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Se a vincere è la società civile

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Cinquecentomila firme in pochi giorni: si chiede che la cittadinanza italiana venga concessa non più in dieci anni ma in cinque
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“E poi la gente (perché è la gente che fa la storia) quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sa benissimo cosa fare”. La “gente” che cantava Francesco De Gregori ne “La storia siamo noi” oggi è un moto di popolo che sale dal basso e urla e bussa forte al portone del Palazzo. PIù quelli stanno chiusi e impauriti, entro il recinto angusto di “confini” che esistono solo nelle loro menti novecentesche, protetti da mura alte e all’apparenza blindate (“L’Italia ha un’ottima legge sulla cittadinanza, non va cambiata”, si arrocca Giorgia Meloni), più là fuori una folla di ragazze e ragazzi di cento culture e mille provenienze — anche colori, sì, i Vannacci noterebbero soprattutto i “colori” — muove ormai unita e compatta verso il traguardo della modernità e del buon senso. E lo fa pacificamente, con la sola arma di una firma (per di più digitale), e dunque della democrazia, che sta sempre dalla parte di chi ha la voglia e il coraggio di cambiar…

“E poi la gente (perché è la gente che fa la storia) quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sa benissimo cosa fare”. La “gente” che cantava Francesco De Gregori ne “La storia siamo noi” oggi è un moto di popolo che sale dal basso e urla e bussa forte al portone del Palazzo. PIù quelli stanno chiusi e impauriti, entro il recinto angusto di “confini” che esistono solo nelle loro menti novecentesche, protetti da mura alte e all’apparenza blindate (“L’Italia ha un’ottima legge sulla cittadinanza, non va cambiata”, si arrocca Giorgia Meloni), più là fuori una folla di ragazze e ragazzi di cento culture e mille provenienze — anche colori, sì, i Vannacci noterebbero soprattutto i “colori” — muove ormai unita e compatta verso il traguardo della modernità e del buon senso. E lo fa pacificamente, con la sola arma di una firma (per di più digitale), e dunque della democrazia, che sta sempre dalla parte di chi ha la voglia e il coraggio di cambiare.

Cittadinanza italiana non più in dieci anni ma in cinque, almeno in cinque, per chi onestamente è approdato da parecchio tempo e qui lavora e vive e paga le tasse e mette su famiglia. Questo chiedono i cinquecentomila che in pochi giorni si sono mobilitati aderendo alla proposta di referendum promossa da +Europa, da una rete di associazioni e da una schiera di testimonial assai popolari ma soprattutto molto social. La politica no, la politica stavolta — fatta eccezione per la sigla di Magi e Bonino — è rimasta fuori. Anzi, un passo indietro. E sta qui la portata rivoluzionaria, perché senza precedenti, di quel che è avvenuto in queste ore concitate ed entusiasmanti. Le precedenti campagne per decenni sono partite dalle segreterie dei partiti, anche e soprattutto di centrosinistra. Invece al grido di “cittadinanza” per chi scandalosamente ancora ne è privo, sono stati gli elettori — e tra loro una valanga di giovani — a mobilitarsi. Un tempo non lontano si sarebbe detto la “società civile”. Ma a scuotere le coscienze, va ammesso con molta schiettezza, in questa circostanza sono state le uscite e i post Instagram di cantanti come Ghali o di “guru” delle nuove generazioni come Zerocalcare. Julio Velasco e Valeria Solarino, Anna Foglietta e Paola Turci. E poi decine e decine di altri “sponsor”, portatori di pensieri puliti per menti fresche, lontani dalla politica (e anni luce da questo governo), forse proprio per questo ritenuti più credibili. Qualcosa di simile, fatti i debiti distinguo temporali e strumentali (allora si firmava solo ai banchetti ed era anche più complicato), è avvenuto solo negli anni Settanta con le campagne trionfali dei radicali di Marco Pannella su aborto e divorzio. Per di più nella cattolicissima e democristianissima Italia di quel tempo.

Oggi, in un Paese governato da una destra forte che occupa ogni anfratto del potere e ogni spazio mediatico, la democrazia fa il suo corso per altre strade, su altri canali. Per approdare infine a referendum prepotentemente veri, non virtuali. Tutto questo è comunque politica.

E i partiti? Inseguono, nella migliore delle ipotesi prendono atto. Il Pd ha rilanciato la campagna nelle battute conclusive con un video-appello di Elly Schlein, quando il traguardo delle 500mila firme era ormai a un passo. Adesso la segretaria sogna di bissare col referendum sull’autonomia differenziata varcando la soglia monstre del milione di firme. Forza Italia con Antonio Tajani si è rimessa al lavoro, fanno sapere, sulla proposta di legge per lo Ius Scholae. Giusto per distinguersi dagli alleati ultraconservatori Meloni e Salvini. Giusto per dare un segnale a Marina Berlusconi. Sarà il classico scoglio che ormai non arginerà il mare.

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Se la Cassazione riconoscerà la legittimità delle firme raccolte fino al 30 settembre e poi la Consulta ammetterà la legittimità del quesito, allora nella primavera del 2025 si voterà per riconoscere quel che è già realtà attorno a noi. È qui, negli asili di Busto Arsizio e di Gioia Tauro, di Gorizia e di Caltagirone dove i bambini stanno giocando e crescendo insieme, tra sorrisi e matite colorate. È qui, tra i banchi dei licei e nelle fabbriche, nelle palestre e negli ospedali. Sarà tempo che la cittadinanza di fatto diventi, più rapidamente, di diritto.

Così, Giorgia Meloni e il suo governo che nonostante le mille difficoltà e le tante insufficienze non trovano ostacoli in Parlamento perché i numeri del 2022 danno ancora loro ragione, presto dovranno fare i conti e forse temere quel che sta avvenendo fuori dalle aule. Milioni di italiani, con i referendum sull’autonomia differenziata, sul salario minimo, sulla cittadinanza e, quando diventerà legge, sul premierato, si preparano a dare una spallata forte, forse destabilizzante. Perché il moto di popolo ha intercettato una domanda cresciuta dal basso, di quelle che non puoi fermare.

“La storia siamo noi”, se ci crediamo.

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