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La strategia antieuropeista

Mario Draghi con Giorgia Meloni 

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Non si intravedono i contorni di misure in grado di aiutare le imprese impegnate nelle sfide della transizione e della competitività, mentre sostengono i salari
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Non poteva giocare carta più facile, Giorgia Meloni. Depotenziare il Green Deal, rallentare la transizione verde: ecco la carta. Facile, perché contro il Green Deal — tanto quanto contro i migranti — la destra europea, al grido di parole d’ordine come la difesa delle “auto” (anche quelle inquinanti) e della “casa” (anche quelle ad alto consumo energetico), costruisce un pezzo importante della sua narrazione e una parte sensibile del suo consenso, costringendo i partiti moderati a inseguire. Facile soprattutto in mancanza di altri argomenti. Perché se la presidente del Consiglio, a un mese dal varo della manovra, si presenta alla platea di Confindustria senza null’altro di concreto da promettere, se non l’impegno a «correggere» il Green Deal europeo, vuol dire che la fragilità della legge di bilancio in preparazione non è solo una percezione distorta degli osservatori. Non si intravedono, neanche nella nebbia di parole vaghissime, i contorni di misure in grado di aiutare le imprese imp…

Non poteva giocare carta più facile, Giorgia Meloni. Depotenziare il Green Deal, rallentare la transizione verde: ecco la carta. Facile, perché contro il Green Deal — tanto quanto contro i migranti — la destra europea, al grido di parole d’ordine come la difesa delle “auto” (anche quelle inquinanti) e della “casa” (anche quelle ad alto consumo energetico), costruisce un pezzo importante della sua narrazione e una parte sensibile del suo consenso, costringendo i partiti moderati a inseguire. Facile soprattutto in mancanza di altri argomenti. Perché se la presidente del Consiglio, a un mese dal varo della manovra, si presenta alla platea di Confindustria senza null’altro di concreto da promettere, se non l’impegno a «correggere» il Green Deal europeo, vuol dire che la fragilità della legge di bilancio in preparazione non è solo una percezione distorta degli osservatori. Non si intravedono, neanche nella nebbia di parole vaghissime, i contorni di misure in grado di aiutare le imprese impegnate nelle sfide della transizione e della competitività, mentre sostengono i salari. E dunque ecco che l’impegno a «correggere» a livello europeo gli obiettivi del Green Deal, a partire dalla decarbonizzazione, diventa la carta più facile che Meloni può giocare. Anche se rischia di complicare a Raffaele Fitto “l’esame” al Parlamento europeo che deciderà la conferma della sua nomina alla vicepresidenza della Commissione Ue.

La scelta, tutta politica, di Ursula von der Leyen di dare al ministro italiano i galloni di vicepresidente esecutivo, rompendo il cordone sanitario che la sua maggioranza aveva creato attorno ai Conservatori, è infatti nel mirino di Socialisti, Verdi e Liberali, che insieme ai Popolari hanno costruito il bis di Ursula.

E l’audizione di Fitto in commissione all’Europarlamento, che metterà in discussione la sua nomina, rischia di trasformarsi in un calvario per il ministro proprio su un tema come il Green Deal, che non solo Verdi e Socialisti ma anche i macroniani di Renew considerano uno spartiacque. «Non faremo sconti», ha promesso Elly Schlein, pur conscia che il suo Pd difficilmente potrà ‘impallinare’ il commissario italiano. E se è vero che Fitto è troppo navigato per indulgere negli attacchi alla «ideologia Green» che sono parte importante del dizionario meloniano, non potrà neanche scontentare troppo gli alleati della Lega e di Ecr che sul rinvio degli impegni della transizione verde fanno quotidiana grancassa. «Correggere», promette Meloni. Declinare quel verbo in concreto sarà prova di equilibrismo per il commissario in pectore.

Va detto che la stessa von der Leyen, che sul Green Deal nel 2019 ha costruito il suo primo mandato, ora affianca a quella «spina dorsale» della sua presidenza le parole d’ordine «sicurezza e competitività» e l’esigenza di rendere più sostenibili gli obiettivi della transizione, di fronte ai segnali di difficoltà che arrivano anche dalla industria tedesca. È una necessità politica, questa, per il Partito popolare europeo e per la Cdu, per evitare di lasciare il campo alla destra sovranista ed estremista, a quell’Afd che avanza minacciosa a un anno dalle elezioni a Berlino. Ma von der Leyen non può perdersi il sostegno di quel pezzo importante della sua maggioranza rappresentato da Liberali, Verdi e Socialisti, che hanno nella spagnola Teresa Ribera, paladina della lotta ai cambiamenti climatici, la più influente rappresentante nella nuova Commissione, con delega proprio alla transizione ecologica (sia pur indebolita dallo spacchettamento delle competenze e l’assegnazione al ben più cauto olandese Hoekstra di quella del Green Deal). Ecco perché se Meloni attesta il suo governo su una linea di battaglia, a partire dalla proposta di spostare le date di scadenza degli obiettivi verdi europei, complica la vita a Fitto e a von der Leyen.

Per ora la virata non è troppo accentuata. E infatti la premier, nel costante tentativo di restare in Ue ai tavoli che contano e insieme non perdere troppo terreno a destra, cerca in Mario Draghi, incontrato ieri a Palazzo Chigi, un appiglio. Cita, davanti alla platea di Confindustria, il suo rapporto sulla competitività, nella parte in cui invoca «la necessità di accompagnare gli ambiziosi obiettivi ambientali dell’Europa con investimenti e risorse adeguati», per non mortificare la competitività e la crescita. Ma Draghi non chiede di rallentare quegli obiettivi, non propone di rinviare la decarbonizzazione. Al contrario, di coglierne l’opportunità. È qui che la lezione di Draghi sembra farsi più difficile da abbracciare, per Meloni. Diverrà forse impossibile, se a novembre Trump vincerà le elezioni Usa e la leader FdI sceglierà di sbilanciarsi a destra. Ma questa, per ora, è un’altra storia.

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