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La debole Unione europea e il voto kafkiano

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Come in Italia, anche in Europa un’altra donna sola al comando porta in giro per il mondo il suo fardello di ambizioni potenti e contraddizioni patenti. Appena riconfermata presidente di una Commissione costruita su misura per lei, Ursula Von der Leyen arriva a Kiev portando in dote a Zelensky due doni. In una mano, un bell’assegno da 35 miliardi, garantito dagli extra-profitti derivanti dagli asset russi congelati. Nell’altra mano, la kafkiana risoluzione appena approvata dal Parlamento di Strasburgo, che rinnova il sostegno all’Ucraina, concede al Paese aggredito l’utilizzo di armi Nato in territorio nemico, ma riflette la disunione di Stati e governi, di cui l’Italietta meloniana è purtroppo stigma e paradigma. Con due guerre contemporanee che scivolano paurosamente verso l’ignoto, avremmo bisogno dell’Occidente di Milan Kundera, capace di ritrovare il “valore vivo di una cultura intorno alla quale tutti i popoli si stringono”. E invece ci ritroviamo a scantonare tra compromessi al…

Come in Italia, anche in Europa un’altra donna sola al comando porta in giro per il mondo il suo fardello di ambizioni potenti e contraddizioni patenti. Appena riconfermata presidente di una Commissione costruita su misura per lei, Ursula Von der Leyen arriva a Kiev portando in dote a Zelensky due doni. In una mano, un bell’assegno da 35 miliardi, garantito dagli extra-profitti derivanti dagli asset russi congelati. Nell’altra mano, la kafkiana risoluzione appena approvata dal Parlamento di Strasburgo, che rinnova il sostegno all’Ucraina, concede al Paese aggredito l’utilizzo di armi Nato in territorio nemico, ma riflette la disunione di Stati e governi, di cui l’Italietta meloniana è purtroppo stigma e paradigma. Con due guerre contemporanee che scivolano paurosamente verso l’ignoto, avremmo bisogno dell’Occidente di Milan Kundera, capace di ritrovare il “valore vivo di una cultura intorno alla quale tutti i popoli si stringono”. E invece ci ritroviamo a scantonare tra compromessi al ribasso e mediocre realpolitik, piccoli trasformismi e opposti sovranismi. Ursula Due non è una vendetta, ma un sommario di debolezza. Nella nuova Commissione conta solo Von der Leyen, che troneggia sulle macerie politiche di Scholz e di Macron, e che per questo si può permettere ogni lusso possibile. Per esempio, nominare ben sei vicepresidenti, nessuno dei quali conta davvero perché provvisto di deleghe sminuzzate, incrociate e dunque neutralizzate. Oppure trasferire a un olandese il portafoglio di politica fiscale (tanto i Paesi Bassi sono quasi offshore) e ai baltici le deleghe di politica estera (tanto la Ue non ne ha mai avuta una). O ancora, ripescare Meloni dopo lo strappo di luglio, fingendo per interposto Raffaele Fitto di farne preziosa cerniera tra le famiglie popolari, socialiste e liberali della maggioranza “moderata” e quelle estremiste, orbaniste e lepeniste dell’opposizione “patriottica”. Modesta politique d’abord, dove l’assenza di pregiudiziali tattiche nasconde la carenza di visioni strategiche. Mario Draghi suona la sveglia, mettendo sul piatto un piano da 800 miliardi e attaccando a viso aperto i cultori dell’austerità teutonica che rifiutano di mutualizzare altro debito dopo il Next Generation Eu. Ma anche l’aula di Strasburgo, come quella di Roma, è ormai sorda e grigia. Von der Leyen ringrazia l’ex banchiere centrale, e passa oltre.

Cosa ci sia, “oltre”, nessuno lo sa. Finora ce la siamo cavata, oscillando tra la frenesia bellicista di alcuni e l’ignavia panciafichista di altri. Di base, in Occidente non c’è poi gran voglia di morire per Kiev. Non abbiamo lesinato l’aiuto al presidente Zelensky. Ma l’abbiamo fatto a modo nostro e a fasi alterne. Come scrive Lucio Caracciolo, abbiamo esaltato la resistenza ucraina che lotta per i valori supremi dell’umanità, a protezione delle libertà e delle democrazie minacciate dall’impero russo, ma al tempo stesso abbiamo sottolineato a noi stessi e all’autocrate invasore che non siamo in guerra con lui e non intendiamo entrarci mai. A combattere e a morire per i nostri valori universali ci pensi il popolo ucraino, ripagato con armi, soldi e retorica in abbondanza.

Sintesi un po’ cinica, ma assai pratica. Finora questa linea ha impedito alla scalcagnata Armata rossa di occupare una nazione ostile e ostinata nel rifiutare l’occupazione putiniana, anche se ovviamente non ha consentito alle truppe di Zelensky di avanzare fino a Mosca. Ma il tempo stringe. La Russia non molla: perde soldati e mercati, ma l’economia di guerra cresce del 3,7% nonostante le sanzioni. L’Ucraina è allo stremo: aveva 41 milioni di abitanti prima della criminale Operazione Militare Speciale, ne ha 27 milioni dopo due anni di strage dei civili e di esodo dei profughi. Dice il politologo Ivan Krastev che l’asimmetria tra invasore e invaso sta in questo: la Russia può anche perdere porzioni di territorio ma può rifugiarsi nel suo passato imperiale, mentre per l’Ucraina il dilemma è esistenziale, e può solo risolverlo nel suo futuro indipendente.

Exit strategy non c’è, se non previa discesa in campo di Stati Uniti e Cina. Ma per adesso non se ne parla. Si vedrà il 6 novembre, quando speriamo sarà chiaro l’esito della sfida americana tra Harris e Trump. Nel frattempo, l’Europa stanca di guerra fa il coniglio mannaro: non ha un’idea sul durante, non ha una proposta sul dopo, ma si limita a fiancheggiare militarmente Zelensky come può e quando può. Sul piano diplomatico, l’Unione è stata irrilevante con la prima Von der Leyen e resterà ininfluente anche con la seconda. Il massimo che riusciamo a fare è la risoluzione licenziata due giorni fa dall’Europarlamento, che fa fine e non impegna. C’è stato uno sforzo apprezzabile per inserire nel testo un preambolo sull’urgenza di un piano di pace, parola ormai bandita dalle cancellerie del pianeta (ad eccezione del Soglio di Pietro). E poi, a larga maggioranza, è passato anche il delicato via libera all’utilizzo di armi Nato in territorio russo. Una novità, a suo modo: l’assemblea degli eletti di Strasburgo che mette in mora i capi di Stato e di governo, sul punto bellamente divisi nel Consiglio Affari Esteri di fine agosto. Italia e Ungheria avevano detto no, e Romania, Slovacchia e Slovenia avevano detto “ni”.

Ma la “svolta” tradisce a sua volta la deriva di Eurolandia in cammino verso Caoslandia. E qui, purtroppo, tocca parlare del Belpaese. Il gioioso kamasutra consumato tra destre e sinistre, sulla risoluzione nel suo complesso e sull’articolo 8 nello specifico, non fa onore a nessuno. È difficile persino da spiegare. Il testo generale votato da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Pd e bocciato da Lega, Cinque Stelle, Avs. E poi la norma sulla revoca delle restrizioni sull’uso dei missili fuori dai confini ucraini, bocciata da Fratelli d’Italia, Forza Italia (meno uno), Lega, Cinque Stelle, Avs, che fa saltare i neuroni del Pd, con dieci “schleiniani” per il no, due “miglioristi” per il sì e sei “riformisti” per il forse, nel senso che sono rimasti in aula ma non hanno votato. Geometrie non variabili, ma esecrabili. Ora, dobbiamo avere il massimo rispetto per chi, in piena buona fede, vede nella continua fissazione di “linee rosse” invalicabili (poi puntualmente valicate) lo spettro dell’escalation.

Attaccare Putin nei suoi siti militari, da parte ucraina, non è crimine di guerra ma esercizio di autodifesa. Tuttavia, non si può non vedere che una reazione del genere, supportata dai missili dell’Alleanza Atlantica, può comportare rischi esiziali sul piano internazionale, e dubbi costituzionali sul piano interno. Ragionarne, discuterne, è del tutto legittimo, fuori dallo sterile manicheismo di vede in tutto questo cedimenti al dittature post-sovietico. Purché si scelga una posizione, e poi la si assuma e la si difenda con forza. Stavolta, onestamente, si poteva fare. Il Pd poteva incassare la la ribadita necessità di un’iniziativa diplomatica. E poi poteva evitare di votare no all’articolo 8 a braccetto con Meloni e Salvini, mentre i socialisti europei giustamente votavano sì. Dopo questa improvvida fuitina bipartisan, con che faccia gli schleiniani potrebbero contestare Fitto commissario?

La politica estera è da sempre lo stress-test che misura la maturità politica di un leader, di un partito, di uno schieramento. Per ragioni diverse, le due donne che oggi guidano maggioranza e opposizione non riescono a superarlo. Schlein, preoccupata dalle scorribande pentastellate alla sua sinistra e condizionata dal pacifismo cattolico e post-comunista, non scioglie mai il nodo una volta per tutte, in un senso o nell’altro. Meloni, ossessionata dalle incursioni di Salvini alla sua destra e imprigionata in un atlantismo “polacco” e a-occidentale, non prende un’iniziativa che è una. È presidente di turno del G7, ma a parte le sceneggiate estive a Borgo Egnatia, non se n’è accorto nessuno. Speriamo almeno che Draghi gliel’abbia spiegata bene, a Palazzo Chigi, questa “lenta agonia” che sta consumando l’Europa. Terra dei Lumi, un tempo. Deserto dei tartari, oggi.

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