Quale che sia il giudizio sulla seconda commissione Von der Leyen, bisogna riconoscere che la presidente tedesca, attraverso un’operazione senza dubbio abile, ha ottenuto un risultato non banale a proprio vantaggio. Nel mosaico costruito tassello dopo tassello, c’è naturalmente posto anche per l’Italia. L’incarico a Raffaele Fitto, presentato come un riconoscimento a Roma quale paese fondatore della comunità europea, supera il problema dell’appartenenza di questi al gruppo d’opposizione dei Conservatori. La presidente in sostanza ha spostato un po’ a destra l’asse del suo “governo”, chiamiamolo così. Così facendo ha introdotto un elemento di novità rispetto al precedente mandato e ha tenuto conto, in qualche misura, dell’esito elettorale di giugno.
Questo getta una luce nuova anche sul “no” che fu espresso da Giorgia Meloni alla rielezione dell’amica Ursula. Un “no” criticato da molti (anche da chi scrive) come un errore, in quanto contraddiceva la lenta marcia di Fratelli d’Italia e …
Quale che sia il giudizio sulla seconda commissione Von der Leyen, bisogna riconoscere che la presidente tedesca, attraverso un’operazione senza dubbio abile, ha ottenuto un risultato non banale a proprio vantaggio. Nel mosaico costruito tassello dopo tassello, c’è naturalmente posto anche per l’Italia. L’incarico a Raffaele Fitto, presentato come un riconoscimento a Roma quale paese fondatore della comunità europea, supera il problema dell’appartenenza di questi al gruppo d’opposizione dei Conservatori. La presidente in sostanza ha spostato un po’ a destra l’asse del suo “governo”, chiamiamolo così. Così facendo ha introdotto un elemento di novità rispetto al precedente mandato e ha tenuto conto, in qualche misura, dell’esito elettorale di giugno.
Questo getta una luce nuova anche sul “no” che fu espresso da Giorgia Meloni alla rielezione dell’amica Ursula. Un “no” criticato da molti (anche da chi scrive) come un errore, in quanto contraddiceva la lenta marcia di Fratelli d’Italia e della sua leader verso un conservatorismo vicino al Ppe e più lontano da un rozzo “sovranismo”. La critica rimane, tuttavia bisogna ammettere che la realtà è più complicata. Il “no” iniziale ha permesso alla premier di non smarrire il contatto con gli “euroscettici” e alla von der Leyen di non inquinare la sua maggioranza Popolari-socialisti-liberali. Adesso, messa a punto la Commissione e dato a ogni gruppo il proprio spazio di potere, si recupera l’Italia del centrodestra “meloniano” con un ruolo, la vicepresidenza di Fitto (insieme ad altri cinque rappresentanti), che di fatto segna l’ingresso di una parte almeno dei Conservatori nella maggioranza. L’opposizione sostiene che in tal modo l’impronta di Ursula finisce tutta orientata a destra. Sì e no, visto che i socialisti hanno ottenuto ottime deleghe. E la stessa presidente ha avuto l’accortezza di sottolineare che il cammino della Commissione s’ispirerà al rapporto Draghi.
Ora la partita politica si sposta nell’aula del Parlamento di Strasburgo. Ogni commissario dovrà ottenere l’approvazione, una sorta di voto di fiducia individuale. E per l’opposizione interna al governo Meloni si pone il dilemma se dire sì o no a Fitto. Già un mese fa un esperto di cose parlamentari come Pier Ferdinando Casini aveva raccomandato una decisione nel segno della solidarietà nazionale: vale a dire, come si può votare contro il candidato del proprio paese nel momento in cui la sua nomina viene presentata come l’omaggio a una delle nazioni fondatrici dell’Europa del dopoguerra? Ma questa idea, che parrebbe scontata, in concreto non lo è.
I Cinque Stelle hanno già lasciato intendere il loro voto contrario. È in sostanza un nuovo capitolo del conflitto con il Pd, un fiume carsico che scompare e poi riemerge a tratti. Giuseppe Conte, ormai vincitore della guerra intestina con Grillo, vuole dimostrare di non essere un semplice vassallo del Pd. E ci riesce abbastanza bene per il solo fatto di aver anticipato il Pd alle prese con le sue incertezze. Al momento si richiede a Fitto, in via preliminare, una dichiarazione di europeismo: il che non sembra un ostacolo insormontabile dopo che anche Draghi ha mosso all’attuale Unione delle critiche molto precise, condivisibili da qualche “euroscettico” non ottusamente ideologico. E Fitto viene dal mondo democristiano, il più vicino a una visione dell’Europa legata a una tradizione. Non a caso nella sua ascesa ha avuto un peso l’opera di Antonio Tajani, vale a dire il terminale italiano dei Popolari.
Ne deriva che le ipotesi sono due. La prima è che il Pd prenda tempo per non andare dietro ai 5S e anzi motivare il “sì” al nostro rappresentante. Ciò aprirebbe una frattura con il partito di Conte, ma non sarebbe la prima, considerando quello che è accaduto riguardo all’Ucraina. Sui temi di politica estera ed europea — temi essenziali — la voragine fra i due pseudo alleati nel “campo largo” si va allargando e ciò dovrà indurre a qualche riflessione. La seconda ipotesi è invece che il Pd si adegui al “no” dei 5S per ragioni di tattica politica. Ma sarebbe, giunti a questo punto, un errore dalle imponderabili conseguenze.