Perché serve un piano nazionale della gioia
di Franco ArminioSe dovessimo fare una classifica delle paure, forse oggi gli italiani prima di tutto hanno paura di ammalarsi. E questa paura è accresciuta dalla sensazione che la sanità funziona sempre peggio, specialmente al Sud. Un medico di base va in pensione e i suoi assistiti non sanno a chi rivolgersi (succede anche ai miei familiari). Io volevo fare una colonscopia ma dopo una decina di tentativi telefonici per prenotare ho rinunciato: la difficoltà di accesso agli accertamenti si sposa con la paura di avere diagnosi catastrofiche.
In rete si leggono ogni giorno notizie di persone morte per tumore o per malori improvvisi. E sono queste le due paure principali, spesso inconfessate. Le paure collettive stanno sullo sfondo, può essere la crisi climatica o la guerra in Ucraina o nella Palestina. La gente legge, si amareggia, si sente impotente, ma poi il destino del mondo vola via, resta il pensiero per il proprio corpo, l’unico bene a cui ci sentiamo ridotti.
Una volta una parte della nostra vi…
Se dovessimo fare una classifica delle paure, forse oggi gli italiani prima di tutto hanno paura di ammalarsi. E questa paura è accresciuta dalla sensazione che la sanità funziona sempre peggio, specialmente al Sud. Un medico di base va in pensione e i suoi assistiti non sanno a chi rivolgersi (succede anche ai miei familiari). Io volevo fare una colonscopia ma dopo una decina di tentativi telefonici per prenotare ho rinunciato: la difficoltà di accesso agli accertamenti si sposa con la paura di avere diagnosi catastrofiche.
In rete si leggono ogni giorno notizie di persone morte per tumore o per malori improvvisi. E sono queste le due paure principali, spesso inconfessate. Le paure collettive stanno sullo sfondo, può essere la crisi climatica o la guerra in Ucraina o nella Palestina. La gente legge, si amareggia, si sente impotente, ma poi il destino del mondo vola via, resta il pensiero per il proprio corpo, l’unico bene a cui ci sentiamo ridotti.
Una volta una parte della nostra vita era diluita nell’appartenenza alla nostra comunità. Oggi non è così. Oggi siamo tutti soli e di solitudine ci si ammala. Rigenerare la comunità significa fornire meno prestazioni mediche. Chi ama ed è amato, chi sente di avere un senso e un ruolo nella società, farà ricorso meno degli altri alle medicine.
Dunque, la gente pensa alle malattie, ma la politica parla d’altro. Si ragiona come se avessimo davanti a noi una platea di cittadini sani. E invece è tutto un formicolio di ansie e allarmi.
Dopo il Covid non c’è stato un rilassamento da pericolo scampato. Siamo rimasti contratti, concentrati sulle nostre paure più che sui nostri slanci. La politica può dire che fa un altro mestiere, può dire che lavora sulle regole, non sui sentimenti, la politica può togliere o mettere le tasse, non può rilassare i suoi cittadini.
Eppure, non è proprio così. La politica una volta era presente nella vita delle persone, non era solo una chiamata il giorno delle elezioni. Si andava nelle sezioni, si partecipava in qualche modo alle vicende dei propri luoghi. E pure la religione un poco affrancava dalle ansie: venivano diluite nella fede, nel partecipare a riti che adesso sono in gran parte svuotati.
Forse è arrivato il momento di fare i conti con una depressione di massa e con un impressionante dissesto emotivo che riguarda molti milioni di italiani. E sono colpiti tutti, dall’infanzia alla vecchiaia, sono colpiti i poveri e anche i ricchi, i cittadini e i paesani, le persone famose e quelle che cercano un poco di visibilità sui social ignorando che in quel luogo si mette acqua in un secchio rotto.
Forse siamo di fronte a una bancarotta della salute: è vero che la vita si allunga e molti sembrano giovani anche a sessant’anni. Ma è uno splendore di superficie. Tutti provano a fuggire dal dolore, ma il dolore sembra diventato la prigione da cui non si riesce a uscire.
Abbiamo bisogno di una politica che ci aiuti a riconoscere le nostre difficoltà vere, oltre a offrirci servizi sanitari efficienti. La penuria di medici significa anche penuria di attenzione da parte dei medici che ci sono: molti sono stressati, incapaci di vero ascolto.
Insomma, la salute è la vera emergenza nazionale e richiederebbe un piano nazionale della gioia, un concerto di azioni per rigenerare le comunità, oltre che offrire servizi sanitari. Bisogna avere uno sguardo profondo, non servono provvedimenti per tirare avanti.
Una società emotivamente spenta alla fine è poco vitale anche dal punto di vista economico. La democrazia delle passioni tristi diventa una democrazia insensata. La miseria spirituale è arrivata in mezzo a noi, è arrivata dentro di noi non per i nostri traumi individuali, ma per un trauma collettivo che ruota intorno al capitalismo come religione del consumo. Dunque, la nostra sofferenza non è una faccenda privata, è un problema politico da affrontare subito, prima di ogni altro.