Dal Medio Oriente all’Ucraina, all’ombra del voto americano
di Gianni Riotta“La strategia ha il fine di allineare ambizioni senza limiti a risorse parziali per necessità”, ammonisce lo storico John Lewis Gaddis, nel saggio On Grand Strategy (traduzione Mondadori), e la massima illustra il dilemma che unisce i tunnel di Gaza, con i superstiti di Hamas e la distruzione dei caseggiati palestinesi, lo stato maggiore israeliano conscio degli 80.000 cittadini sfollati a Nord del Paese, le milizie di Hezbollah, colpite dalla strage dei cercapersone e dai raid (almeno 490 le vittime libanesi) e incerte se ritirarsi oltre la zona cuscinetto dei 10 chilometri, al presidente Vladimir Putin, costretto alla leva forzosa dei kontraktniki, reclute non volontarie, e al rivale ucraino Volodymyr Zelensky, all’attacco nell’enclave russa di Kursk, sulla difensiva nelle trincee davanti Prokorsk.
Ogni leader deve risolvere l’equazione di Gaddis, raggiungere gli obiettivi della Grand Strategy, stretto nella morsa di mezzi modesti, negli arsenali e in diplomazia. Tutti sanno d…
“La strategia ha il fine di allineare ambizioni senza limiti a risorse parziali per necessità”, ammonisce lo storico John Lewis Gaddis, nel saggio On Grand Strategy (traduzione Mondadori), e la massima illustra il dilemma che unisce i tunnel di Gaza, con i superstiti di Hamas e la distruzione dei caseggiati palestinesi, lo stato maggiore israeliano conscio degli 80.000 cittadini sfollati a Nord del Paese, le milizie di Hezbollah, colpite dalla strage dei cercapersone e dai raid (almeno 490 le vittime libanesi) e incerte se ritirarsi oltre la zona cuscinetto dei 10 chilometri, al presidente Vladimir Putin, costretto alla leva forzosa dei kontraktniki, reclute non volontarie, e al rivale ucraino Volodymyr Zelensky, all’attacco nell’enclave russa di Kursk, sulla difensiva nelle trincee davanti Prokorsk.
Ogni leader deve risolvere l’equazione di Gaddis, raggiungere gli obiettivi della Grand Strategy, stretto nella morsa di mezzi modesti, negli arsenali e in diplomazia. Tutti sanno di dover agire in un tempo limitato, il presidente americano Joe Biden non sarà più alla Casa Bianca dal gennaio 2025, e, vinca la democratica Kamala Harris o il repubblicano Donald Trump, ci si affretta dunque ad occupare territori, martellare nemici, creare status quo che inducano negoziati propizi, l’anno venturo.
L’errore centrale di questi giorni, commesso da osservatori della vecchia scuola geopolitica in Europa e negli Stati Uniti, è invece ostinarsi a leggere le crisi in corso, Hamas, Israele, Hezbollah, guerra Russia-Ucraina, Commissione Ue della presidente von der Leyen, equilibrio del presidente cinese Xi Jinping, avallare la fragile economia di Mosca senza aiuti militari che irritino Washington, le convulse elezioni Usa, come eventi sconnessi della “Grande Strategia” e non rete di fatti che insieme evolvono.
Se Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah avvezzo a vivere tra battaglie e tregue, non si decide ad accettare la sfida che il premier israeliano Bibi Netanyahu gli pone, è perché teme un’offensiva che, osserva Mohanad Hage Ali della rivista Foreign Affairs, distrugga il Libano, senza che, nel dopoguerra, gli arabi porgano aiuti alla popolazione. Secondo la Banca Mondiale, dal 2012 al 2022 il numero dei poveri libanesi è triplicato e, dopo un conflitto con bombardamenti fitti sui centri abitati, in stile 2006, non ci saranno stavolta i sauditi a firmare assegni per il grande freddo con Hezbollah seguito alla guerriglia Houthi, dallo Yemen al Mar Rosso, e lo stesso Qatar ha altro in agenda.
Netanyahu vuole che il vincitore fra Trump e Harris lo trovi a ridosso della buffer zone, Hamas decapitata, Hezbollah umiliata. Quanto a Yahya Sinwar, numero uno di Hamas che varie fonti danno per morto, il disegno è parallelo, resistere sottoterra fino a gennaio, per emergere con un cessate il fuoco di bandiera.
Quando Zelensky, violando i manuali ortodossi delle Accademie Militari secondo Angelica Evans dell’Institute for the Study of War, ha deciso di rischiare lo sfondamento su Prokorsk pur di violare i confini russi oltre Kursk e portare la guerra in casa Putin, l’ha fatto azzardando di blindarsi per sei mesi, facendosi trovare dal nuovo presidente in grado di trattare con il Cremlino da pari. Vladimir Vladimirovic Putin, maestro nel mascherare le mete reali dietro disinformazione e propaganda, “Scoppia la III Guerra Mondiale!” per spaventare vili e creduloni, intende vedere che aria tira in America in inverno, dividere gli europei subito, piegare gli ucraini per sempre. Il tragicomico voto Ue sulle armi a Kiev, con destre e sinistre italiane finalmente capaci di trovarsi d’accordo su un tema, svendere la pelle dell’Ucraina per quieto vivere, conferma quanto la roulette russa resti di moda.
Il generale Carl von Clausewitz insegna nel classico Della Guerra (Mondadori): “In guerra l’unica certezza è l’incertezza”, dunque impossibili da prevedere saranno le prossime settimane, con i condottieri, democratici e terroristi, dittatori e populisti, ad affidarsi all’alea della sorte, per moltiplicare i mezzi a sostegno delle ambizioni. Il finale è oscuro, nella violenza, fisica e verbale, che percorre il voto Usa e con le amministrazioni possibili, Trump II o Harris I, prive di ogni chiarezza sul da farsi.
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