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Le tre spine e gli equilibrismi di Meloni

Giorgia Meloni 

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Non sono le ore più felici della premier: dalla Consulta al quadrangolare di Berlino
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Non sono le ore più felici per Giorgia Meloni da quando è a Palazzo Chigi. In rapida successione: non è riuscita a eleggere il costituzionalista Marini alla Consulta, come fortemente desiderava; ha dovuto subire i rilievi non edulcorati della Banca d’Italia sullo stato dei conti pubblici; infine non è stata invitata, lei presidente di turno del G7, al quadrangolare Biden-Macron-Scholz-Starmer di Berlino, sabato prossimo. Poi il presidente degli Stati Uniti ha annullato il suo viaggio, ma il punto di fondo resta. Ognuno dei tre episodi, come è facile capire, costituisce una spina nel fianco del governo. Soprattutto interrompe il resoconto ottimistico alla nazione che viene proposto sera dopo sera, attraverso i “media”, dai collaboratori della premier. Niente di strano, s’intende. Una dose quotidiana di propaganda morbida è tipica di ogni esecutivo, di qualsiasi colore. Viceversa i toni apocalittici, cari a qualche esponente dell’opposizione, non aggiungono granché ai fatti, che non han…

Non sono le ore più felici per Giorgia Meloni da quando è a Palazzo Chigi. In rapida successione: non è riuscita a eleggere il costituzionalista Marini alla Consulta, come fortemente desiderava; ha dovuto subire i rilievi non edulcorati della Banca d’Italia sullo stato dei conti pubblici; infine non è stata invitata, lei presidente di turno del G7, al quadrangolare Biden-Macron-Scholz-Starmer di Berlino, sabato prossimo. Poi il presidente degli Stati Uniti ha annullato il suo viaggio, ma il punto di fondo resta. Ognuno dei tre episodi, come è facile capire, costituisce una spina nel fianco del governo. Soprattutto interrompe il resoconto ottimistico alla nazione che viene proposto sera dopo sera, attraverso i “media”, dai collaboratori della premier. Niente di strano, s’intende. Una dose quotidiana di propaganda morbida è tipica di ogni esecutivo, di qualsiasi colore. Viceversa i toni apocalittici, cari a qualche esponente dell’opposizione, non aggiungono granché ai fatti, che non hanno bisogno d’essere resi più drammatici.

D’altra parte, si assiste a una contraddizione non semplice da spiegare. Secondo la fotografia che ne trasmette l’opposizione, il governo Meloni sarebbe logorato e prossimo alla fine: una presidente del Consiglio stizzosa, impotente sulla Corte Costituzionale, incapace di trovare le risorse indispensabili per far quadrare la legge di bilancio, di nuovo ai margini sul piano internazionale. Alla fine però qualcosa non torna. Il governo naviga tra gli scogli, è vero, ma il consenso alla premier non sembra realmente intaccato. Né alla premier né al governo. Ne deriva che il mosaico è più complesso di quel che sembra. Vediamo perché. La scheda bianca ha coperto in qualche modo la ritirata del centrodestra su Marini, ma ha solo contenuto la sconfitta. Se fosse un gioco di carte, si direbbe che l’opposizione ha vinto questa mano, tuttavia il prezzo è alto: la semi paralisi di un organo costituzionale. Non tanto adesso — dopo otto votazioni a vuoto in cui non si è riusciti a sostituire Silvana Sciarra — , quanto alla fine dell’anno quando altri tre giudici lasceranno la Corte per scadenza del mandato. Tra loro l’attuale presidente, Augusto Barbera. In totale, si dovranno eleggere quattro giudici. È evidente l’urgenza di un’intesa generale fra maggioranza e opposizione. Qui è anche il senso delle parole di Sergio Mattarella: agire con serietà, ossia con senso delle istituzioni, e in fretta. Si possono ricucire gli strappi, se si dismette la voglia di rivincita.

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Sui conti pubblici, non c’è che attendere il testo della legge di bilancio. È compito anche dell’opposizione, senza eccessi di populismo perché i soldi sono pochi per tutti. Del resto la Banca d’Italia non è certo nemica del governo: crederlo può essere un fatale errore. La storia repubblicana è ricca di osservazioni critiche, spesso utili, rivolte ai vari esecutivi che quantomeno le hanno prese in considerazione. Al contrario, scivolare nella logica del rapporto conflittuale non ha mai portato fortuna ai governi. Infine, la questione forse più delicata: i rapporti internazionali. Giorgia Meloni è stata abile a ottenere una vicepresidenza della Commissione (per Fitto) pur avendo votato contro la Von der Leyen. Ed è stata coerente nella linea atlantica di fronte alla guerra in Ucraina. Ma alla lunga gli esercizi di equilibrismo comportano dei rischi. Se sabato l’Italia sarà davvero esclusa dall’incontro di Berlino, preliminare al vertice di Ramstein, l’insuccesso non potrà essere celato. Ci si deve augurare che qualcuno capisca che si tratterebbe di uno sgarbo alla presidenza del G7. Neanche l’opposizione avrebbe molto da rallegrarsi. Ma può darsi che l’uragano sulle coste americane abbia risolto la questione.

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