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La sfida per la giustizia

Gaza 

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La fiducia nel diritto internazionale è lo strumento capace di garantire stabilità
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8 ottobre: è trascorso un anno e un giorno dal profondo solco che ha segnato la vita di Israele. È facile cadere nell’inganno, tracciare una linea immaginaria che separi la storia in un prima e un dopo, credere che le dinamiche conflittuali tra questi due popoli siano cambiate radicalmente a seguito di quel tragico attacco.

È un abbaglio che non ha sedotto i più accorti. Innanzitutto Haaretz, che in prima pagina un anno fa imputava al proprio primo ministro la responsabilità del disastro abbattutosi su Israele durante la festa di Simchat Torah. Non un cataclisma inaspettato, dunque, ma un uomo, un nome, a cui tragicamente attribuirlo, che rappresenta una continuità e una visione politiche ben precise. Netanyahu non l’ha mai nascosta quella frase, lo statuto del Likud l’ha fatta propria. Nata dalla resistenza palestinese quando dopo il 1967 l’amministrazione dei territori palestinesi fu divisa tra Egitto, Giordania e Israele, separandone per sempre la popolazione, che chiedeva in…

8 ottobre: è trascorso un anno e un giorno dal profondo solco che ha segnato la vita di Israele. È facile cadere nell’inganno, tracciare una linea immaginaria che separi la storia in un prima e un dopo, credere che le dinamiche conflittuali tra questi due popoli siano cambiate radicalmente a seguito di quel tragico attacco.

È un abbaglio che non ha sedotto i più accorti. Innanzitutto Haaretz, che in prima pagina un anno fa imputava al proprio primo ministro la responsabilità del disastro abbattutosi su Israele durante la festa di Simchat Torah. Non un cataclisma inaspettato, dunque, ma un uomo, un nome, a cui tragicamente attribuirlo, che rappresenta una continuità e una visione politiche ben precise. Netanyahu non l’ha mai nascosta quella frase, lo statuto del Likud l’ha fatta propria. Nata dalla resistenza palestinese quando dopo il 1967 l’amministrazione dei territori palestinesi fu divisa tra Egitto, Giordania e Israele, separandone per sempre la popolazione, che chiedeva invece di poter vivere sotto una sola, propria, autorità, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, il manifesto del partito di Netanyahu la adottò nel 1977: “La Giudea e la Samaria non saranno cedute a nessuna amministrazione straniera; tra il Mar Rosso e il Giordano ci sarà solo la sovranità israeliana”. Così è stato, anche dopo lo smantellamento degli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Israele ne mantenne, infatti, il controllo dei confini, della costa, dello spazio aereo, delle reti di telecomunicazione, di acqua, elettricità e fognatura, nonché degli spostamenti di persone e merci in entrata e in uscita.

Il 7 ottobre non è dunque accaduto senza pesanti antefatti. E neppure quanto è seguito si è verificato in discontinuità con il passato. La dinamica è la stessa di sempre, quella tra occupanti e occupati, i primi più forti e violentemente ritorsivi, senza risparmio degli innocenti. L’illegalità è la linea rossa che corre lungo tutta la storia di questo paese. Denunciarlo non ha nulla a che vedere con il mettere in discussione l’esistenza dello Stato di Israele, né tanto meno l’amore verso il popolo ebraico. Chiama in causa, invece, i principi del diritto internazionale, progressivamente disattesi pur offrendo le Corti e le Istituzioni internazionali strumenti inequivocabili di liceità nelle relazioni sia tra Stati che entità non statuali.

Indubbie limitazioni ne hanno impedito le possibilità di intervento, a cominciare dal veto, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, esclusiva dei Paesi vincitori del secondo conflitto mondiale. L’unico vero strumento coercitivo è d’altra parte quello sanzionatorio: sospendere i finanziamenti, interrompere ponti commerciali e rifornimenti militari. Potere nelle mani degli Stati.

La fiducia dell’opinione pubblica nella legalità, nella prevenzione dell’impunità, nell’inaccettabilità di comportamenti illegali grazie a una tempestiva e adeguata risposta degli organismi preposti a fronte di denunce di violazioni dei diritti umani è requisito fondamentale per la pace e la sicurezza nel mondo.

Se la comunità internazionale avesse sostenuto i pochi Paesi che hanno agito con fermezza per bloccare gli attacchi indiscriminati contro la popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania, pretendendo la verifica e la punizione degli atti di terrorismo avvenuti il 7 ottobre, avremmo non solo rispettato il diritto internazionale e salvato molte vite, ma anche prevenuto la spirale di violenza e ritorsioni attualmente in atto.

La vera sfida del nostro tempo sta nel recupero della fiducia nel diritto internazionale come strumento capace di garantire stabilità e giustizia. Purtroppo sembra prevalere la tendenza opposta, invece che un ordine globale più equo e sicuro per tutti, un’anarchia conclamata.

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