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I conti da fare nel centrosinistra

Elly Schlein e Giuseppe Conte con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli

 (ansa)

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Il peso elettorale e politico di Giuseppe Conte cresce. Al contrario, Elly Schlein è finita sulla difensiva. Tuttavia, nessun timore: come recita il vecchio detto, la situazione è disperata ma non seria
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Alla fine, come dice un saggio Gianni Cuperlo, «occorrerà fare i conti con la realtà». Nel centrosinistra tutti saranno chiamati a farli. Magari riconoscendo che ci si è baloccati per un tempo troppo lungo con formule di gergo politico, il fatidico “campo largo”, prive di sostanza e naturalmente di orizzonte strategico.

Anche Romano Prodi lo ha lasciato capire: inutile parlare di alleanze se non si precisano prima le priorità e, diciamo così, la direzione di marcia. Il che implica la capacità di definire i rapporti tra alleati e precisare i ruoli. Forse è un errore non ascoltare la voce di un signore che è stato presidente del Consiglio in una stagione non meno complessa dell’attuale, ma sembra che il suo parere interessi a pochi nel quartier generale del Pd.

Non a caso in passato, nella prima Repubblica, si usava dire: prima i contenuti, poi gli schieramenti. Talvolta era una formula un po’ ipocrita perché gli schieramenti, ossia le intese politiche, erano tutt’altro che secon…

Alla fine, come dice un saggio Gianni Cuperlo, «occorrerà fare i conti con la realtà». Nel centrosinistra tutti saranno chiamati a farli. Magari riconoscendo che ci si è baloccati per un tempo troppo lungo con formule di gergo politico, il fatidico “campo largo”, prive di sostanza e naturalmente di orizzonte strategico.

Anche Romano Prodi lo ha lasciato capire: inutile parlare di alleanze se non si precisano prima le priorità e, diciamo così, la direzione di marcia. Il che implica la capacità di definire i rapporti tra alleati e precisare i ruoli. Forse è un errore non ascoltare la voce di un signore che è stato presidente del Consiglio in una stagione non meno complessa dell’attuale, ma sembra che il suo parere interessi a pochi nel quartier generale del Pd.

Non a caso in passato, nella prima Repubblica, si usava dire: prima i contenuti, poi gli schieramenti. Talvolta era una formula un po’ ipocrita perché gli schieramenti, ossia le intese politiche, erano tutt’altro che secondarie, come è ovvio, ma almeno si salvavano le apparenze. Adesso invece abbiamo un’opposizione del tutto sfrangiata e priva di obiettivi comuni.

Giuseppe Conte è fortemente sospettato di aver stabilito un ponte con Palazzo Chigi (vedi la Rai) e la cosa non è inverosimile. Del resto, il colpo al partito di Elly Schlein è solo l’epilogo di una guerriglia durata mesi. E ora che l’ex premier ha bisogno di far brillare la sua leadership sul movimento ex grillino, dopo aver compiuto l’omicidio rituale e simbolico del padre-padrone, cioè il fondatore, bisogna ammettere il successo mediatico dell’iniziativa.

Tra interviste, presenze televisive e articoli dedicati, Conte si è guadagnato parecchio spazio. Forse l’opinione pubblica, nel suo complesso, non capisce e non ha voglia di capire il linguaggio esoterico del “campo largo”, ma in definitiva vede che il successore di Grillo occupa gli schermi e le pagine dei giornali.

Chi credeva che bastasse cucire insieme gli accordi Regione per Regione, dalla Liguria all’Emilia-Romagna all’Umbria, ora deve ricredersi. E la storia dell’apertura di Schlein a Renzi ha tutta l’aria di un pretesto. Ne ricava un vantaggio di pubblicità il senatore di Scandicci, solito abile tattico, mentre sull’altro versante si offre il destro al capo dei 5S di saldare un “fronte del no” a cui si aggregano Verdi e Sinistra, Bonelli e Fratoianni.

In tal modo il peso elettorale e politico di Conte cresce più degli scarsi voti raggranellati alle europee. Al contrario, Elly Schlein, che aveva ottenuto circa il 24 per cento, è finita sulla difensiva, vittima di un’operazione spregiudicata. Tuttavia, nessun timore: come recita il vecchio detto, la situazione è disperata ma non seria.

Se ne uscirà quanto prima e con ogni probabilità lasciando nell’ombra i cosiddetti “contenuti”: peraltro, se si volessero fare le cose con serietà, occorrerebbe chiarire prima le posizioni sull’Ucraina e sul Medio Oriente.

Ma non accadrà: Conte è filo-russo sull’invasione dell’Ucraina non meno di quanto lo sia Salvini nel centrodestra. Ognuno va per conto suo su un tema — la collocazione del Paese e il rapporto con gli alleati — che una volta era considerato preliminare a tutto il resto. Ma i tempi cambiano.

Il chiarimento in grado di rilanciare l’alleanza Pd-M5s-Avs riguarderà unicamente chi dovrà andare a Palazzo Chigi, chi alla Farnesina e chi negli altri ministeri maggiori quando un giorno o l’altro il centrosinistra vincerà le elezioni. Conte spera di essersi incardinato in una posizione cruciale per ottenere il massimo. Nel caso, anche avendo meno voti dell’alleato/antagonista.

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