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Diamo più spazio al desiderio dei ragazzi

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Lasciamoli liberi di immaginare, di inventarsi un futuro a cui nessuno di noi ha ancora pensato. Sosteniamoli nello sperimentare, nell’allargare il perimetro dei loro progetti. Nel crearsi un cielo più lontano di quello che vediamo noi
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Il desiderio si trova sempre altrove. È etimologicamente una figura di movimento e non di stasi, contiene il prefisso de, che in latino indica il moto da luogo, l’origine, la provenienza. È per definizione una tensione verso qualcosa che deve giungere da lontano, e per la precisione dalle stelle (sidera). Il desiderio è quindi una mancanza, un posto vuoto, un’assenza. Il fatto che i ragazzi oggi facciano sempre più fatica a provarlo, come ha ben raccontato Massimo Recalcati su Repubblica, è forse la conseguenza di una sindrome da “troppo pieno”.

La scuola, gli impegni extrascolastici, la compulsione ai social riempiono ogni momento lasciando il tempo privo del benefico vuoto della noia. E invece spesso è proprio la noia che accende il desiderio. Verrebbe da pensare allora che per riattivare in loro la modalità desiderante basterebbe sottrarre, privare i ragazzi di qualcosa: delle comodità, dei telefoni cellulari, del denaro, dei regali, dell’eccessiva tenerezza, del supporto.

Spes…

Il desiderio si trova sempre altrove. È etimologicamente una figura di movimento e non di stasi, contiene il prefisso de, che in latino indica il moto da luogo, l’origine, la provenienza. È per definizione una tensione verso qualcosa che deve giungere da lontano, e per la precisione dalle stelle (sidera). Il desiderio è quindi una mancanza, un posto vuoto, un’assenza. Il fatto che i ragazzi oggi facciano sempre più fatica a provarlo, come ha ben raccontato Massimo Recalcati su Repubblica, è forse la conseguenza di una sindrome da “troppo pieno”.

La scuola, gli impegni extrascolastici, la compulsione ai social riempiono ogni momento lasciando il tempo privo del benefico vuoto della noia. E invece spesso è proprio la noia che accende il desiderio. Verrebbe da pensare allora che per riattivare in loro la modalità desiderante basterebbe sottrarre, privare i ragazzi di qualcosa: delle comodità, dei telefoni cellulari, del denaro, dei regali, dell’eccessiva tenerezza, del supporto.

Spesso sento dire che questa generazione ha smesso di desiderare perché ha avuto tutto, i giovani non fanno più a tempo a chiedere che già vengono esauditi. Certo, è vero che siamo sempre più indulgenti con i figli, con gli studenti, a cui cerchiamo di risparmiare sofferenze e delusioni, eppure sono convinta che un approccio “punitivo” non sia la strada giusta. Non è il togliere che educa ma l’aggiungere.

Me ne rendo conto in classe. Il maggiore stimolo non è la severità né la durezza. Non è la punizione che fortifica, quella può al massimo vincere attraverso la paura, ma non convincere. Si può modificare pavlovianamente un comportamento agendo attraverso il condizionamento, minacciando o infliggendo una punizione, ma per riaccendere il desiderio non serve il segno meno, ma il più.

Più esempi, più occasioni, più discorsi, più esperienze, più opportunità, più modelli, più momenti di confronto con chi la pensa in modo diverso. Ampliare l’orizzonte, aprire nuove prospettive, far intravedere obiettivi che si trovano più lontano, aumentare il raggio di gittata dei sogni.

Lo sperimento ogni volta che, grazie a un loro spunto, la lezione prende una direzione diversa da quella stabilita, o quando si apre il dibattito su un tema che sta loro a cuore, allora il loro sguardo si accende e i discorsi si fanno più interessati, veri.

I ragazzi desiderano quando hanno spazio. Spazio per crescere senza che noi adulti gli stiamo troppo addosso, spazio per sbagliare e tornare indietro, spazio per imparare a riparare quello che accidentalmente rompono, per immaginare qualcosa che a noi sembra folle, o sciocco, o ingenuo, o complicato. Spazio per fare qualcosa senza il nostro aiuto, spazio per insegnarci il loro punto di vista, spazio per inventare un futuro che non sia la logica conseguenza del presente.

La scuola era in passato un luogo di desiderio, il posto in cui a ciascuno era prospettata la possibilità di aspirare al futuro che voleva per sé. “Da grande voglio fare…” dicevano i bambini, che lo si realizzasse o meno non era importante, l’importante era quel movimento, quella spinta in avanti, la molla della volontà che scatta verso l’ignoto.

Da quando “l’ascensore sociale” è fermo il meccanismo si è rotto, noi stessi professori non sappiamo quali saranno i mestieri di domani, orientarli al lavoro è quasi una chiromanzia. E allora lasciamoli liberi di immaginare, di inventarsi un futuro a cui nessuno di noi ha ancora pensato. Sosteniamoli nello sperimentare, nell’allargare il perimetro dei loro progetti, diamogli spazio per crearsi un cielo più lontano di quello che vediamo noi. Più distanti sono le stelle, più è ampio il desiderio.

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