando l’Iran (che avrebbe deciso di dotare Mosca di propri missili balistici) a colpire forze americane in Medio Oriente. Altro scenario da incubo in vista della scadenza elettorale.
Insomma, Biden è di fronte a un dilemma del diavolo. E ha un problema di legacy: non può chiudere il suo mandato, dopo avere investito parecchio nell’appoggio a Kiev, lasciando che la Russia arrivi in posizioni di forza a un’eventuale trattativa. È vero che procurarsi il via libera del Congresso agli aiuti all’Ucraina è stato difficilissimo, in un contesto polarizzato. Ma il punto politico, per Biden, è che l’esito del suo appoggio a Zelensky rischia di risultare assai deludente. Il presidente democratico, come è ragionevole, ha soprattutto cercato di evitare il coinvolgimento degli Stati Uniti in un confronto diretto con Mosca. Ma a furia di decisioni tardive sulla qualità e l’utilizzo degli aiuti militari, ha lasciato che la Russia finisse per dettare il ritmo della guerra. Il risultato è che Washington ha dato a Zelensky quanto necessario per non perdere ma non certo per difendersi efficacemente o prevalere. È una situazione di stallo che Donald Trump tende a sfruttare in chiave elettorale, sostenendo che metterà fine rapidamente a una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare.
D’altra parte, decidere un salto di qualità nell’uso delle armi occidentali in Russia comporta i rischi già segnalati, a due mesi scarsi da elezioni considerate “esistenziali” per il futuro della democrazia negli Stati Uniti. I tempi della guerra - con il rischio di un inverno al gelo per gli ucraini, colpiti nella rete energetica - e i tempi del calendario elettorale si mescolano, complicando le cose. Nel dibattito (perso) con Kamala Harris, Donald Trump non ha risposto alle domande sull’Ucraina (“lei vuole – gli ha chiesto uno dei moderatori di Abc – che l’Ucraina vinca?”). Ma ha detto con una sicurezza senza fondamento che sarebbe in grado di favorire un cessate il fuoco già prima del proprio insediamento, usando gli aiuti come leva di pressione su Kiev. È meno chiaro che tipo di pressione potrebbe esercitare su Putin, che ha dichiarato – tanto per confondere le carte – di preferire la vittoria di Harris. Da parte sua, la candidata democratica si muove in continuità sull’Ucraina. Cosa che, per le ragioni dette, comincia a non bastare più. Mentre si profila uno scenario generale: che vinca Trump o vinca Harris, l’America sarà comunque impegnata da se stessa. L’Europa sarà più sola.
È per queste ragioni che il ruolo di Keir Starmer appare importante. Non perché stiamo assistendo, a Washington, alla ricostruzione dell’anglo-sfera. Ma perché una Gran Bretagna meno esposta ai complessi di Brexit potrà e dovrà essere un attore essenziale della sicurezza europea. Assieme a una Francia che riesca a superare la propria crisi. Germania e Italia, in modo diverso, sono più prudenti - per ragioni storiche e problemi interni che comunque pesano quando è in ballo la Russia. Al di là delle reticenze – italiane in particolare – sugli aiuti militari oggi, speriamo prendano domani le decisioni giuste sul futuro dell’Ucraina (la nuova Commissione dovrà gestire la promessa dell’allargamento) e sugli inevitabili costi della difesa europea.