Il malessere che arriva da ragazzi e ragazze non va osservato né misurato. Ma raccolto mentre provi a camminare con loro. Ecco perché sono grato a Ardone, Affinati e Recalcati per aver contribuito a riprendere il confronto sui nostri ragazzi e ragazze e perciò sul nostro futuro. Ascoltare significa dare voce. Noi li abbiamo visti, incontrati, accompagnati. Lo facciamo ogni giorno. Lo faremo domani, e tra un mese, e ancora.
Migliaia di comunità educanti fatte da docenti, educatori del terzo settore, volontari, trainer sportivi, capi scout, terapeuti, genitori e cittadini sono impegnati insieme ai nostri ragazzi nutrendo il dialogo e assumendo la posizione propria degli adulti che guidano.
Proprio in queste settimane il Fondo per il contrasto della povertà educativa in Italia e l’impresa sociale “Con i Bambini” sono nel pieno di una campagna che si chiama “Non sono emergenza” che dà voce a inquietudini e sogni delle nuove generazioni.
È difficile. Si incontra chi si ritira in casa a …
Il malessere che arriva da ragazzi e ragazze non va osservato né misurato. Ma raccolto mentre provi a camminare con loro. Ecco perché sono grato a Ardone, Affinati e Recalcati per aver contribuito a riprendere il confronto sui nostri ragazzi e ragazze e perciò sul nostro futuro. Ascoltare significa dare voce. Noi li abbiamo visti, incontrati, accompagnati. Lo facciamo ogni giorno. Lo faremo domani, e tra un mese, e ancora.
Migliaia di comunità educanti fatte da docenti, educatori del terzo settore, volontari, trainer sportivi, capi scout, terapeuti, genitori e cittadini sono impegnati insieme ai nostri ragazzi nutrendo il dialogo e assumendo la posizione propria degli adulti che guidano.
Proprio in queste settimane il Fondo per il contrasto della povertà educativa in Italia e l’impresa sociale “Con i Bambini” sono nel pieno di una campagna che si chiama “Non sono emergenza” che dà voce a inquietudini e sogni delle nuove generazioni.
È difficile. Si incontra chi si ritira in casa a tredici anni, chi si tagliuzza, chi ha veri problemi con il cibo, chi è dipendente dagli schermi o da altro, chi prova a farla finita, chi s’organizza in piccole orde che inscenano terribili atti di violenza sulla rete e nella realtà.
Sì, ci sono queste cose che procurano fatica grande. Ma è una fatica che non è mai assoluta, inappellabile. C’è un grido o un sussurro, che va ascoltato, che chiede affiancamento, cura. Ci sono storie che mostrano come si superano ansie, sofferenze, paure e anche brutture da riparare.
E tutto intorno vi sono migliaia e migliaia di ragazzi che studiano o vanno a lavorare, che si misurano con le sfide della vita con inventiva, disposizione a creare e anche responsabilità tanto che aumentano i gesti di aiuto e impegno, ambientale, sociale e civile dei ragazzi italiani.
Ma quale è la scena italiana nella quale si cresce? Una ragazzina in uno dei gruppi riunito intorno a una panchina verde che è diventata un simbolo di incontro e di parola tra i ragazzi l’ha detta così: «Siamo fragole in mezzo al deserto».
È una frase che evoca bene il paesaggio nel quale i nostri figli e nipoti faticano a pensarsi come speranza. Ci ricordano che abbiamo messo a repentaglio la biosfera nella quale l’umanità deve vivere. Che abbiamo in Italia largamente favorito la crisi demografica pensando a un welfare che esclude i giovani perché non dà loro opportunità (di lavoro e reddito, di mettere su casa, di partecipare alle decisioni comuni, di continuare a studiare se non si hanno mezzi, di prestare presso le banche, di futura pensione) e, al contempo, non cede loro progressivamente il potere ritardando l’assunzione della responsabilità.
Che abbiamo accumulato un debito pubblico pazzesco vivendo al di sopra delle nostre possibilità e glielo abbiamo messo sul groppone. Che gli abbiamo apparecchiato uno scenario di difficili guerre anziché di difficile pace come è stato per noi. Che gli stiamo urlando che tutto è pericoloso, compreso il sentirsi uguali ai coetanei con una storia famigliare di migrazione, ragazzi che parlano e sognano in italiano come loro.
Che gli stiamo mettendo in pericolo anche la casa-Europa entro la quale li abbiamo spinti a viaggiare, imparare le lingue, studiare, lavorare, costruire mondi nuovi. Che gli abbiamo creato uno scenario per il quale su 9 milioni di persone da zero a diciotto anni, ben 3 crescono in povertà assoluta o relativa, nel mezzo dello spopolamento di intere aree e della pauperizzazione costante del Mezzogiorno.
Cosa fare? Dobbiamo chiedere loro “scusa”. Lo dobbiamo fare perché — come diceva Hannah Arendt — ogni generazione è responsabile, in quanto tale, verso quella successiva. Questo gesto di riconoscimento da parte nostra è la porta che schiude alla possibilità di affiancare i ragazzi nella grande opera comune di riparazione di cui abbiamo bisogno, senza alcun compiacimento protettivo e proiettivo, aiutando loro a prendere in mano l’Italia, in ogni campo.
È un compito inter-generazionale, difficilissimo, che esige un cambiamento di prospettiva che va iniziata adesso, a partire da dove vi è maggiore iniquità. Ricostruire speranza insieme ai ragazzi è possibile. In tanti, lavorandoci, lo vediamo. Ma perché lo si realizzi la politica — tutta! — gli deve attribuire priorità.