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Migranti, la campagna d’Albania

(afp)

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Ci sarà pure una ragione, e non di poco di conto, se il principale investimento simbolico-politico annunciato dal governo di centrodestra consiste nella realizzazione dell’hotspot in Albania e del ponte sullo Stretto.

Metropolis - Albania, aspettando i migranti. Carlucci: "Ecco dove vivranno"

Le due opere, nelle intenzioni, sono destinate a lasciare un segno dell’Italia “nel mondo”, a edificare strutture dal forte contenuto di propaganda, a offrire i connotati di una identità nazionale immediatamente riconoscibile. La costruzione dei centri in Albania è, da questo punto di vista, un messaggio inequivocabile. I corpi prigionieri di quei sedici migranti tra le divise dei militari italiani, richiamano due rappresentazioni assai diverse tra loro, ma alla fine convergenti: le figure di quella tragedia antica che è il migrare trasportata a forza nel mondo della globalizzazi…

Ci sarà pure una ragione, e non di poco di conto, se il principale investimento simbolico-politico annunciato dal governo di centrodestra consiste nella realizzazione dell’hotspot in Albania e del ponte sullo Stretto.

Metropolis - Albania, aspettando i migranti. Carlucci: "Ecco dove vivranno"

Le due opere, nelle intenzioni, sono destinate a lasciare un segno dell’Italia “nel mondo”, a edificare strutture dal forte contenuto di propaganda, a offrire i connotati di una identità nazionale immediatamente riconoscibile. La costruzione dei centri in Albania è, da questo punto di vista, un messaggio inequivocabile. I corpi prigionieri di quei sedici migranti tra le divise dei militari italiani, richiamano due rappresentazioni assai diverse tra loro, ma alla fine convergenti: le figure di quella tragedia antica che è il migrare trasportata a forza nel mondo della globalizzazione e i processi politici di rimozione delle controversie e dei conflitti.

La “esternalizzazione” delle frontiere e il nascondimento di quel fattore perturbante rappresentati dallo straniero vanno nella medesima direzione. La sottrazione, ancorché parziale, dei flussi migratori allo sguardo pubblico viene proposta come una strategia risolutiva delle tensioni sociali che i movimenti delle popolazioni sempre determinano. Non c’è dubbio, di conseguenza, che il piano del nostro governo risponda perfettamente ai tratti ideologici e culturali più significativi della destra continentale. Ma sarà in grado di ottenere un effetto positivo rispetto agli obiettivi annunciati? Ovvero una diminuzione delle partenze verso l’Europa e una maggiore efficacia nel contrasto all’immigrazione irregolare? E riuscirà a farlo rispettando gli standard di tutela dei diritti umani previsti dalle convenzioni internazionali, dalla Corte dei diritti dell’uomo e, ancor prima, dalla Costituzione italiana?

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Pensiamo al momento dello sbarco e al meccanismo ormai collaudato attivato all’arrivo in porto delle imbarcazioni dopo il salvataggio in mare: guardia costiera, forze di polizia, personale sanitario, mediatori, organizzazioni internazionali e associazioni si occupano, ciascuno con un proprio compito, di fornire assistenza alle persone salvate dopo ore trascorse in mare e chissà quanti giorni o mesi nelle mani dei trafficanti in Libia o in Tunisia. Molti dei sintomi necessari a individuare eventuali situazioni critiche a livello sanitario e specifiche esigenze di protezione possono emergere già in quella prima fase o nel passaggio, immediatamente successivo, dell’accoglienza negli hotspot. Ripercorrendo il sistema “albanese” per com’è articolato sulla carta, sembra invece che tale meccanismo venga ridotto all’osso per quei malcapitati che, dopo uno screening veloce e per forza di cose “accelerato”, sulla base sostanzialmente del paese di provenienza, non vengono considerati idonei a raggiungere il suolo italiano e vengono, piuttosto, dirottati verso un porto albanese e un destino ancora oscuro. E ciò dopo una ulteriore navigazione, in un andirivieni totalmente insensato, destinato solo a mostrare il volto più ostile dell’Italia.

Consideriamo, inoltre, il funzionamento del sistema nella sua concretezza. Le stime più ottimistiche parlano di una capacità di accoglienza di alcune decine di migliaia di persone all’anno a fronte di un numero di sbarchi in Italia prossimo al raggiungimento di almeno il doppio della capienza prevista nelle strutture albanesi. Il costo, poi, risulta abnorme: ancora una volta le cifre non sono precisate nel dettaglio, ma fonti autorevoli parlano di circa ottocento milioni di euro da qui al 2028.

Ancora più ardue sono le difficoltà che si annunciano relativamente alle procedure giuridiche. Le persone portate in Albania, che presentino o meno richiesta d’asilo, potranno essere trattenute solo se un magistrato — a Roma! — convalida la misura, come vuole il nostro ordinamento, con la garanzia della presenza di avvocati necessariamente d’ufficio, non essendoci in tale contesto la possibilità di interagire con associazioni di tutela; e questo sembra portare inevitabilmente al fatto che colloqui, testimonianze e assistenza legale potranno svolgersi solo in collegamento da remoto. È seria la preoccupazione che un rito svolto in questa condizione, con l’intervento a distanza di difensori, interpreti e mediatori possa compromettere in profondità la correttezza della procedura.

Si apre, poi, una gigantesca questione: nel caso di rifiuto della concessione dell’asilo o di altre forme di protezione, che ne sarà del migrante? Dove finiranno le persone senza documenti che spetta all’Italia rimpatriare? Nel cpr italiano in terra d’Albania o nei cpr nostrani? È questo il vero problema, reso particolarmente aggrovigliato dal fatto che i paesi d’origine dei migranti con i quali c’è un accordo per il rimpatrio sono ancora pochi ed è sempre assai difficile rimandare indietro le persone, come dimostra il tasso di efficacia dei rimpatri rispetto ai trattenimenti nei cpr, da oltre vent’anni fermo circa al 50%. Che fine faranno, dunque, i migranti trattenuti una volta appurata l’impossibilità di rimpatriarli? Resteranno senza documenti in Albania o in Italia?

Se non si affrontano questi nodi (e l’accordo con l’Albania nemmeno li sfiora) l’intero progetto sembra destinato a perdere qualsiasi forza e qualsiasi efficacia. Non si vorrebbe che questa fosse una nuova “campagna d’Albania”, con gli stessi, disonorevoli, esiti di quella del 1939.

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