I primi migranti sono partiti, destinazione Albania. È dai tempi di Galeazzo Ciano ministro degli Esteri che il Paese delle Aquile esercita un fascino irresistibile per la destra nostrana, che ora può vantare di aver di nuovo italianizzato un pezzettino dell’altra sponda adriatica. Questo ritorno al colonialismo vintage avviene naturalmente a spese dei contribuenti italiani, che devono tenere in piedi la costosa macchina propagandistica del governo.
L’opposizione parla di un miliardo, altri centri di ricerca di 600-650 milioni di euro per un protocollo destinato a durare dieci anni. Se il ministro Giorgetti, nella sua spending review, volesse un consiglio per tagliare spese inutili, potrebbe puntare il binocolo in direzione Tirana. Di certo, come ha detto qualcuno, il protocollo Italia-Albania sull’immigrazione sarà ricordato come il più dispendioso spot della nostra storia.
Le prime notizie, che riferiscono di appena 16 (sedici) migranti a bordo del pattugliatore Libra, in via…
I primi migranti sono partiti, destinazione Albania. È dai tempi di Galeazzo Ciano ministro degli Esteri che il Paese delle Aquile esercita un fascino irresistibile per la destra nostrana, che ora può vantare di aver di nuovo italianizzato un pezzettino dell’altra sponda adriatica. Questo ritorno al colonialismo vintage avviene naturalmente a spese dei contribuenti italiani, che devono tenere in piedi la costosa macchina propagandistica del governo.
L’opposizione parla di un miliardo, altri centri di ricerca di 600-650 milioni di euro per un protocollo destinato a durare dieci anni. Se il ministro Giorgetti, nella sua spending review, volesse un consiglio per tagliare spese inutili, potrebbe puntare il binocolo in direzione Tirana. Di certo, come ha detto qualcuno, il protocollo Italia-Albania sull’immigrazione sarà ricordato come il più dispendioso spot della nostra storia.
Le prime notizie, che riferiscono di appena 16 (sedici) migranti a bordo del pattugliatore Libra, in viaggio da Lampedusa al porto di Shengjin, confermano la sproporzione enorme tra la fanfara e la reale dimensione dell’operazione.
Tanto per dare una misura tangibile di questo iato tra la propaganda e il mondo reale, mentre tutto il centrodestra festeggia la notizia dei 16 bengalesi ed egiziani in navigazione verso l’Albania, come Enea “fuggiaschi per fato”, la Ocean Viking sbarcherà oggi a Ravenna 47 naufraghi e a Salerno arriveranno domani 41 uomini e 28 minori non accompagnati da Guinea, Sierra Leone, Siria. Per loro nessuna telecamera all’arrivo.
È invece straordinaria la coincidenza tra il calcio d’inizio dell’operazione Meloni-Rama e la lezione umanitaria di Sergio Mattarella sull’immigrazione. Parole che meritano di essere riportate e rilette con attenzione.
Parlava a Milano, il capo dello Stato, a quella Milano che la ga el cor an man, ha il cuore in mano, e si prodiga per chi ha meno, per chi soffre, per chi cerca un aiuto per una nuova vita. Ieri erano i meridionali, «oggi gli immigrati non vengono più dal Mezzogiorno d’Italia, ma da più lontano, da Paesi europei come l’Ucraina, aggredita da una invasione insensata, dai Balcani. Da altri continenti, gravati anch’essi da condizioni insostenibili».
E cadono davvero le braccia se il presidente della Repubblica ha bisogno di ricordare che la storia italiana è fatta di emigrazione e di immigrazione. «Trenta milioni gli italiani partiti per l’estero tra l’unità d’Italia e il secolo scorso. Oltre un milione e trecentomila gli italiani che si trasferirono dal Sud al Nord negli anni ’60. In dieci anni — dal 1951 al 1961 — trecentomila nella sola Milano».
Insomma, c’è stato un periodo in cui a scappare eravamo noi, scappavamo dalla fame, dalle guerre, dalla dittatura. Esattamente come quei sedici che deportiamo in Albania e che, forse, magari alla fine dovremo comunque riaccogliere in Italia. Anche perché — e questo è forse l’aspetto su cui non si discute abbastanza — accoglierli e regolarizzarli, dare loro un titolo legale di permanenza, conviene più a noi che a loro.
Una provocazione, uno slogan? Domani (mercoledì 16 ottobre) la fondazione Leone Moressa renderà pubblico il suo quattordicesimo rapporto sull’economia dell’immigrazione e chi avrà la pazienza di leggerlo — purtroppo non lo farà nessuno di quelli che oggi esultano per l’operazione Albania — troverà numeri sorprendenti.
Già oggi il 10 per cento della forza lavoro italiana è composto da immigrati e questi contribuiscono all’8,8 per cento del prodotto interno lordo del nostro Paese. In alcuni settori, come l’agricoltura e l’edilizia, si supera il 15%. Ma i ricercatori della fondazione hanno stimato anche il rapporto tra i costi e i benefici dell’immigrazione. Senza ideologia, senza afflati umanitari, solo i crudi numeri. Se mettiamo su un piatto della bilancia quello che spendiamo per gli immigrati in termini di welfare (pensionati, sanità, scuola) e sull’altro piatto il gettito fiscale positivo che lo Stato ricava dal loro lavoro, la bilancia pende nettamente a favore dell’Italia che accoglie.
Lo sbilanciamento tra il dare e l’avere è di un miliardo e duecento milioni l’anno. Il motivo è facile da capire, persino per un sovranista: gli immigrati sono in media più giovani e, quindi, consumano meno servizi degli italiani in termini di sanità e pensioni. Danno più di quel che prendono. Ecco, non sarebbe male se i nostri patrioti riflettessero su questi numeri invece di perdere tempo a celebrare la quarta sponda albanese.