La novità è che ha dato una risposta. Come un bambino di pochi mesi che pronunci la sua prima parola la ragazzina all’improvviso, dopo mesi di silenzio, ha parlato. Ha diciassette anni, pesa 38 chili, genitori e insegnanti non sanno più cosa fare con lei. Nemmeno l’ipnosi ha funzionato, ci avevano tutti sperato, c’è un tipo nuovo bravissimo in città ma niente.
Poi l’altra mattina, senza un motivo apparente, all’uscita da scuola si è rivolta alla madre di una compagna di classe — una donna di origine straniera, una signora che sta imparando la nostra lingua da sua figlia — e le ha detto: «Anche a me piacerebbe stare bene, ma non so come fare». Ha sorriso, ha salutato con la testa, è salita sulla grande macchina del padre che l’aspettava col motore acceso. Non ha detto “cosa fare”. Ha detto “come”. Come fare. Certo. È un piccolo indizio ma vale la pena pensarci un momento.
C’è una grande differenza fra cosa e come. Cosa è una declinazione del fare. Dell’agire. È una sequenza di gesti…
La novità è che ha dato una risposta. Come un bambino di pochi mesi che pronunci la sua prima parola la ragazzina all’improvviso, dopo mesi di silenzio, ha parlato. Ha diciassette anni, pesa 38 chili, genitori e insegnanti non sanno più cosa fare con lei. Nemmeno l’ipnosi ha funzionato, ci avevano tutti sperato, c’è un tipo nuovo bravissimo in città ma niente.
Poi l’altra mattina, senza un motivo apparente, all’uscita da scuola si è rivolta alla madre di una compagna di classe — una donna di origine straniera, una signora che sta imparando la nostra lingua da sua figlia — e le ha detto: «Anche a me piacerebbe stare bene, ma non so come fare». Ha sorriso, ha salutato con la testa, è salita sulla grande macchina del padre che l’aspettava col motore acceso. Non ha detto “cosa fare”. Ha detto “come”. Come fare. Certo. È un piccolo indizio ma vale la pena pensarci un momento.
C’è una grande differenza fra cosa e come. Cosa è una declinazione del fare. Dell’agire. È una sequenza di gesti, un elenco di azioni da compiere per risolvere un problema. Ecco: la nostra risposta, nostra degli adulti, al suo male è una soluzione. Se hai la febbre serve una medicina, se sei stanca devi dormire, se vuoi imparare la lezione di storia devi ripetere, se sei triste e non vuoi dire o non sai dire perché devi uscire, svagarti. Esci, esci. Fai qualcosa: corri, compra, occupati.
Ma la ragazzina dice: la vostra soluzione non mi serve. Mi servirebbe la mia, ma non la trovo. I vostri cosa fare non sono buoni per me, nessun consiglio lo è. Il mio problema non è cosa ma come. Come fare è una declinazione del sentire, non dell’agire. Guarda dentro, non fuori. Difatti si dice come ti senti. Quando, di rado, lo si domanda avendo anche il tempo e l’intenzione di ascoltare la risposta. Forse basterebbe questo. Ascoltare senza proporre un rimedio. Ascoltare e basta.
Non lo so. Io non lo so ma nei varchi del mio e del nostro molto fare quotidiano, quello che ci fa dire continuamente scusa non ho tempo, ti richiamo dopo, in quelle minuscole piazzole di sosta della corsa all’adempiere. Lì il panorama che si apre, se ti fermi un attimo, è questo: il bambino si ritira dalla squadra perché ha paura (ma paura di cosa? Non sa non dice, ha paura), il ragazzo non dorme la notte dunque la mattina non c’è modo di svegliarlo (ma perché non dorme? Non potrebbe prendere qualcosa, certo di leggero, che lo faccia dormire?).
La ragazza non mangia, il fratello non esce. Alla festa per il diciottesimo i gestori del locale chiedono la presenza degli adulti perché i ragazzini bevono, moltissimo, e qualche adulto deve assumersi la responsabilità. Bevono e fumano, certo non solo nicotina. Fumano a rotta di collo sostanze illegali. Cannabis, soprattutto, e non è chiudendo i negozi dove si vende la cannabis senza Thc, persino quelli, che si risolve il problema. Si moltiplica, anzi.
I ragazzi sanno benissimo dove trovare quello che cercano, l’offerta è dappertutto ed è un’offerta di merce pericolosa: non sai cosa c’è dentro, non sai di chi è la mano che la offre. Il mercato, poiché illegale, è sempre criminale. Dunque familiarizzano col funzionamento del crimine e sovente vengono reclutati: perché fai due soldi, se vendi anche tu, così ne hai per comprare. Poi salgono in macchina, in motorino, in monopattino, e vanno. Devi solo sperare che arrivino integri, nella notte o all’alba: che non investano e non siano investiti. Che tornino.
Niente di nuovo. Niente di diverso dal solito, solo che è di più. Moltissimo di più. È ovunque, fra bambini, adolescenti, ragazzi: non so come fare diventa autolesionismo, ritiro, chiusura, dipendenza. Ansia, panico, insonnia. Stati depressivi, tentativi di suicidio. Questi, in specie: il tentativo di suicidio di una figlia che devi portare a fare la lavanda gastrica alle cinque del mattino perché ha ingoiato un’intera confezione di ansiolitici (ma dove le trovano queste medicine? Le avete voi in casa? Hanno i soldi per comprarsele? Gli date troppo soldi. E chi gliele vende? Vanno in farmacia e comprano benzodiazepine? Come è possibile, se a me senza ricetta non danno nemmeno un gastroprotettore).
Ci sono gli studi, ne escono a cadenza quotidiana. L’ultimo dice che non è stato il lockdown ad accrescere il disagio, il senso di sperdimento dei ragazzi. È stato il ritorno a scuola dopo la pausa, dice la nuova ricerca. Non sapevano più come fare, appunto. Come organizzare il lavoro per un’interrogazione, come presentare un piano di studi, come affrontare un quattro. E noi lì con le soluzioni: guarda che la pianificazione, la frustrazione fanno parte del compito. È anche questo che devi imparare. Guarda che anche io ho paura, anche a me respingono i progetti. Ma non serve. Non serve.
E non serve nemmeno dirci è colpa nostra. Noi che abbiamo lasciato la corda lunga, abbiamo voluto essere solidali e amici, abbiamo dato loro tutto quello che chiedevano prima ancora che lo desiderassero, l’assurda pretesa di renderli felici. Tanti più no, avremmo dovuto dire. Come hanno fatto con noi ma non ci siamo riusciti e ora è tardi.
Esce al cinema un film bellissimo, s’intitola Familia. Non voglio certo raccontare la trama, semplicemente lo consiglio. Tra il molto altro c’è un bambino che diventa ragazzo e che nel bisogno di avere un posto, qualcuno in cui credere, un credo da seguire lo trova in una tremenda falange di criminali neofascisti. Un mondo di regole, adesione e devozione, un mondo ordinato dove devi solo fare quel che ti si chiede, non devi essere tu a trovare come fare: te lo mostrano loro.
Potrebbe fare orrore, invece lo capisci. Sì. Capisci benissimo perché quel ragazzino va a stare lì, tra croci runiche e saluti al Duce, e certo ti dispiace ma che altro poteva fare. Trova riparo, in quel momento, e tifi per lui. Quante volte, invece, abbiamo visto giovani militanti di una qualche setta, movimento, gruppo fanatico dicendo solo, col sopracciglio alzato: non si fa, non si deve. La regola, la soluzione. Il Giudizio.
Provare a capire, però, viene prima. Osservare, ascoltare. Magari non basta, ma è un inizio e da qualche parte dobbiamo pur ricominciare. Provare, non stancarci, non rinunciare. Provare ancora.