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Conti spiati, al mercato delle vite degli altri

Giorgia e Arianna Meloni

 (ansa)

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Chi dovrebbe farsi carico di mettere in sicurezza le infrastrutture attraverso cui passano ogni giorno le nostre esistenze trova più comodo l’evocazione sterile di manovre oscure
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Non sappiamo ancora se l’affaire Coviello, bancario e commercialista di mezza età di Bitonto, sia soltanto la storia di uno svitato e ambizioso voyeur di provincia o qualcosa di diverso. Come lascerebbero intendere la gravità del reato che gli viene contestato (accesso abusivo a sistemi informatici finalizzato ad attentare ai poteri dello Stato) e la decisione della Procura di Bari di indagare su Intesa-San Paolo (la banca da cui Coviello è stato licenziato) a titolo di responsabilità oggettiva nei confronti di un suo dipendente.

O, ancora, come suggerisce il riflesso pavloviano ad uso politico che ha mosso le parole della presidente del Consiglio, del ministro Crosetto e dei pretoriani della maggioranza. Cui, evidentemente, non sembra vero di poter trovare un’ennesima conferma con cui ingrassare la narrazione che vuole il governo del Paese, a cominciare dalla sua premier, vittima di oscuri dossieraggi e complotti.

Sappiamo invece — e questa faccenda a suo modo lo conferma — che in …

Non sappiamo ancora se l’affaire Coviello, bancario e commercialista di mezza età di Bitonto, sia soltanto la storia di uno svitato e ambizioso voyeur di provincia o qualcosa di diverso. Come lascerebbero intendere la gravità del reato che gli viene contestato (accesso abusivo a sistemi informatici finalizzato ad attentare ai poteri dello Stato) e la decisione della Procura di Bari di indagare su Intesa-San Paolo (la banca da cui Coviello è stato licenziato) a titolo di responsabilità oggettiva nei confronti di un suo dipendente.

O, ancora, come suggerisce il riflesso pavloviano ad uso politico che ha mosso le parole della presidente del Consiglio, del ministro Crosetto e dei pretoriani della maggioranza. Cui, evidentemente, non sembra vero di poter trovare un’ennesima conferma con cui ingrassare la narrazione che vuole il governo del Paese, a cominciare dalla sua premier, vittima di oscuri dossieraggi e complotti.

Sappiamo invece — e questa faccenda a suo modo lo conferma — che in un Paese come l’Italia, storicamente afflitto da un deficit di trasparenza della vita pubblica e dove il ricatto è spesso la malta che ne tiene insieme la classe dirigente, il mestiere dello spione freelance e le informazioni che è in grado di vendere valgono ormai sul mercato quanto i post di un influencer. Non fosse altro perché la dimensione compiutamente digitale del nostro tempo, combinata alla imperfezione e fragilità dei suoi sistemi di sicurezza, ha moltiplicato le occasioni di permeabilità delle nostre esistenze.

E se dunque oggi la prima pagina se la guadagna un dipendente infedele di Banca Intesa che ravanava compulsivamente alla ricerca di conti correnti e carte di credito di vip e, ieri l’ha avuta un infedele investigatore della Guardia di Finanza (il caso Striano) con accesso alle segnalazioni di operazioni sospette della Banca d’Italia, domani potrebbe toccare a chi ha accesso a una banca dati che, per dire, custodisce i segreti delle nostre cartelle cliniche.

La propensione a spiare e l’ossessione di essere spiati sembrano diventate le ascisse e le ordinate della nostra vita pubblica, della comunità degli affari, e anche delle nostre vite private. In una vertigine dove il fantasma del “dossier” e le sue dimensioni sono inversamente proporzionali al grado di conoscenza e di legittimo accesso che un cittadino ha alla sfera della vita pubblica, ai suoi percorsi decisionali, ai meccanismi di scelta o cooptazione della sua classe dirigente.

E dove dunque il dossier e lo spione che lo confeziona (sia un professionista o un avventizio o un ex appartenente agli apparati della sicurezza) assumono dimensioni sempre più macroscopiche e pervasive quanto più l’opinione pubblica procede a tentoni nel decifrare il contesto che la circonda.

Un Paese di spioni e di spiati, questo sembriamo o forse siamo diventati. Dove, tuttavia, chi dovrebbe farsi carico di mettere in sicurezza le infrastrutture attraverso cui passano ogni giorno le nostre esistenze (magari mettendo a sistema la pletora di soggetti che pure sulla carta le sorvegliano e ne dovrebbero essere i cani da guardia) trova più comodo l’evocazione sterile di manovre oscure.

Perché, ad esempio, oltre a chiedersi chi abbia mosso la mano del tipo di Bitonto (ammesso che una mano ci sia e quella mano sia “politica”), la presidente del Consiglio e con lei l’intero Parlamento (opposizioni comprese) non chiedono e non si chiedono cosa potrebbe contribuire a mettere in maggiore sicurezza un cittadino oggetto di intrusioni informatiche? E perché il mercato nero delle informazioni riservate ha tassi di crescita che non si sogna neanche quello immobiliare o delle criptovalute?

Forse se il Parlamento, con spirito sinceramente bipartisan, cominciasse a dare seguito e costrutto alle parole e all’allarme che, da mesi, il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo sta depositando in ogni sede istituzionale sul mercato delle informazioni riservate e sulla sicurezza delle banche dati pubbliche e private che custodiscono le nostre esistenze non farebbe un soldo di danno. Sarebbe un segnale sincero di attenzione alla qualità della nostra democrazia.

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