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Una donna sola al comando

Strasburgo, Ursula von der Leyen presenta la nuova commissione al Parlamento europeo (fotogramma)

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La vincitrice è von der Leyen, ma Meloni festeggia
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Mentre il Consiglio dei ministri a Roma festeggia la nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Giorgia Meloni esulta: «L’Italia torna protagonista». Nelle stesse ore, a Bruxelles Ursula von der Leyen si appresta a ricevere i ventisei colleghi che la accompagneranno nei prossimi cinque anni. Tra le due donne d’Europa, però, la vincitrice non è l’italiana, ma la tedesca. Ursula ha disegnato a sua immagine e somiglianza il nuovo Eurogoverno, ritagliandosi un potere personale senza precedenti nella capitale dell’Unione. Una colossale responsabilità gestita da una europeista di fede provata, ma anche un rischio esistenziale per il futuro dell’Ue.

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Nel suo secondo mandato, von der Leyen non avrà pesi massimi in squadr…

Mentre il Consiglio dei ministri a Roma festeggia la nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Giorgia Meloni esulta: «L’Italia torna protagonista». Nelle stesse ore, a Bruxelles Ursula von der Leyen si appresta a ricevere i ventisei colleghi che la accompagneranno nei prossimi cinque anni. Tra le due donne d’Europa, però, la vincitrice non è l’italiana, ma la tedesca. Ursula ha disegnato a sua immagine e somiglianza il nuovo Eurogoverno, ritagliandosi un potere personale senza precedenti nella capitale dell’Unione. Una colossale responsabilità gestita da una europeista di fede provata, ma anche un rischio esistenziale per il futuro dell’Ue.

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Nel suo secondo mandato, von der Leyen non avrà pesi massimi in squadra. I Gentiloni, i Timmermans, le Vestager e i Breton — fatto fuori all’ultimo — non saranno più lì a bilanciare le politiche della presidente, circondata ora da commissari di poca esperienza e scarso peso politico (basti pensare alla debuttante romena Roxana Minzatu, diventata vice esecutiva — come Fitto — quasi per caso). Ursula, poi, ha disegnato la struttura interna dell’esecutivo Ue sovrapponendo i portafogli dei commissari in modo da aumentare il potere di “arbitrato” del suo gabinetto sulle decisioni finali. Una Commissione “super presidenzialista” al suo interno, con von der Leyen che all’esterno si è liberata anche dal peso dei leader, partendo da Scholz e Macron, mai così deboli. Ha accontentato lo spagnolo Pedro Sánchez, capofila dei socialisti, premiando la sua candidata Teresa Ribera con la prima vicepresidenza esecutiva, la fondamentale transizione ecologica e la gestione dell’Antitrust europeo, il più pesante dei portafogli Ue. Il pupillo di Macron, Stéphane Séjourné, ha la maxi delega all’Industria, come auspicato dall’Eliseo. Sono i due veri vicepresidenti di Ursula, le colonne su cui poggerà la Commissione. Ai quali si aggiungerà Valdis Dombrovskis, il navigato lettone al terzo giro a Bruxelles che controllerà, per conto di Ursula, tutto e tutti. Von der Leyen è riuscita anche a riportare a bordo l’Italia di Meloni: perdonandole voto contrario e intemperanze sovraniste, issa Fitto — stimato in Europa — tra i sei vicepresidenti esecutivi. Impensabile, d’altra parte, che la nuova legislatura Ue potesse partire con Roma autoesclusa. Ma l’operazione politica con la sovranista Meloni fa infuriare socialisti e liberali e dunque Fitto avrà deleghe deboli, la Coesione, e dovrà gestire il Pnrr insieme al “controllore” Dombrovskis. Che oltretutto subentra nel cruciale ruolo che fu delle colombe Moscovici e Gentiloni: la gestione dei conti pubblici. Meloni, insomma, per ottenere la medaglia politica da sventolare per un giorno, lo status di Fitto, consegna per cinque anni al più falco dei falchi le decisioni su debito e deficit italiani.

E di falchi in questa Commissione ne voleranno tanti. Von der Leyen l’ha spostata a destra: 14 commissari del Ppe, contro 4 del Pse e 5 dei liberali di Renew. Con i più estremisti del Ppe nei ruoli chiave. Non solo Dombrovskis, ma anche l’olandese Hoekstra, commissario al Green deal che da amico dell’industria annacquerà il lavoro della sua capa, Teresa Ribera, e l’austriaco Magnus Brunner, lo sceriffo che dovrà gestire le politiche migratorie. Dal suo punto di vista, Ursula ha fatto un capolavoro: libera da contrappesi interni e dai governi, con l’Italia di nuovo in gioco e con il Ppe — il suo partito — a farla da padrone, si allinea ad un’Europa sempre più a destra e si prepara al probabile avvento di Friedrich Merz, leader Cdu, alla cancelleria di Berlino. E infine allarga di fatto la sua maggioranza all’Europarlamento: grazie a Fitto, nell’aula di Strasburgo potrà decidere se sui singoli dossier puntare sulla sinistra della sua maggioranza — socialisti, liberali e verdi — o su un informale schema di destra, cercando i voti dell’Ecr di Meloni e dei polacchi del Pis. Ma nutrire il drago delle destre può essere un rischio per Ursula: se nei prossimi mesi per far passare a Strasburgo i provvedimenti della sua Commissione guarderà a destra, rischierà di irritare i partiti europeisti lasciando che gli ultras Sovranisti e Patrioti — parliamo di Afd, Vox, Orbán e Le Pen — ne approfittino e si accodino ai voti della coppia Ppe-Ecr. Vorrebe dire mettersi in casa chi quella casa, l’Europa, la vuole abbattere (ammesso che non lo vogliano anche meloniani e amici polacchi). Non il migliore auspicio per la più importante delle legislature Ue, chiamata ad affrontare la guerra in Ucraina, la sfida delle autocrazie, il possibile ritorno di Trump e la necessità di riformarsi in un mondo turbolento e in vista dell’allargamento Ue. Tutte sfide da cui dipende la sopravvivenza stessa dell’Unione. Pensando di essersi assicurata una serena navigazione, Ursula potrebbe invece accorgersi di essere finita a cavalcare la bomba eurofoba. Come una novella Stranamore.

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